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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

10 giugno – 1940 Anniversario della miseria della guerra fascista…promemoria per election day

Brano tratto da 1939 -1945 il racconto della guerra giusta, di Pierluigi Raccagni completamente gratuito da oggi al 14 giugno

Un mese prima del 10 giugno del 1940, alle cinque del mattino, mentre i carri armati tedeschi stavano entrando nei Paesi Bassi, Mussolini ricevette una lettera da Hitler, che lo invita ad entrare in guerra per il bene del popolo italiano.
Hitler scrisse lettere brevi, ma feconde di morte e distruzione a Mussolini, il 7, il 18 e il 25 maggio.
Il Führer era entusiasta dello svolgimento della campagna di Francia e voleva che anche l’Italia entrasse nel conflitto, anche se ai generali tedeschi importava poco.
Mussolini non vedeva l’ora di fare la guerra in qualche modo.
Era dal primo settembre del 1939 che il Duce si tormentava a proposito della guerra, era dal 18 marzo del 1940 che al Brennero aveva assicurato a Hitler il suo intervento e ora che Hitler lo invitava con entusiasmo nazional-socialista non poteva più tirarsi indietro.
La preparazione psicologica, secondo il regime fascista, c’era già stata a sufficienza.
In aprile si erano svolte manifestazioni antibritanniche organizzate dai Giovani universitari fascisti, la polizia e l’OVRA segnalarono che nell’opinione pubblica si era diffuso il timore di entrare tardi nel conflitto e di non trovare più nessun bottino da spartirsi.
Gli italiani in massa, diceva Mussolini, erano ormai pronti per la gran festa del fascismo.
“Questa è una cosa che ci fa piacere perché dimostra che la stoffa della quale è formato il popolo italiano è solida”, dixit il Duce.
Durante il mese di maggio Roosevelt gli aveva scritto quattro volte pre- gandolo di desistere dall’entrare in guerra, assicurandogli anche l’ap- poggio degli Stati Uniti alle rivendicazioni italiane nei confronti della Francia e dell’Inghilterra.
Il 16 maggio Churchill gli aveva scritto che voleva evitare la guerra con l’Italia.
Ciano sull’argomento parlava a vanvera, il maresciallo Badoglio nel colloquio del 26 maggio, ricordando l’assoluta impreparazione militare del paese fece notare al Duce: “Non abbiamo nemmeno il numero suf- ficiente di camicie per tutti i soldati! È un suicidio”.

Il Re, che comprendeva che il fascismo avrebbe portato alla rovina la monarchia, degli italiani si curava poco; partorì allora due pillole di saggezza a scoppio ritardato: “Si illudono coloro che parlano di guerra breve e facile.
Ci sono ancora molte incognite e l’orizzonte è molto diverso da quello del maggio del 1915”.
In fondo è un momento di gloria inaudito per il maestro elementare di Romagna, ex socialista rivoluzionario.
In quei giorni Mussolini si lasciò andare a confidenze storico-esisten- ziali, di cui si pentirà amaramente qualche anno dopo.
Si vantava che “i tenori e i bassi profondi” della politica democratica internazionale erano venuti tutti, da Chamberlain a Daladier e Roose- velt, a leccare le zampe del plebeo dittatore italiano.
“Molto lustrato da questi signori il mio orgoglio, ma non vi perdetti la testa”, disse il Duce.
Insomma il Caporale di Romagna era arcisicuro che mai come in quel momento aveva “la perfetta consapevolezza delle responsabilità verso i morti e anche verso i vivi”.
La convinzione di essere nel giusto, confidò Mussolini, gli dava tran- quillità. ”La guerra non l’ho dichiarata io, tutto il mondo lo sa e sa anche tutto quanto ho fatto per evitarla: appunto per questo sento più impellente la necessità di parteciparvi, ora che la vittoria si offre a portata di mano”.
Come si vede Mussolini era sicuro che la guerra sarebbe terminata en- tro pochi mesi, la frase “la guerra sarà breve e io ho bisogno di un certo numero di morti per sedermi al tavolo della pace”, è la più sincera delle affermazioni del caporale fascista.

  1. 10 GIUGNO

La macchina della propaganda si mise in moto.
Tutte le corporazioni del paese fecero a gara per esprimere al Duce la loro volontà guerriera.

L’entrata in guerra fu annunciata per il 5 giugno, poi Hitler per ragioni militari lo convinse a spostare la data al 10 giugno, per non dare vantaggio all’aviazione francese, che tentava disperatamente di fermare i Panzer tedeschi.
Secondo Ciano “Mussolini è contento come non mai di comandare la sua nazione in armi”.
Facendo infuriare il Re, il Duce aveva assunto il comando di tutte le forze armate.
Il 10 giugno il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano comunicò il testo della dichiarazione di guerra a André François-Poncet, ambasciatore di Francia.
L’ambasciatore disse a Ciano: “I tedeschi sono padroni duri, non vi fate ammazzare”, dimostrando che i francesi non si aspettavano un simile trattamento da parte italiana.
Poco dopo sarà la volta dell’ambasciatore della Gran Bretagna Percy Loraine, che non batté ciglio.
Questo accadde alle 16:30.
Alle 18:00 Mussolini dal balcone di Piazza Venezia, davanti ad una mol- titudine mobilitata dal partito fascista, entrò finalmente nella storia.
La vetrata si aprì puntuale. Il Duce apparve in divisa nera col berretto a visiera, le spalline e il cinturone. Prima ancora che il silenzio della folla fosse assoluto, con voce bassa e profonda pronunciò quello che rimane il discorso più tragico di tutta la storia italiana contemporanea “Combattenti di terra, di mare e dell’aria, camicie nere della rivolu- zione e delle legioni, uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania ascoltate!
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria, la dichia- razione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bre- tagna e Francia.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente, che in ogni tempo hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.
La parola d’ordine è una sola categorica e impegnativa per tutti: essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano indiano: Vincere!

Popolo italiano! Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”
Cfr. Enzo Collotti, La seconda guerra mondiale, collana diretta da Massimo L. Salvadori, Torino 1983, pagg. 90, 91

Le acclamazioni furono entusiastiche e prevedibili come in un’orgia di ferocia e di rancore a distanza.
Una parte della folla era ovviamente incitata dalla messinscena drammatica e dalla presenza fisica delle milizie fasciste.
Fu uno spettacolo macabro, manipolato, il consenso parolaio e vociante ben presto lasciò il posto alla tristezza.
Scrive Giorgio Bocca: “La gente ascolta in silenzio, qua e là gruppi di plaudatores cercano di accendere l’entusiasmo bellicoso, ma la preoc- cupazione prevale, il silenzio si rinchiude sui loro evviva.”
Cfr. Giorgio Bocca, Storia d’Italia nella guerra fascista, 1940-1943, Milano 1997, pag.143

8.6 Referendum: corruzione in atti giudiziari,per Mister B la separazione della carriera…

Domenica si voteranno i cinque referendum sulla giustizia voluti dalla Lega e Radicali.

Non sono inutili,sono complicati,per addetti ai lavori,difficilmente raggiungeranno il quorum,se non in quei comuni dove,oltre che per il referendum, si vota per il sindaco.

Nei talk show se ne è parlato pochissimo:guerra,sanzioni, crisi economica per i soliti noti, hanno di necessità oscurato i referendum.

Eppure la separazione delle funzioni,la carcerazione preventiva, l’incandidabilita dei politici corrotti sono temi sui quali solitamente ci si sbrana,in tempi normali.

Non in questi tempi,anche se l’accusa di corruzione in atti giudiziari ha riportato timidamente alla ribalta in rapporto fra il cittadino mister B e la magistratura.

Mister B è uno dei più grandi impostori della seconda Repubblica,la carriera di affarista si intreccia con quella di statista e di uomo di mondo.

Si dice che l’ipocrita è silenzioso,mentre l’impostore ama parlare,simulare,vendere,corrompere,plasmare,insomma circuire il malcapitato per i propri interessi.

Senz’altro mister B appartiene a pieno titolo alla fenomenologia dell’impostore, quello che Dante colloca nella decima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno.

La procura di Milano ha chiesto sei anni e mezzo per mister B, accusato di aver pagato le ragazze per mentire sui festini del bunga bunga, dando loro appartamenti e 2.500 euro al mese.

Vecchie cose,certo,ma visto che il Parlamento si fermò per votare che Ruby ( anch’ essa imputata a cinque anni di carcere),era la nipote di Mubarak,la richiesta dei pm milanesi non solo non crede a mister B,ma neanche a quel voto della maggioranza berlusconiana..

Addirittura l’avvocatura dello stato, che è parte civile per conto della presidenza del Consiglio,ha chiesto che mister B risarcisca lo stato con 10 milioni per i danni causati dal “discredito planetario’ verso le istituzioni per i festini di Arcore e bugie seguenti.

Insomma la menzogna regna sovrana,e il vecchio vate dell’Italia liberale certamente non andrà in galera…

Ma se pensiamo che c’erano Forza Italia e amici che lo volevano presidente della Repubblica ci si accorge,se ce ne fosse bisogno,che il grande impostore merita la serie A, solo per il Monza.

Per cui il calvario giustizialista per mister B riguardo al caso Ruby è diventato una barzelletta che non ha bisogno di grandi riforme.

Con buoni avvocati e buoni parlamentari amici,non c’è da abrogare nulla.

Per i referendum abrogativi, allora vige il” facciano loro,magistrati, istituzioni e chi ne sa di più”.

Siamo forse inadeguati,sfiniti dal politichese, assuefatti al maneggio fra le lobbies della magistratura,dello stato,che ci scappa la voglia di interessarci.

Siamo forse la maggioranza,e in questo caso non è proprio un bene che rimanga silenziosa:la realtà è questa.

Certo di fronte alle menzogne di Putin sui massacri in Ucraina,mister B è un santo.

Ma i due erano amici per la pelle e per le palle raccontate.

6.6 Spavaldi, perdenti di successo, annegano nel solipsismo reazionario..

Sono dei perdenti fasulli,quelli che inondano di insulti l’ebreo Zelensky,generalizzando odio verso il popolo ucraino, che secondo loro, dovrebbe arrendersi all’aggressore per salvare il mondo.

Una vasta platea di intellettuali,accademici,giornalisti che giocano a fare quelli che sostenendo Putin,non tradiscono la forza del destino socialista,sono quasi tutti appartenenti alla platea dei garantiti della società borghese.

Questo non vuol dire che la borghesia sia pro Putin e il proletariato pro Zelensky.

Magari,visto che il mondo si è rovesciato, più facile il contrario.

Ma i perdenti che conosco sono quelli che vivono nel tran tran quotidiano di vite dignitose,di normalità di sogni infranti,di nostalgie di comunità che non ci sono più.

Questi comunisti,post comunisti,anarchici per conto proprio,cani sciolti forse da sempre, sono i più alieni dal discettate filo putiniano dei sedicenti “intellettuali cartesiani del “dubito,quindi penso,penso quindi sono” che conferisce loro la capacità di credere che il mondo esterno stia solo dentro la loro testa.

Hanno, i normali sfruttati autocoscienti, la saggezza di chi sa che hanno perso,convinti che il socialismo era una causa giusta, che non avrebbero mai visto.

Per il comunismo passare più avanti.

Invece i laudatores a prescindere del putinismo – stalinismo sono così sapienti ..che non ricordano nemmeno che fu Stalin ad essere soddisfatto del nuovo ordine della guerra fredda.

Fu Stalin a riconoscere il governo Badoglio,fu Giuseppe, uomo d’Acciaio, a porre le basi per la convivenza pacifica che si attuò solo dopo la sua morte.

Le sfere d’influenza ai sovietici andavano bene.

Gli spavaldi detentori di verità storiche ignorano la storiografia.

L’avventurismo nazionalista di Putin sarebbe stato messo al bando dagli stessi stalinisti che pensavano che la ricostruzione dell’Urss nel dopoguerra,passasse per i guerrieri freddi occidentali, che garantivano in patria la continuità dell’antifascismo.

Qui invece siamo al solipsismo di quelli che vanno coi piedi di piombo nel condannare Putin, perché hanno la testa di legno chiodato da ideologie passatiste autoreferenziali: vogliono essere coerenti solo perché non ammettono di aver sbagliato in modo grossolano.

I cartesiani dubitativi di Bucha,dove entomologi delle stragi diffidavano della cruda immagine del massacro perpetrato dai russi,non li ho più sentiti.

Non per chiedere scusa alle vittime della presunta disinformazione,ma almeno alle vittime ucraine.

3.6 “Negli ultimi 20 anni la guerra di classe, l’abbiamo vinta noi”:W. Buffet,tra gli uomini più ricchi del mondo..

Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo, è stato sfacciatamente sincero.

Ha detto che la guerra di classe degli ultimi vent’anni l’hanno vinta i capitalisti, in modo quasi definitivo aggiungo.

La citazione è inclusa in un articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della sera del 25 maggio dal titolo:” La colpa di essere poveri”, una recensione del saggio ” Classi pericolose “di Enzo Ciconte.

Quindi che il capitalismo abbia vinto, non certo una novità, non è la notizia; la buona novella è che non c’è stata nessuna pietà per gli sfruttati,nonostante un secolo di lotte per l’emancipazione.

Tutta la modernità di questo secolo,infatti, si basa sul fatto che l’accumulazione del capitale e dei profitti, a danno della classe povera o proletaria,sia stata considerata una manna dal cielo,un indefinito viaggio verso una pace sociale senza guerra di classe perché il motore del reddito era/è la disuguaglianza.

Una volta finito, perché sconfitto, il mito dell’eguaglianza economica a danno della libertà, la libertà è diventata dal G8 di Genova in poi,in Italia,ad esempio,il partito della libertà, l’esaltazione dell’individualità dove lo spirito animale del capitalismo avrebbe comportato una solidarietà strumentale fra capitale pubblico e privato e una rivalità fra lavoratori che è finita come sappiamo.

Il dato che in Italia i salari negli ultimi trent’anni siano scesi del 2.9 per cento,mentre in Francia siano aumentati del 31 per cento, ci dice quanto il padronato italiano abbia sempre goduto di governi amici.

Si è poi scoperta, allora,da parte dei vincitori l’evangelizzazione, il senso di comunione coi poveri, il senso della carità spacciata per bonus e redditi di supporto estemporanei.

Insomma lavoro precario,bassi salari,morti sul lavoro,in Italia soprattutto,sono diventati effetti collaterali della guerra contro i diritti dei lavoratori.

Pensare che è più facile trovare un compromesso sul non tassare i ricchi vincitori della guerra di classe, che portare serie riforme nella democratizzazione del mercato del lavoro e’ cosa normale in Italia.

La divisione internazionale della forza lavoro,poi, a danno degli emigrati,soprattutto africani, ha voluto dire per milioni di persone carestia e fame,per altri pulsioni di nazionalismi reazionari, beceri populismi filo fascisti, dove gli interessi delle corporazioni hanno prevalso sul capitalismo del welfare delle forze progressite.

Mario Draghi,in un intervento al sindacato CISL per commemorare Ezio Tarantelli ha citato lo studioso ucciso dalle Br il 27 marzo 1985,che soleva dire:” l’utopia dei deboli è la paura dei forti”.

Lo splendido pensiero di rara potenza cristiano marxista viene calpestato ogni giorno da quel capitalismo vincente,che oltre a vendere armi ai narcos e all’Ucraina,alla Russia e all’America, vende la speranza in pillole di saggezza pubblicitaria.

Gli spot pubblicitari sono il presentatarm dei vincenti ai perdenti.

Completamente gratuito

1.6 Storia- La vera guerra patriottica fu quella vs.il Male assoluto…non vs.l’Ucraina….

Brano tratto da 1941Operazione Barbarossa e book gratuito dal 1 al 5 giugno di Pierluigi Raccagni

Il 22 giugno del 1941 alle prime ore del mattino i nazisti invasero l’Unione Sovietica.
La guerra diventò una guerra di sterminio conclamata e autorizzata dalle gerarchie del Terzo Reich.
Tutti si aspettavano la guerra, ma non quella guerra.
In fondo, come abbiamo visto in precedenza, il preludio dello sterminio di massa c’era stato in Polonia fin dal 1939: ora si trattava di mettere in pratica quello che nel Mein Kampf il Signore della morte aveva già delineato con oggettiva precisione e determinazione.
Non c’era solo in ballo lo spazio vitale per fare della Germania un impero che si estendesse dall’Atlantico agli Urali.
Il pericolo era il bolscevismo ebraico, quella miscela di materialismo e capitalismo che era stato il nemico numero uno della concezione nazional -socialista del mondo.
La guerra doveva essere spietata, crudele, abominevole, perché l’uma- nità andava salvata dal cancro della borghesia capitalista dell’Occi- dente, ma anche dai barbari d’Oriente.
“(…) quattro erano gli obiettivi che si intrecciavano l’un l’altro nella concezione della guerra ad oriente di Hitler: Lo sterminio della classe dirigente giudaico-bolscevica dell’Unione Sovietica inclusa la sua radice biologica costituita da milioni di ebrei dell’Europa centro orientale. La conquista di uno spazio coloniale per insediamenti tedeschi nelle zone della Russia ritenuti più fertili.

La decimazione delle popolazioni slave e la loro sottomissione al dominio tedesco nei quattro “commissariati del Reich” (…) retti da viceré tedeschi (…) i compiti affidati a questi commissariati del Reich consistevano nell’estirpare dalle masse slave qualsiasi ricordo del grande stato russo e di ridurre queste stesse masse in una condizione di ottusa e cieca obbedienza nei confronti dei nuovi “padroni”.
La realizzazione dell’autarchia in una grande “area” dell’Europa continentale sottoposta al dominio tedesco e a prova di blocco, rispetto alla quale i territori conquistati dell’Est avrebbero dovuto rappresentare il serbatoio presumibilmente inesauribile di materie prime e derrate ali- mentari”.
Cfr. Hillgruber, op. cit. pag. 79

Un simile programma poteva essere attuato da uomini divenuti automi, o meglio bestie.
Come il nazional-socialismo abbia fatto passare un massacro contro l’umanità per una guerra santa per il futuro dell’umanità, rimane e rimarrà un mistero.
Gli stessi generali della Wehrmacht, che durante la campagna di Polonia, avevano timidamente protestato contro la condotta delle SS e degli Einsatzgruppen, si lasciarono andare alle più teutoniche e mitologiche considerazioni di guerra giusta contro il bolscevismo.
Quando il 30 marzo 1941 il Führer illustrò ai vertici militari il suo proposito di aggredire l’Unione Sovietica, non una voce ebbe da ridire sul carattere bestiale che avrebbe avuto la futura guerra: “Lotta fra due concezioni del mondo, l’una contro l’altra. Giudizio devastante sul bolsce- vismo che equivale a criminalità asociale. Il Comunismo è un pericolo enorme per l’avvenire”, cosi scrisse nel suo diario il capo di Stato Maggiore Halder sintetizzando l’esposizione fatta da Hitler il 30 marzo 1941 (…)”.
Quando poi le cose andarono male scaricarono tutte le responsabilità sul partito nazista di Hitler, anche se il 2 maggio 1941 gli ufficiali superiori della Wehrmacht acconsentirono di affamare 30 milioni di russi per trasferire le scorte di cibo in Germania.

Il ministro dell’agricoltura nazista Herbert Backe aveva chiarito la pianificazione dell’approvvigionamento dell’esercito con questo concetto: “La guerra può essere portata avanti solo se l’intera Wehrmacht nel terzo anno verrà alimentata dalla Russia. Se prendiamo ciò che serve dal Paese senza dubbio milioni di persone moriranno”.
C’era fra le gerarchie naziste una corsa diabolica nel convincere i subordinati che era venuto il momento di salvare il popolo tedesco.
“La guerra contro la Russia è una parte fondamentale per l’esistenza del popolo tedesco”
Così le direttive del Führer furono chiare da subito.
“(…) si vietava la persecuzione legale di tutti gli aderenti alla Wehrmacht, per atti di rappresaglia contro i civili, il 6 giugno 1941 si stabiliva che tutti i commissari politici dell’Armata Rossa in quanto “portatori di metodi di lotta asiatici e barbarici”, dovevano essere liquidati seduta stante”.
Tutti questi elementi contribuirono a conferire alla guerra in oriente un carattere di inusitata duplicità: da un lato si trattava di una guerra ideologica contro il comunismo, per cui chi muoveva all’attacco contro l’URSS si sentiva, da un certo punto di vista, un crociato; dall’altro canto, e in misura certamente non inferiore, si trattava di una guerra di conquista coloniale nello stile del XIX secolo, per quanto diretta contro una delle grandi potenze europee e mossa da consueti propositi di pre- dominio.
Cfr. J. Fest. op. cit. pag. 798

D’altronde il discorso di Hitler del 30 marzo del 1940 (che abbiamo vi- sto in precedenza), è un programma che non lascia dubbi sulla consi- stenza della guerra a partire dall’Operazione Barbarossa.
È bene ribadirlo ancora una volta, per evitare parallelismi artificiosi fra teoria marxista e sub-cultura nazional-socialista.
Disse Hitler: “Si tratta della lotta di due concezioni del mondo. Il giu- dizio sul bolscevismo non può essere che di distruzione del bolscevismo, il quale è da considerare alla stregua di un crimine contro la società. Il comunismo costituisce un tremendo pericolo per il futuro e noi dobbiamo rinunciare, nei suoi confronti, all’atteggiamento cavalleresco….

Completamente gratuito dal oggi al 5 giugno.

30.5 La storia sono loro: donne russe e ucraine unite vs. la guerra…

Due piccole storie,per noi che guardiamo. Due storie vere,con nomi di fantasia,per rispetto della privacy.

Prima short story

A Natascia,nome di fantasia, che vive da noi,muore la madre che viveva a Mosca da sempre.

Natascia,un mese fa,si reca nella capitale e parla con la sorella Irina,docente di storia.

Che le dice tranquillamente che è stata convocata dal preside ,che le ha consigliato di parlare agli studenti del suo corso di storia dell’operazione speciale.

La prof.Irina,nome di fantasia,si rifiuta dicendo che non è corretta né educativa la propaganda di guerra somministrata ai ragazzi,nel nome del nuovo Zar.

Viene sospesa,con la promessa che se non si ravvede, potrà essere incarcerata per attività cospirativa contro lo stato.

Natascia non si stupisce,ma quando Irina le comunica che ormai in Russia c’è sempre meno libertà di espressione,come ai tempi di Breznev,le viene in mente che tornare in Occidente è la cosa da fare.

Storiella breve, che non è una balla,considerato che mettere gli intellettuali all’indice è prassi dell’amministrazione Putiniana reazionaria vetero stalinista, fisiologica dai tempi del dispotismo di Pietro il Grande.

Insegnare che la guerra è una cosa giusta non è nelle corde di migliaia di prof.russi,che si adeguano per avere il loro pane quotidiano.

Santoro,Orsini, & Kompagni di merende dovrebbero tenerselo in mente ogni volta che parlano delle colpe dell’Occidente che senz’altro ci sono,anche se con loro das Kapital è stato fin troppo generoso.

Nessun preside a scuola mi ha mai detto cosa insegnare di storia e filosofia: per me non è un dettaglio.

Così è inevitabile che l’odio seminato anche fra le giovani generazioni, non si fermerà fino a quando il bagno di sangue non troverà una soluzione,qualunque,per fermare la guerra, e iniziare il rancore infinito fra le parti.

Non mi chiedete come insegnano la storia in Donbas,le scuole lì sono chiuse.

Seconda short – story

Olga,nome di fantasia,di nazionalità Ucraina,mia conoscente da un mese a questa parte vive male.

Il figliolo più grande,Ivan,nome di fantasia,portato dalla madre in Italia dal Donbas nel 2014, dopo lo scoppio della guerra, è ritornato al paesello,per arruolarsi come volontario per combattere i russi.

Olga,che a volte è presa dallo sconforto perché per metterlo al sicuro in Occidente ha dovuto lavare più pavimenti che lacrime, è stata insultata ferocemente su Fb da italiani de sinistra: nazista è stato il più colto dei commenti.

Ivan non è nazista,Olga nemmeno,anzi i nonni erano fieri di aver partecipato alla guerra patriottica.

Fine: la storia sono loro

Immagini di repertorio

27.5 La tragedia della lotta armata ridotta a pagliacciata:” guerriglieri” che ragliano…

Quelli della band P38 che il primo maggio hanno osannato le Br in quel di Reggio Emilia sono stati cancellati dal calendario di ulteriori performance.

Dovevano esibirsi al circolo Magnolia di Milano oggi 27 maggio,ma la stella a cinque punte, l’apologia del delitto Moro,i volti mascherati hanno fatto sì che gli organizzatori della serata sospendessero il concerto.

La Digos sta indagando sull’accaduto,ma al di là del cattivo gusto e di qualche denuncia non si può andare.

I suggestionati,con decenni di ritardo dal mito della guerriglia brigatista,che in Italia,non dimentichiamolo,a differenza della Germania o Francia ha avuto un seguito di massa,in fondo fanno un brutto spettacolo.

La cosa più misera e’ che,pare,durante lo show venivano pure vendute magliette e gadget sulla lotta armata.

Giorgio Bocca scrisse che c’erano più aderenti alla lotta armata negli anni settanta,che all’inizio della lotta resistenziale nel 1943,Sergio Zavoli con la notte della Repubblica ne spiegò le ragioni storiche,Francesco Cossiga voleva concedere pure l’amnistia..

Insomma tutt’altro che un rozzo spettacolo di pessimo gusto può ricordare quelle vicende,né in senso critico, né in senso culturale, né in nessun senso.

C’è da chiedersi piuttosto perché l’ingiustizia sociale,lo sfruttamento,il fascismo latente,il golpismo strisciante di una parte della classe dirigente italiana abbiano partorito un fenomeno che ha coinvolto un periodo di dieci anni della mia/ nostra esistenza.

Consiglierei agli appassionati del C’eravamo tanto armati di andare a vedere Esterno notte di Marco Bellocchio,imparerebbero a rispettare il passato,che non può passare solo in deliri da osteria.

1940 – Storia-La guerra dei caporali nazifascisti: promemoria per pacifisti filo putiniani

Brano tratto dall’ebook 1940 la guerra dei caporali nazifascisti di Pierluigi Raccagni completamente gratuito dal 24 maggio al 27

IL BELGIO

L’esercito belga al 10 maggio contava 650.000 uomini che la mobilitazione generale avrebbe dovuto portare a 900.000. Su 18 divisioni di fanteria solo 6 facevano parte dell’esercito permanente. C’erano anche due divisioni di cavalleria motorizzata, niente mezzi corazzati, una manciata di caccia.
In quel bellissimo e disgraziato giorno del 10 maggio, mentre in Olanda e in Francia si era già scatenato l’inferno nazista, l’esercito belga era così posizionato: Quattro divisioni sulle posizioni di copertura e dodici divisioni sul canale Alberto.
Il che voleva dire una cosa molto precisa.
Che i belgi volevano mantenere la propria autonomia di movimento contro l’aggressione tedesca, perché il canale Alberto copriva tutto il territorio nazionale.
Il generale Van Overstraeten, si era opposto con fermezza a che l’eser- cito belga fosse subordinato ad un esercito straniero.
Questa orgogliosa rivendicazione della propria sfera d’influenza, og- gettivamente, favorì le truppe naziste.
La strategia di Van Overstraeten, principale consigliere militare del Re del Belgio Leopoldo, fu considerata quella di un “cattivo genio” della campagna del 1940.
A favorire Hitler fu l’elemento di divisione politica degli Alleati.
Il nostro Overstraeten era fermamente convinto che non era intenzione dei tedeschi colpire direttamente il Belgio, ma annientare e distruggere le forze franco-britanniche che si fossero posizionate in territorio belga. Era convinto che gli Alleati, pertanto, non avrebbero difeso completa- mente il Belgio.
Era altresì sicuro che avrebbero fatto immolare l’esercito belga per difendere le loro posizioni lungo il fiume Dyle.
È per questo motivo che permise a ufficiali inglesi e francesi solo di ef- fettuare delle ricognizioni sulle posizioni che volevano occupare in ter- ritorio belga, in caso di attacco tedesco.
Il malinteso fu un fatto grave per tutti coloro che si opponevano alla barbarie nazista.

Denotava che il fronte antifascista c’era, ma non era compatto perché pure il Belgio si attendeva che i nazisti si fermassero prima di conquistare tutto il regno di Leopoldo.
Anche i francesi e gli inglesi, in fondo, nel 1939 si aspettavano che Hitler si fermasse in Polonia.
La pavidità di Monaco di fronte alle belve naziste era dura a morire. Quello che fece esultare Hitler fu dunque la sbagliata valutazione alleata che in Belgio ci si trovava davanti alla direttrice principale dell’attacco tedesco.
Quindi la frittata era fatta.
I belgi, certi di un attacco tedesco nelle Ardenne, non intendevano impegnarvisi perché, come abbiamo accennato, non volevano indebolire le proprie forze.
Sempre il nostro generale Van Overstraeten, che diventerà a torto un capro espiatorio della cattiva condotta della guerra, ma che non fu certamente il solo a non comprendere la sostanza della questione, riuscì a esplicitare le sue intenzioni ai comandi francesi.
Disse loro che i belgi avevano intenzione di ritirarsi in buon ordine dalle Ardenne, distruggendo strade e ponti che portavano in Francia. Così i belgi partirono senza attendere i francesi …
L’incidente di percorso avvenne nel momento in cui 1.800 carri armati tedeschi, procedendo lentamente nelle Ardenne, si ammassarono per sfondare.
Non appena spuntò l’alba dell’11 maggio, a infrangere la resistenza dei reparti speciali belgi dei Cacciatori delle Ardenne ci pensarono i panzer di Erwin Rommel.
Si ritrovarono sul suolo francese a Nord di Sedan, un nome che rievocava brutti pensieri ai francesi.

  1. EBEN EMAEL

Alle 03:30 del mattino partendo da Colonia i tedeschi portarono 41 alianti con 363 uomini che catturarono 1.200 uomini e misero fuori combattimento una delle migliori fortezze anti-tedesche d’Europa.
Nella notte fra il 10 e l’11 maggio, 80 uomini del genio tedesco vennero portati in aliante sulla sommità della fortezza.Dopo aver attraversato con zattere pneumatiche una zona allagata a protezione del forte, i corpi speciali deposero delle mine ad alto potenziale nelle singole torrette.
Utilizzarono dei lanciafiamme contro le feritoie di tiro, gli assalitori misero fuori uso posti d’osservazione e armamenti.
Per impedire contraccolpi da parte belga il resto del contingente tedesco, formato da paracadutisti, scese nelle vicinanze del forte con la co- pertura degli Stukas.
Vi furono anche dei corpi a corpo fra truppe belghe e tedesche: la bandiera bianca dei belgi mise fine alla grande fortezza alleata.
Il 10 maggio fu uno dei momenti più felici della vita del nostro imbianchino boemo, la ciliegina sulla torta fu senza dubbio la presa del forte di Eben-Emael.
La caduta del forte significava che nel giro di trenta ore le truppe tedesche avevano mandato a gambe all’aria la difesa del Canale Alberto e tutta la strategia difensiva di Gamelin.

Completamente gratuito dal 24 maggio al 27

23.5 Anniversario – I nostri eroi sono quelli lasciati soli vs. le mafie,anche di stato….

Nel trentesimo anniversario della strage di Capaci del 23 maggio del 1992,in cui persero la vita il giudice Falcone,sua moglie e la scorta,per opera della mafia,le istituzioni e l ‘opinione pubblica celebrano la ricorrenza con la giusta solennità.

L’attentato allo stato di diritto fu portato in stile colombiano da Cartello di Medelin.

Sulle collusioni e i depistaggi che poi coinvolsero la strage di via D’Amelio il 19 luglio dello stesso anno del giudice Borsellino, l’inchiostro scorre ancora a fiumi.

Fu tentativo di colpo di stato mafioso reazionario?

Riina,Provenzano,Badalamenti passati a miglior vita,ma Messina Denaro ancora latitante:il gotha del golpismo mafioso è quasi stato debellato.

Ma, poi, così,apri il giornale e impatti in una notizia di mafiosita’ normale che ti dice quanto siamo lontani dalla libertà che invochiamo come bene supremo di democrazia.

Vincenzo Palmisano,64 anni,giornalista che da una vita combatte vs.i Casalesi non scrive più.

Non trova un quotidiano che gli dia uno spazio minimo di democrazia e legalità.

Scriveva sul Corriere di Caserta.

A forza di indagare sugli intrecci fra camorra,politici,borghesia per bene con le tasche piene di collusioni mafiose,ha così rotto le scatole che non trova un ‘anima pia che gli dia lavoro.

Così contro i clan distribuisce volantini,come nei gloriosi anni che furono.

La cosa che mi ha colpito e’ che il giornalista licenziato su pressione dei boss, dice che ogni mattina si veste bene,” perché se devono ucciderlo,lo devono trovare in ordine.”

È ovvio che per età e frequentazioni mi venga in mente Mauro Rostagno trucidato a Trapani da Cosa Nostra,Peppino Impastato,e poi Giancarlo Siani e non so quanti ancora che non si sono piegati a ricatti e hanno scelto la libertà.

Se pensiamo che pure i leoni da tastiera si sentono eroi vs. i nazisti di Azov,mi viene da piangere per la miseria in cui sguazziamo quando la lotta alla mafia viene lasciata alla retorica.

Il coraggio ,soprattutto nel Sud, di chi si contrappone alle mafie è un vero esempio virtuoso di lotta per la democrazia e la libertà.

Quando c’è da discettare su guerre lontane sono tutti pronti a lanciare sfide nobili e imperdibili a favore del prossimo lontano.

Quando in Italia si sente puzza di minaccia mafiosa pure le autorità politiche(?) preferiscono stare in Europa, così che il “nemo profeta in patria”abbia un senso.

Roberto Saviano ha avuto più diffamazioni dal fuoco amico,che dalla camorra che lo voleva ammazzare.

A trent’anni dalle stragi di mafia di Falcone e Borsellino raggegnarsi che la lotta alla mafia sia ancora appannaggio di eroi solitari rende la guerra alla mafia una giusta guerra.

La pace non è solo un sogno irraggiungibile, l’onestà intellettuale,la coerenza,il rispetto degli altri valgono molto di più delle considerazioni di idioti sedicenti analisti di guerra esotici.

Ciaoooooo

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