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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

Day After – Solita retorica governativa degli ultimi dieci anni : il profitto rende liberi

Un primo maggio di lavoro per i crumiri del governo e della maggioranza che avevano disertato l’aula per approvare il Def .

Si sono rifatti cercando un contenuto dialogico e condiviso con i sindacati.

Fumo negli occhi,chiacchiere a go go,e poco altro se non più precarietà per i lavoratori in generale più poveri.

L’ultimo paese per salari in Europa,con una condizione di lavoro schiavistica in tante regioni d’Italia,che nel primo articolo della Costituzione antifascista recita che la Repubblica è fondata sul lavoro,ha trovato finalmente un governo che parla chiaro: lo sfruttamento rende liberi.

Da una parte l’aumento del welfare per non lasciare indietro i più disagiati,i più malati,i più soli è il manifesto pop di ogni buon governo.

Compresi quelli di centro sinistra,scontato.

La propaganda governativa al grande taglio del cuneo fiscale, con tanto di show sul paternalismo verso i più deboli, è patetico e insieme una parodia di riforma del lavoro.

Solo che il governo,che lavora pure il primo maggio,ha già lasciato indietro quello che poteva; la sua politica del solito tirare a campare reazionario e nazionalista ha messo in discussione addirittura l’essenza del Primo Maggio: la lotta alle ingiustizie sociali.

In fondo se non fosse per le continue provocazioni vs. le conquiste di operai e contadini nel corso del secolo scorso ( 25 aprile, 1 maggio), per il resto simula un liberismo fatto di mance,bonus,familismo da difesa della razza,tipo tassa sul celibato.

Poca roba,dai, anche se le previsioni sul PIL sono buone,lo spread è calato,la produzione tiene bene e c’è il taglietto fiscale fino a dicembre.

Pure Mussolini instaurò un Welfare statale che voleva coprire pensioni,infortuni,asili,scuole: l’analfabetismo rimase record,lo sfruttamento feroce,i privilegi dei gerarchi da vomito

Quasi,quasi viene da pensare che anche ieri primo maggio, Fdi e compagni di merende abbiano abbracciato,al di là della facciata, il vecchio e onnipresente motto andreottiano : meglio tirare a campare,che tirare le cuoia.

Se poi nella giornata della Festa del lavoro si vuole abolire pure il reddito di cittadinanza,qualcuno indietro rimarrà sempre più povero.

Niente problemi: salario minimo,taglio vero del cuneo fiscale,lotta ai privilegi di chi ha troppo,rilancio di sistemi di produzione ecologica, investimenti sulla sanità,conversione dei contratti a termine a tempo indeterminato…ciao bella.

28.4 Trionfa la sontuosa ignoranza degli scontenti acculturati: si giudica,senza voler essere giudicati.

E chiamata questa l’epoca dello scontento,e riguarda psiche e cultura in tutti i ceti .

Difficile trovarsi in sintonia con il prossimo, al massimo ti crei delle identità da tribù primitiva dove i simboli del riconoscimento. comume sono scarpe,auto telefonini paccottiglia in generale,immondizia da volontà di potenza per la maggioranza silenziosa dei consumatori.

Scrive lo studioso di studi classici Carandini,che il Dio morto della rivoluzione industriale è stato sostituito dal Dio di ogni desiderio illimitato,e questo non è argomento secondario.

Si, è vero, certa cultura è avversa alla modernità come sinonimo di decadenza,un classico del pensiero filosofico fin dai tempi di Platone che era scontento del governo democratico che aveva mandato a morire il suo maestro Socrate.

Ma qui non c’è nessuna dicotomia ideologica.

Mentre si discetta se è meglio un grillo fritto che un gamberetto,una parte del mondo ha sete di acqua pulita: la condizione generale dei consumi non permette di occuparsi del mangiare e del bere come condizioni naturali di vita.

È sempre stato così,sentenzia la sontuosa predizione deterministica degli uomini del fare .

E facebook,orribile ed inevitabile oggetto di comunicazione,trova followers in milionari influencer che hanno da dire più del Papa.

Non solo.

Giudicare senza essere giudicati,pretendere dagli altri quello che non si è e si dà è luogo comune di una banalità da cultura di massa,che parte dalla amministrazione dei sentimenti da parte degli acculturati benestanti.

Questi non hanno mai sbagliato,non hanno un dubbio,mietono certezze senza prendersi responsabilità.

Blaterano che accontentarsi di una vita normale è da mediocri,rievocano i bei tempi di quando eravamo tutti più poveri, ( loro no),per cui ci si accontentava di poco.

Pasolini e la scomparsa delle lucciole, oppure Pietro Citati che nei mille colori dei gelati consumati dai giovani di ogni ceto seduti sulla scalinata di piazza di Spagna, vedeva l’integrazione risolta fra centro e periferia, avevano già compreso che l’omologazione crea scontento per le classi agiate.

Gelato per tutti in centro, gente dei Parioli e burini….omologazione del saper vivere.

Oggi frustrazione,accidia,invidia,accompagnano lo scontento per qualcosa che non si sa definire: per andare in Paradiso però basta un app giusta per la roba giusta.

Siamo nati per soffrire e ci siamo riusciti,ma essere eternamente scontenti,senza ribellione etica, fa diventare abitanti di una parte del pianeta lamentoso per eccessivo benessere.

L’altro può morire di guerra,fame,e malattie.

26.4 Celebrata la Festa della Liberazione: ma ci vuole quotidianità antifascista….

25 aprile 2023: quasi tutti antifascisti.

Ora e sempre resistenza l’ ha dovuto ribadire il Presidente della Repubblica.

La manifestazione di Milano è stata possente e unitaria come non mai.

La presidenza del Consiglio, con tanto di lettera al Corriere e la seconda carica dello stato all’altare della Patria, vari parlamentari e ministri di governo hanno presenziato alle scadenze istituzionali stando attenti a dichiararsi antifascisti per sempre.

Di fatto hanno dovuto fare marcia indietro rispetto al sozzume partorito alla vigilia della Festa,soprattutto da Ignazio La Russa,ex sanbabilino,che poi è andato a Praga perché in Italia ci sono troppi antifascisti.

La liturgia della Festa della Liberazione,che per alcuni rimane una festa comandata della sinistra, non può essere necessariamente una festa condivisa.

La guerra civile dal 1943 al 1945, ripresa dallo stragismo degli anni settanta da parte dei residuati della Repubblica sociale che inneggiavano all’italianità filonazista,le ambiguità del liberalismo alla Berlusconi, l’ipocrisia di Fdi che abiura il nazifascismo per salvare la faccia, pesano non solo su una giornata particolare, ma su tutta la cultura democratica della connivenza.

Licio Gelli,Valerio Borghese,la Cia,eminenze vaticane,fortemente anticomuniste,tanto per fare un esempio,hanno sempre visto la antifascismo solo come anticamera del comunismo.

Inutile fare finta di niente,questi volevano ammazzare comunisti, socialisti, democratici che non accettavano la sopravvivenza delle bande reazionarie e fasciste pure negli anni settanta, come dichiarò apertamente il principe Valerio Borghese.

È nella normalità ,dunque, che bisogna essere coerenti con quei valori chi ha dato,donato,seminato le idee di progresso come il movimento resistenziale.

La Resistenza è stato un fenomeno mondiale: la seconda guerra mondiale fu guerra civile mondiale fra chi stava con il Reich nazista,il Giappone militarista, l’Italia di Mussolini, la Francia di Laval, e chi stava con Churchill,Stalin,Roosevelt,Mao etc.

Anche ucraini e russi stanno combattendo una guerra civile e nelle manifestazioni di ieri le bandiere dell’Ucraina non erano molte.

È qui la festa?

Si, l’ha riconosciuto pure Gianfranco Fini, chiedendo in via indiretta alle Meloni perché non si dichiara antifascista.

Se la Resistenza vuol dire infatti uguaglianza, solidarietà,attenzione ai diritti civili,accoglienza dei migranti allora il 25 aprile rimanga una festa laica,popolare,e pure trasversale.

L’articolo 3 della Costituzione per cui tutti i cittadini sono uguali per razza,religione,sesso,condizione sociale e ‘il fondamento sacro dello stare assieme.

Tutto il contrario dei disvalori fascisti,che discriminavano assieme ai nazisti ebrei,neri,omosessuali,poveri cristi contadini e operai.

Teniamolo a mente tutti i giorni.

Se no il 25 aprile rimane una data buona per un ponte pre- estivo.

25 aprile- Insurrezione generale: lotta di popolo armata vs.i criminali nazifascisti

da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta vol.II, di Pierluigi Raccagni

La Direttiva n.16 del PCI, redatta da Luigi Longo e pubblicate sulla “Nostra lotta” erano una sentenza definitiva sul nazi – fascismo in Italia che non lasciava spazio a nessuna apertura diplomatica.

Nel documento, dopo un incitamento “all’assalto finale”, venivano indicate norme precise di comportamento per i militanti comunisti arruolati nella resistenza:

“Predisporre vere e proprie azioni insurrezionali;

iniziare gli attacchi in forze ai presidi nazifascisti e spingere a fondo la liberazione di paesi, vallate e intere regioni;

sviluppare azioni più ampie nelle città per la liquidazione dei posti di blocco, di sedi fasciste e tedesche, di commissari di polizia;

avviare lo sciopero generale insurrezionale”.

Nella seconda parte del documento si specificava la condotta da tenere davanti ad ogni forma di attendismo.

Era questa una sezione decisiva, che mandava praticamente a monte i tentativi dei moderati e degli Alleati di una consegna soft dei pieni poteri nelle mani delle armate inglesi e americane:

“…per nessuna ragione il nostro partito e i compagni che lo rappresentano in qualsiasi organismo militare o di massa, devono accettare proposte, consigli, piani tendenti a limitare, a evitare, a impedire l’insurrezione nazionale di tutto il popolo.

Ma se, nonostante tutti i nostri sforzi, non riuscissimo, in simili casi, a dissuadere i nostri amici e alleati, noi dobbiamo anche fare da soli, cercando di trascinare al nostro seguito quante più forze possibili ed agendo sempre, però, in nome del CLN e sul piano politico dell’unione di tutte le forze popolari e nazionali per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti e mettendo bene in chiaro che con la nostra attività noi ci proponiamo affatto degli scopi e degli obiettivi di parte…..”.

Cfr. Gianni Oliva, I Vinti e i Liberati, Milano 1994, pag.544.

Di fronte all’iniziativa di Mussolini di trovare in extremis una soluzione politica anche attraverso la mediazione della Chiesa, tramite l’Arcivescovado di Milano, il 12 aprile il CLNAI ribadiva che non era possibile nessun compromesso e ordinava al Corpo Volontari della Libertà di “procedere alla cattura di Mussolini, Pavolini, Graziani, Zerbino, Vidussoni, Ricci e altri tredici gerarchi del direttorio fascista”.

Il partito comunista, che controllava almeno il 40 per cento delle forze armate partigiane, ebbe un’importanza determinante nel non trattare coi fascisti.

Ma bisogna dire che anche il partito d’azione e i socialisti erano pronti per l’insurrezione finale.

Così come all’insurrezione non si opposero democristiani e liberali.

MUSSOLINI ULTIMO ATTO

I fascisti e i nazisti comprendevano benissimo che le strade da prendere erano solo due: o l’annientamento, dopo una difesa disperata, oppure la resa senza condizioni.

Benito Mussolini, che ormai diffidava di tutti, aveva confidato alla moglie il desiderio d’incontrare il Cardinale Schuster di Milano, parlando con la sorella aveva accennato alla difesa del ridotto della Valtellina con la volontà di morire sul suolo italiano.

L’idea di chiudere la grande epopea fascista, andando in Svizzera, certamente non lo allettava.

Ma lasciava le porte aperte a qualsiasi soluzione.

Non aveva più niente da perdere.

Il 17 aprile alle ore 21 Mussolini arrivò a Milano con un piccolo seguito e un distaccamento tedesco, fissando la sua residenza alla Prefettura di corso Monforte.

Le notizie che provenivano da Bologna mettevano i circoli fascisti di Milano in uno stato d’angoscia opprimente.

Iniziava lo squagliamento delle forze Repubblicane.

I pareri erano fortemente discordi, come è normale nei casi dove all’interesse generale della patria si contrappone l’interesse personale di salvare la pelle.

Mentre l’esempio nazista, che trasformava ogni città in fortezza, aveva portato alcuni estremisti come Barracu ad immaginare di fare della capitale lombarda, “l’Alcazar del fascismo”, trasformando il palazzo della prefettura e gli adiacenti edifici in bunker, altri, come Pavolini, insistevano sulla Valtellina che lui stesso aveva ispezionato pochi giorni prima.

Non c’era il clima che aleggiava nel bunker di Hitler, dove al personale veniva consegnata una compressa di cianuro e dove Hitler con signora si apprestavano al suicidio.

Nel contempo, tanto per dimostrare la sua volontà di trattare anche coi socialisti, dava incarico a Carlo Silvestri, (un giornalista socialista confinato ai tempi del delitto Matteotti, perché aveva scritto come il capo fosse complice del delitto), passato poi alla repubblica di Salò, di cedere la repubblica allo PSIUP, con la speranza che questi difendesse la socializzazione delle forze produttive, attuando il piano di riforme sociali previsto dal Congresso di Verona.

La soluzione era sconcertante.

Mussolini voleva dimostrare a tutti i costi che lui era ritornato Repubblicano e socialista: Riccardo Lombardi e Valiani respinsero sdegnati la proposta portata da Silvestri.

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Si arrivò così al famoso incontro dell’Arcivescovado fra Mussolini e gli esponenti della resistenza, unico serio tentativo di negoziato da parte della Repubblica sociale.

L’incontro era stato organizzato dall’industriale Gian Riccardo Cella, che aveva acquistato il Palazzo e i macchinari del Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini.

Il Duce lasciò il cortile della Prefettura in Monforte il giorno 25 aprile, il Cardinale gli aveva inviato una vecchia limousine che lo accompagnasse.

Il generale Graziani venne invitato all’incontro un po’ più tardi.

Alle 3, 30 ebbe luogo una specie di riunione del Comitato di
Liberazione nazionale, nel quale il generale Cadorna, Marazza e
Lombardi furono designati a trattare coi fascisti.

I tedeschi intanto avevano promesso di arrendersi alle 17,00.

Mussolini, quando arrivò al palazzo arcivescovile, fu ricevuto da solo dal cardinale Schuster che, con grande gentilezza paragonò Mussolini a Napoleone, regalandogli anche un libro su S. Benedetto.

Come annoterà poco dopo il Cardinale nelle sue memorie, ad un certo punto Mussolini disse che il suo programma comprendeva

“…due parti e due tempi diversi. In un primo tempo, domani l’esercito e la milizia Repubblicana verrebbero disciolti: egli poi si sarebbe ritirato in Valtellina con una schiera di tremila camicie nere”.

“Forse saranno un po’ di più, ma non di molto. Non mi faccio illusioni”.

Cfr.W. Deakin, opera cit. pag.787

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Bisogna ricordare a questo punto che sugli ultimi giorni di vita di Mussolini quasi tutte le fonti sono memorialistiche e anche discordanti e contradditorie.

Ma su alcune circostanze storici e studiosi di parti avverse comunque concordano.

Uno dei punti unificanti è il senso di quello che successe in Arcivescovado.

Mussolini in Arcivescovado venne a trovarsi veramente solo in senso politico e umano.

Il cardinale Schuster e monsignor Bicchierai erano al centro di colloqui e segreti sondaggi che da mesi intercorrevano fra gli Alleati, i partigiani, i fascisti e i tedeschi.

Mussolini si illudeva di essere ancora una volta in grado di dettare delle condizioni.

Il colloquio preliminare del 25 aprile in Arcivescovado fra il Cardinale e Mussolini, però, rivelava già che, al di là delle apparenze, il Duce era un “uomo inebetito dall’immane sventura”, come scrisse poi Schuster.

Alle 18 finalmente arrivarono i membri del comitato.

L’accoglienza del Cardinale fu cordiale.

Furono introdotti immediatamente nel salotto.

Attorno al tavolo, accanto a Mussolini, come a fargli coraggio prese posto Schuster, Cadorna prese posto dirimpetto con Lombardi e Marazza.

Seguivano poi Barracu, Graziani e Bassi.

La conversazione all’inizio non andò malissimo per il Duce.

Quando Marazza disse che “aveva soltanto da chiedere una resa senza condizioni”, il Duce rispose che l’avevano ingannato perché gli avevano assicurato che le famiglie dei gerarchi si sarebbero potute radunare a Varese e le truppe concentrare in Valtellina.

Marazza rispose che queste erano le modalità dell’accordo dopo che fosse stata accettata la resa.

Gratuito per il 25 Aprile

21 .4 – Verso il 25 aprile: guerra civile e “storia morale della Resistenza”.

Brano tratto da ” 1943 l’ Asse si spezza, la guerra è persa”,da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta Vol. II di Pierluigi Raccagni

Gratuito dal 21 al 25 aprile,nuovo

1943 LA GUERRA CIVILE

Dopo l’8 settembre e dopo il costituirsi della Repubblica di Salò, la catastrofe italiana si trasformò in guerra civile. Non è in queste pagine però che si può parlare del fenomeno resistenziale italiano nei suoi molteplici aspetti.

La dizione di “guerra civile”, e non resistenza con le sue varie distinzioni, è ormai entrata nel linguaggio storico.

Prima “la guerra civile” era un’espressione che veniva usata da ex – fascisti, neofascisti e reazionari per indicare in termini provocatori una situazione di fatto.

Grazie all’opera di Claudio Pavone, “Una Guerra civile , saggio storico sulla moralità nella resistenza”, sintesi veramente grandiosa di decenni di ricerche storiografiche, la resistenza in Italia si è liberata anche da interpretazioni negazioniste, ( a parte qualche furbesca interpretazione italiana contro la Resistenza molto in voga in questi ultimi anni), da parte dei vinti e retoriche da parte dei vincitori.

Pavone, nel suo libro, divide il periodo che va dal 1943 al 1945 in tre capitoli centrali che prendono il titolo di guerra patriottica, guerra civile, e guerra di classe.

Le chiavi di lettura della tragedia italiana sono le chiavi di lettura di avvenimenti diversi, di stati d’animo, di scelte esistenziali, politiche, culturali che hanno attraversato l’anima o la pancia del popolo italiano in quel periodo.

Indubbiamente la resistenza proiettava gli italiani nel “nuovo”: la ricerca di nuovi valori era la sostanza dell’azione antifascista.

Chi si opponeva ai “ribelli”, senz’altro con coraggio e credo politico era comunque ancorato alla tradizione fascista, a quei valori di patria che si identificavano con il Duce, con la sua demagogia, con il suo trionfalismo di facciata e di parata.

Non si può omettere però che quella posizione poteva anche essere considerata sincera:

Scrisse un Repubblicano fascista, come riporta Romano Battaglia in “Storia della resistenza”, che si sentiva parte di una“Gioventù di ferro”, ma non era mai stato fascista,come si intende generalmente. Eppure aveva combattuto volontario, una guerra che chiamiamo fascista, partecipando così all’ultimo periodo di questa guerra, con alle spalle un tricolore, con l’emblema del fascio dentro.

L’armistizio Badogliano, in tutta la sua manifesta ambiguità, aveva cancellato, secondo i neofascisti Repubblicani, quei valori per cui altri soldati avevano versato il sangue:

“Avevo vent’anni e pensavo che una guerra si può anche perdere, ma che si deve perderla con onore: che non si passa da una trincea all’altra dall’oggi al domani, che non si tradiscono i morti per ingraziarsi i vivi che vincono, che non si tradisce la parola data; che non si può dire a chi ha creduto in una causa e per essa si è battuto,

“ abbiamo scherzato, mettiamoci da questa parte”.Non era più questione di fascismo e antifascismo, di re o di Duce, ma solo questione d’Italia”.

Cfr.Gianni Oliva, Vinti e liberati, op.cit. pag.168

Onore, patria, rispetto, fedeltà alla parola data, odio verso il nemico tedesco, odio verso i collaborazionisti: la resistenza in Italia e in Europa diventerà guerra civile europea.

19. 4 – Verso il 25 aprile- Roma: Resistenza,Fosse Ardeatine, Liberazione

Brano da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta vol II di Pierluigi Raccagni

La resistenza romana, aspettava l’arrivo degli Alleati, ma non era stata con le mani in mano: azioni di guerra, sabotaggi bombe a mano contro i posti di blocco tedeschi e fascisti, erano stati numerosi.

Il 10 marzo del 1944 un corteo di fascisti che ritornava dalla commemorazione dell’anniversario della morte di Giuseppe Mazzini fu attaccato da gruppi di partigiani con bombe di mortaio e colpi di mitra in via Tomacelli al quartiere Prati.

Fino ad arrivare al 23 marzo alle 15,30. Una colonna di SS del battaglione Bozen imboccò Via Rasella.

Dentro ad un carretto della spazzatura un finto spazzino appartenente ad un gruppo dei Gap, che aveva organizzato l’attentato, piazzò una bomba che uccise 26 SS, 60 furono i feriti.

Era un attentato che nazisti e fascisti non potevano tollerare. Il generale Kurt Maelltzer, comandante della piazza di Roma, chiamò al telefono il quartier generale di Hitler e ricevette tramite il generale Jodl l’ordine del Fṻhrer di fucilare cinquanta italiani per ogni tedesco ucciso.

Kesserling, informato dell’attentato, fu come al solito più razionale e meno esagitato dei suoi camerati: siccome non c’erano nelle carceri 1.500 italiani da trucidare si sarebbero fucilati 10 italiani per ogni soldato tedesco. Scrive Giorgio Bocca:

“(…) la rappresaglia è anche figlia della paura: il comando tedesco ha scambiato l’attentato di via Rasella per l’inizio di una rivolta popolare da soffocare immediatamente nel sangue. A tarda sera Kappler (a cui era stata delegata da Kesserling la compilazione della lista, (n- d.a), siede alla macchina da scrivere per compilare, personalmente, il fatale elenco.Ci mette subito tutti gli ebrei che sono in carcere e poi gli “ antifascisti ariani” riflettendo almeno tre volte su ogni nome (…)”.

Cfr. Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Milano,1995, pp.289,290.

L’esecuzione di massa vide la morte di 335 uomini e ragazzi, (nella lista il questore fascista Caruso, tanto per non sbagliare ne mise di più), appartenenti a tutte le classi sociali e presi a caso fra gente comune e ladri di biciclette finiti a Regina Coeli.

Siccome erano deceduti due feriti gravi del battaglione “Bozen”, il numero dovette aumentare di venti unità.

Il luogo prescelto furono le cave delle Fosse Ardeatine.

I tedeschi portarono i prigionieri con dei camion dicendo loro che andavano lì per lavorare. Una settantina di nazisti diedero il via alla mattanza sparando alla nuca dei prigionieri inginocchiati e messi sul fondo delle cave.

Vennero fatti entrare 5 alla volta, Kappler stesso sparò a due prigionieri per dare l’esempio a un milite tedesco che non voleva sparare per motivi religiosi.

Alla fine del massacro furono fatte brillare le mine per chiudere l’accesso delle cave e seppellire la vergogna.

Il 23 maggio Alexander ordinò l’attacco generale, la linea Gustav crollò, e il 4 giugno gli alleati arrivarono a Roma.

Per la popolazione romana l’arrivo degli americani voleva dire aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza perché sanciva la fine della guerra.

Roma come Napoli divenne, da Città Santa Città aperta, la città delle “segnorine”, del contrabbando, della borsa nera, dell’arte di arrangiarsi. La presenza del Vaticano, disprezzato ufficiosamente dal nazismo, servì però da cuscinetto diplomatico per stemperare le tensioni, (tranne per il rastrellamento del ghetto ebraico), per cercare di evitare che la città fosse distrutta, per far sì che i tedeschi se ne andassero senza darsi alla vendetta e alla distruzione e per far sì che al loro posto non arrivassero i comunisti.

La città, che era rimasta isolata sotto il Comando militare tedesco e sotto quello civile di Salò, fu uno dei pochi casi in Europa nei quali l’arrivo degli Alleati non fu preceduto da un ‘insurrezione generale.

Kesserling ordinò così la ritirata al Nord; la posizione militare dei tedeschi e della Repubblica Sociale Italiana era indebolita e lo choc psicologico sui nazifascisti fu tremendo.

Il 5 giugno Mussolini fece un appello agli italiani di questo genere:

“lanciamo il monito supremo: la caduta di Roma non fiacca le nostre energie e ancor meno la nostra volontà tesa a realizzare le condizioni della riscossa. Tutte le misure saranno prese a questo fine (…) la Repubblica è minacciata dalla plutocrazia e dai suoi mercanti di ogni razza.

17.4-Mistica da grande Russia per il criminale di guerra Vladimir Putin….

Sulla Lettura del Corriere della Sera di qualche tempo fa un interessante e puntuale articolo di Carolina de Stefano metteva in risalto gli elementi fondativi del pensiero di Vladimir Putin.

Lo zar paranoico ama spesso citare il pensatote russo Ivan Il’in,hegeliano di destra,che vede la Russia come un’essenza metafisica immortale.

Si parla infatti di anima russa, di autoritarismo benevole degli zar e dell”Unione Sovietica,di un eccezionalismo russo antioccidentale,benefico per l’intera umanità

D’ altronde i continui riferimenti ad una Russia Uber alles mortificata dalla cultura occidentale e’un rituale macabro che spiega l’ ontologia del massacro verso i dissidenti o le altre nazioni.

Insomma oltre che continuare a paragonare la Nato ai nazisti,Putin non sa cosa dire se non riandare con la memoria ad un passato anticomunista dell’ Occidente liberale ( vero),dove comunque la sua Russia non aveva perso il fascino di avere un’ anima che trascende la storia.

Tutta la storia della Russia,da Pietro il Granfe in poi,oscilla fra Occidente e Oriente.

Ma lo spirito assoluto per Putin si è travestito di una mistica da Mein Kampf dove trionfa la violenza contro ogni tipo di dissidenza.

Quando ci si sente superiori agli altri popoli per emanazione divina si finisce nel bagno di sangue.

Non credo si possa mettere in dubbio la potenza di tutta la cultura russa che è sempre stata la benvenuta anche in Occidente, e che qualche zelante burocrate ha negato dopo la guerra di Putin.

Ma sono le culture a fare la civiltà,la fede nella supremazia sciovinista e nazionalista è solo barbarie.

14/15/4 -In Francia la lutte continue,in Italia fiacche mobilitazioni…

La Parigi in fiamme anche ieri per scontri manifestanti – forze dell’ordine,non fa più scalpore.

Le dodici giornate di sciopero nazionale in Francia vs.il.governo Macron, reo di aumentare l ‘ età pensionabile da 62 a 64 anni, in sette anni, ha fatto dire ai sindacati italiani e al mondo del lavoro che i francesi hanno la rivoluzione nel sangue dal 1789.

Può darsi che sia così.

Però negli anni settanta si diceva in tutta Europa che la classe operaia italiana era la più combattiva del Continente.

Non per niente fascisti,padronato reazionario,stato deviato etc misero in atto lo stragismo proprio per arginare un autunno caldo che non finiva mai.

Oggi la situazione è completamente ribaltata.

Davanti a un documento di economia e finanza dalle risorse insufficienti,i sindacati confederali dichiarano la solita mobilitazione figurativa.

Un rito,quasi un gioco delle parti.

Non perché la gente dorma i sonni tranquilli di una pace sociale,che impoverisce.

Ma perché l’arte di arrangiarsi è la vera arma del vecchio e nuovo ceto operaio e impiegatizio a tutti i livelli.

Straordinari obbligatori quasi non pagati o pagati al nero,contratti fittizi,parcellizzazione dei bonus a seconda di come vanno i profitti dell’ azienda,accordi in deroga: tutto si fa per non aumentare diritti e salario reale.

Per cui le strade si riempiono di disperati senza tutela, soggettività in affanno dei sindacati di base,ma mai di masse compatte per obiettivi di lotta comune come in Francia,ma anche in Germania.

Sono quelli che vengono chiamati lavoratori poveri,ma anche perduti nella ferocia dell’indifferenza sociale.

Con un’inflazione galoppante,con salari che salgono a pochi spiccioli al minimo,con aree di vera depressione economica, la ribellione sarebbe auspicabile,per tutto il tessuto democratico.

I sindacati non lo dicono o lo dicono sottovoce: i lavoratori non hanno voglia di scioperare,non detengono rapporti di forza,sono ricattati falla delocalizzazione ,dalla rivoluzione tecnologica ,la sinistra in generale gli ha abbandonati: cosa possono fare?

E poi anche a sinistra un certo liberalismo cafone e straccione ha fatto scuola.

Così nuovi e vecchi luminari dello sfruttamento,da sempre maggiordomi del profitto da squali,la fanno da padroni con il loro paternalismo squallido che vede i lavoratori solo come appendice del capitale ( il codice degli appalti di Salvini è la difesa della razza padrona).

Si parla di capitale umano come si parlasse di un ingombro della vita produttiva.

Se c’è disoccupazione e perché i giovani non hanno voglia di lavorare, perché i pensionati sono troppi, perché la colpa del disagio psichico ed esistenziale è sempre di chi non ha ,compresi quei migranti che vengono usati per calmierare il mercato del lavoro al ribasso.

Il salario minimo garantito per tutti,quindi, dovrebbe essere l’inizio del movimento della lutte continue.

13.4/ 1940 Hitler,Mussolini: una banda di criminali affascinati dalla carneficina…..

Book gratuito fino al 15 aprile di Pierluigi Raccagni

Parte seconda : dell’ ebook de l’ 11 aprile Grecia

Quella decisione voleva dire guerra lunga, questo preambolo, voleva dire estensione del conflitto; altro che guerra breve e facile per grandi obiettivi imperialisti.
Il 27 settembre a Berlino Germania, Italia e Giappone avevano firmato il patto Tripartito che avrebbe assunto una posizione anti inglese e anti americana.


Era uno scenario al quale il Duce avrebbe voluto partecipare buttando sul tavolo la potenza fascista, ma il suo esercito sgangherato, la sua faciloneria, i suoi collaboratori pieni di servilismo e di piaggeria, lo por- tavano solo in un gioco più grande, che poteva farlo a pezzi.
Si noti che Mussolini presentò l’impresa come anti-inglese, è anche ciò era vero solo in parte.
L’obiettivo-Grecia si palesò alla fine come una decisa azione anti-tedesca nei settori danubiano e balcanico.
Chi attorniava il Duce fece il resto.
Per Ciano, ad esempio, la guerra era da fare perché in fondo c’era da guadagnarci dal punto di vista economico, la reazione della Grecia, disse il conte Galeazzo, sarebbe stata nulla, così come quella della Bulgaria.
Nello stile poco marziale e molto truffaldino e mafioso, prima dell’intervento Ciano, e il generale Jacomoni, stanziarono 11 milioni per corrompere uomini politici e militari greci al confine con l’Albania.
Lo stesso Ciano parlando con Badoglio, per convincere il generale che l’impresa sarebbe stata una passeggiata disse: “Sono riuscito ad avere dalla mia parecchie nobiltà greche (…) il passaggio della Grecia dalla nostra parte mi è costato un po’ caro, ma il successo significa anche questa spesa”
Non si sa dove finirono quei soldi, non si seppe mai se fosse stato Ciano a intascare la mazzetta, oppure quei notabili greci che millantavano poteri sull’esercito.
Il colore terrorizzante della svastica alla ricerca dello spazio vitale, come si vede, poco c’entrava con la meschina e ridicola strategia italiana.
Lo “spezzeremo le reni alla Grecia” di Mussolini risulterà quindi un raglio d’asino, nel mezzo dei ruggiti dei leoni.

Il 15 ottobre a Palazzo Venezia vennero convocare le “eccellenze” Ciano, Badoglio, Soddu, Jacomoni, Visconti Prasca.
Erano esclusi da quella riunione i capi di Stato Maggiore delle tre armi che avrebbero certamente obiettato sull’ organizzazione dell’invasione. Il preambolo di Mussolini fu come al solito un delirio di onnipotenza, unito a faciloneria militaresca.
Mussolini disse che lo scopo della riunione era quella di definire le modalità dell’azione, nel suo carattere generale, che lui aveva deciso di iniziare contro la Grecia.
L’azione in un primo tempo doveva avere obiettivi di carattere marit- timo e di carattere territoriale Gli obiettivi di carattere territoriale dovevano portare al possesso di tutta la costa meridionale albanese e all’occupazione delle isole ioniche, Zante, Cefalonia e Corfù. Quando sa- ranno raggiunti questi obiettivi, continuò il Duce, avremo migliorato le posizioni nel Mediterraneo nei confronti dell’Inghilterra.

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