Brano da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta vol II di Pierluigi Raccagni

La resistenza romana, aspettava l’arrivo degli Alleati, ma non era stata con le mani in mano: azioni di guerra, sabotaggi bombe a mano contro i posti di blocco tedeschi e fascisti, erano stati numerosi.

Il 10 marzo del 1944 un corteo di fascisti che ritornava dalla commemorazione dell’anniversario della morte di Giuseppe Mazzini fu attaccato da gruppi di partigiani con bombe di mortaio e colpi di mitra in via Tomacelli al quartiere Prati.

Fino ad arrivare al 23 marzo alle 15,30. Una colonna di SS del battaglione Bozen imboccò Via Rasella.

Dentro ad un carretto della spazzatura un finto spazzino appartenente ad un gruppo dei Gap, che aveva organizzato l’attentato, piazzò una bomba che uccise 26 SS, 60 furono i feriti.

Era un attentato che nazisti e fascisti non potevano tollerare. Il generale Kurt Maelltzer, comandante della piazza di Roma, chiamò al telefono il quartier generale di Hitler e ricevette tramite il generale Jodl l’ordine del Fṻhrer di fucilare cinquanta italiani per ogni tedesco ucciso.

Kesserling, informato dell’attentato, fu come al solito più razionale e meno esagitato dei suoi camerati: siccome non c’erano nelle carceri 1.500 italiani da trucidare si sarebbero fucilati 10 italiani per ogni soldato tedesco. Scrive Giorgio Bocca:

“(…) la rappresaglia è anche figlia della paura: il comando tedesco ha scambiato l’attentato di via Rasella per l’inizio di una rivolta popolare da soffocare immediatamente nel sangue. A tarda sera Kappler (a cui era stata delegata da Kesserling la compilazione della lista, (n- d.a), siede alla macchina da scrivere per compilare, personalmente, il fatale elenco.Ci mette subito tutti gli ebrei che sono in carcere e poi gli “ antifascisti ariani” riflettendo almeno tre volte su ogni nome (…)”.

Cfr. Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Milano,1995, pp.289,290.

L’esecuzione di massa vide la morte di 335 uomini e ragazzi, (nella lista il questore fascista Caruso, tanto per non sbagliare ne mise di più), appartenenti a tutte le classi sociali e presi a caso fra gente comune e ladri di biciclette finiti a Regina Coeli.

Siccome erano deceduti due feriti gravi del battaglione “Bozen”, il numero dovette aumentare di venti unità.

Il luogo prescelto furono le cave delle Fosse Ardeatine.

I tedeschi portarono i prigionieri con dei camion dicendo loro che andavano lì per lavorare. Una settantina di nazisti diedero il via alla mattanza sparando alla nuca dei prigionieri inginocchiati e messi sul fondo delle cave.

Vennero fatti entrare 5 alla volta, Kappler stesso sparò a due prigionieri per dare l’esempio a un milite tedesco che non voleva sparare per motivi religiosi.

Alla fine del massacro furono fatte brillare le mine per chiudere l’accesso delle cave e seppellire la vergogna.

Il 23 maggio Alexander ordinò l’attacco generale, la linea Gustav crollò, e il 4 giugno gli alleati arrivarono a Roma.

Per la popolazione romana l’arrivo degli americani voleva dire aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza perché sanciva la fine della guerra.

Roma come Napoli divenne, da Città Santa Città aperta, la città delle “segnorine”, del contrabbando, della borsa nera, dell’arte di arrangiarsi. La presenza del Vaticano, disprezzato ufficiosamente dal nazismo, servì però da cuscinetto diplomatico per stemperare le tensioni, (tranne per il rastrellamento del ghetto ebraico), per cercare di evitare che la città fosse distrutta, per far sì che i tedeschi se ne andassero senza darsi alla vendetta e alla distruzione e per far sì che al loro posto non arrivassero i comunisti.

La città, che era rimasta isolata sotto il Comando militare tedesco e sotto quello civile di Salò, fu uno dei pochi casi in Europa nei quali l’arrivo degli Alleati non fu preceduto da un ‘insurrezione generale.

Kesserling ordinò così la ritirata al Nord; la posizione militare dei tedeschi e della Repubblica Sociale Italiana era indebolita e lo choc psicologico sui nazifascisti fu tremendo.

Il 5 giugno Mussolini fece un appello agli italiani di questo genere:

“lanciamo il monito supremo: la caduta di Roma non fiacca le nostre energie e ancor meno la nostra volontà tesa a realizzare le condizioni della riscossa. Tutte le misure saranno prese a questo fine (…) la Repubblica è minacciata dalla plutocrazia e dai suoi mercanti di ogni razza.