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10.8. 2020 Il massacro in Russia:il Duce fece anche cose buone..promemoria per fascio – leghisti- negazionisti

Brano tratto da Pierluigi Raccagni 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta vol.II

1943 CENTOMILA GAVETTE DI GHIACCIO

Al momento in cui si scatenò la grande offensiva invernale russa, l’8a Armata italiana era schierata sulla sponda del Don, fra la 2a Armata ungherese e la 3a Armata romena.

Il dislocamento era così concepito procedendo da nord a sud:

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  • corpo d’Armata alpino, (divisioni Tridentina, Julia, Cunense e divisione fanteria Vicenza);
  • 2° corpo, (divisioni Cosseria e Ravenna); 35° corpo, (divisione Pasubio); 29°corpo, (divisioni Torino, Celere, Sforzesca sotto il comando germanico).

Come abbiamo visto in precedenza, le forze italiane non potevano resistere alla massa d’urto dell’Armata Rossa.

Il mattino dell’11 dicembre i sovietici attaccarono le posizioni tenute dalla divisione Ravenna, il 13 riuscirono a infiltrarsi nella zona di Novaia Kalitva. Ma è il 16 dicembre il giorno in cui arrivò il colpo decisivo perché le truppe sovietiche sbaragliarono le posizioni.

Gli italiani, per quanto dotati di coraggio da vendere, non potevano resistere alle truppe siberiane equipaggiate per il freddo e dotate di armamento pesante.

Con poco carburante e poco cibo le divisioni si ritrovarono in mezzo ad un mare di neve in balia del freddo, del ghiaccio, della fame e delle quattro divisioni corazzate sovietiche.

Non c’era, infatti, da parte italiana un disegno strategico di ritirata: il vuoto creato nello schieramento dell’Asse sul Don da parte dei sovietici, non poteva essere colmato da nessuna divisione.

Così ci fu un “si salvi chi può”, che comportò la lunga marcia verso Occidente, attraverso la pianura russa gelata che durò dal 25 gennaio al 3 marzo del 1943.

L’interminabile fila di uomini semicongelati, con le coperte in testa per proteggersi dal freddo, con i visi incrostati di ghiaccio, tallonati senza sosta dal nemico con mezzi corazzati, sarà l’emblema della fine del fascismo. Sarà l’esempio determinante che un Grosso Caporale con retorica, demagogia, superficialità, criminalità, aveva mandato al massacro 200.000 uomini senza nemmeno sapere cosa fare per ritirarsi.

E poi c’erano i rapporti fra tedeschi e italiani, che in Russia avevano raggiunto il minimo di collaborazione e il massimo di disprezzo reciproco.

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Non bastava più l’efficienza tedesca ad affascinare i soldati italiani sbrindellati e con le scarpe di cartone, la politica di genocidio dei nazisti aveva nauseato gran parte delle truppe e degli ufficiali, anche se qualche battaglione di fascisti aveva avallato la politica del terrore contro i bolscevichi.

I tedeschi prendevano gli italiani per sfaticati, per perdigiorno inconcludenti, per ladri.

Gli italiani dicevano dei tedeschi, “i soliti porci”.

Tutti i peggiori luoghi comuni, insieme alle immancabili mezze verità erano usciti dalle trincee dopo lo sfondamento sovietico delle linee italiane.

E nelle alte sfere le frecciate fra le parti certamente non mancavano.

Quando il ministro degli esteri si recò a Rastenburg incontrando Walter Hewell, uno degli intimi del Fṻhrer, e gli chiese se la nostra Armata avesse avuto molte perdite gli fu risposto: “No, nessuna, perdita, stanno fuggendo”.

“Come voi a Mosca l’anno scorso”, fu la risposta.

“Esattamente”, chiuse Hewell, dimostrando comunque poca fiducia nella vittoria finale.

I sovietici superarono a nord la colonna in ritirata.

Per evitare un ulteriore accerchiamento, gli italiani dovevano camminare con marce di trenta – quaranta chilometri e con temperature che raggiungevano i quaranta gradi sottozero.

I tedeschi, a questo punto, non capivano come mai gli italiani trovassero ospitalità nelle isbe, con la popolazione pronta a dividere il proprio cibo e il proprio letto con quei disgraziati che camminavano per la steppa.

Da questi episodi nacque il mito degli” italiani brava gente” o meglio del “talianski karasciò, italiani buono”.

“Italiani buoni, tedeschi non buoni, morte ai tedeschi. Chi ha fatto la sacca questo ritornello lo conosce bene. Nell’isba del vecchio non c ‘era nulla da mangiare, almeno non vi trovammo nulla.

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Passammo all’isba vicina, la porta ci fu aperta da un bambino.

Entrammo.

Attorno ad un tavolo seduti c’erano cinque o sei tra donne e bambini. Stavano mangiando. Ognuno aveva in mano un cucchiaio di legno e con quello attingeva ad un’unica zuppiera posta in mezzo alla tavola.

Li vedo ancora sbalorditi con i cucchiai a mezz’aria, la zuppiera che fumava sul tavolo, tutti immobili e seduti e noi, il tempo di un attimo strappare loro di mano i cucchiai e cacciarli nella zuppiera e portare alla bocca la broda di patate in piedi fra loro seduti in una mano l’arma e nell’altra il cucchiaio che andava e veniva sbraitando”.

Cfr Egisto Corradi, in Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, op.cit n. 45, pag. 142

Italiani affamati rubavano il pane di bocca ai russi, prima però i soldati dell’Armir avevano diviso con i contadini il magro rancio che passava l’Italia dell’impero fascista: italiani e russi sembravano divisi, in realtà erano uniti dalla fame, dalle privazioni, dalla loro condizione proletaria e da tanta carica umana:

“(…) vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge.

Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio.

Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano: le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto: E d’ogni mia boccata. Spaziba dico quando ho finito (…) la donna che mi ha dato la minestra è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi una fava di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco”.

Cfr.E. Biagi, La seconda guerra mondiale, op.cit. pag146

Quella subumana specie bolscevica, slava, mangiatrice di bambini non era poi così feroce, pensavano molti soldati italiani.

Ma il trattamento ospitale, generoso e per niente violento dei contadini russi, contrastava in modo radicale con l’arroganza e la violenza dei tedeschi, in particolare dei nazisti.

Il Duce, in questo senso, non aveva compreso proprio nulla.

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Convinto che il 24 dicembre le nostre truppe conducessero una battaglia difensiva e che la “situazione fosse solo delicata”, credeva ancora nell’alleato tedesco per ribaltare la situazione.

Ma era un’illusione a cui il Duce del fascismo si attaccava con sempre minor convinzione perché in realtà come vedremo sperava nella pace con la Russia.

Intanto il comando supremo italiano aveva compreso che il comando dell’8a Armata aveva perso il controllo della fanteria e che si era prodotta una spaccatura; i fanti travolti e sul fronte degli alpini tutto tranquillo.

La ritirata, insomma, avvenne nel caos degli ordini e dei contrordini.

La colonna della ritirata, lunga decine di chilometri, era la più netta e limpida rappresentazione della disfatta del fascismo e delle sue velleità criminali.

Basta pensare che ai primi di gennaio a Rikowo si riunirono i resti della Celere che si era difesa accanitamente dagli attacchi sovietici: all’appello mancavano 7.000 uomini e l’80% degli automezzi.

La guerra italiana diventò sofferenza e caos, con le facce dei soldati italiani sfigurate dai trenta gradi sotto zero “una biscia nera nel bianco della steppa”, fatta di fantasmi che pensavano solo a salvare la pelle e che della patria, del fascismo, della lotta al giudaismo e al bolscevismo non sapevano che farsene.

Il corpo d’Armata alpino fu l’ultimo a essere investito dall’offensiva sovietica di dicembre, mentre la Julia rischiò di essere accerchiata dall’offensiva sovietica insieme al 24° corpo d’Armata tedesco, la Cuneense e la Tridentina mantennero invece le loro posizioni.

Il 17 gennaio gli alpini ricevettero dal comando del corpo d’Armata l’ordine di ripiegare su tre linee:la ferrovia che transitava a Rossosch, la valle Olkovatka e la valle Nicolajewka.

Vi erano quattro divisioni che presero la strada della ritirata a cui si unirono 10.000 soldati sbandati tedeschi e ungheresi.

Inutile dire che si trattava di truppe logorate da un mese di combattimenti durissimi coi russi.

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Quello che successe in quella ritirata fa parte della letteratura e della memorialistica mondiale per quanto riguarda soprattutto il corpo degli alpini.

Dopo otto giorni di marcia, nei pressi di Nikolajewka, con il sopraggiungere del 5° reggimento alpini, dopo che l’infinita colonna aveva dovuto fermarsi per i bombardamenti russi, vi fu una battaglia epica.

Gli italiani, alpini e sbandati di tutti i reparti, si lanciarono in una carica temeraria che sbaragliò i russi che lasciarono sul campo oltre due reggimenti e parecchi mezzi corazzati.

Come scrive Giulio Bedeschi in “Centomila gavette di ghiaccio”, (Milano, 1963):

“Tridentina … Tridentina avanti! – gridò con forza selvaggia il generale Reverberi dall’alto del carro armato in movimento indicando con il braccio puntato Nikolajewka.

Non fu lasciato avanzare da solo ; i suoi alpini, riserva disarmata, si gettarono avanti seguendo il carro; generali e soldati raggiunsero i battaglioni che, elettrizzati, fecero massa compatta; il carro non cadde, quell’uomo ritto sul tetto metallico non fu trapassato, Iddio lo lasciò in piedi, gli consentì di guidare gli alpini fin sulle difese nemiche, di travolgere in uno slancio furibondo, di rovesciare i cannoni fumanti, di porre in fuga i russi conquistando Nikolajewka e aprendo il varco entro cui dal costone, come richiamata dalle soglie della morte, irruppe la marea di uomini dilagando nel paese”.

La forza della disperazione, non certo le strategia di guerra, portò la lunga colonna fuori dalla sacca dopo 70 chilometri di marcia.

E in Italia le cose cambiarono radicalmente.

Era terminata l’avventura dell’Armir in Russia che la criminale presunzione di Mussolini aveva mandato al massacro:

all’appello mancavano 84.000 uomini quasi il 40% della forza attiva dell’Armata, 10.000 dei quali, tenuti prigionieri dai sovietici, sarebbero tornati dopo la guerra.

La sconfitta generò l’antifascismo, l’odio verso il regime.

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Altro che barzellette sul Duce la Petacci e i gerarchi, quello che i soldati e gli ufficiali avevano visto in Russia diceva tutto del regime fascista.

I tedeschi soffrivano per la guerra perché ci credevano, oppure perchè l’organizzazione dei comandi almeno li motivava. Gli italiani soffrivano poiché avevano capito che i russi non erano i nemici, e che i nemici forse erano proprio a casa loro.

E che erano stati i fascisti ad averli mandati a morire fra le nevi di un paese lontano migliaia di chilometri.

“Centomila gavette vuote di cibo, colme di ghiaccio, costellavano la neve e segnavano la sorte dei combattenti imprigionati nella sacca presso il Don: avvolti dalla stanchezza e dal freddo gli alpini non capivano quasi più nulla eccetto quell’andare dietro agli altri. I piedi inciampavano uno contro l’altro perché avevano perduto sensibilità, pezzi di ghiaccio ormai, sospinti in avanti dalla disperazione.

(…….) Nelle ore più fonde della notte la marcia divenne agonia;la

fame rabbiosa latrava nel petto senza che gli uomini potessero saziarla, poiché era assurdo pensare di poter mordere le gallette di pietra o esporre le mani al gelo; il sonno e la stanchezza intorpidivano la mente e i muscoli; richiedendo alla volontà un disperato sforzo per reggere e proseguire; e sopra ogni cosa la prolungata esposizione agli estremi rigori del freddo moltiplicava le sofferenze; riunendole in una sola sensazione che sussurrava agli orecchi dei soldati allucinanti presagi di prossima inevitabile fine”

“Il paese era grande, sparso, abbandonato dagli abitanti, le isbe già rigurgitavano di soldati giunti da ore: la marea di disperati lo assaltò, s’affollò intorno alle isbe già ricolme di uomini giacenti (…)

Ma migliaia di altri sopraggiungevano ancora e facendo ressa contro gli usci imploravano, imprecavano, bestemmiavano, piangevano vedendo la porta e la salvezza ad un passo e restandone tuttavia esclusi”. Cfr. Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio

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L’arresto del grosso caporale: è qui la festa?Promemoria per fascisti,leghisti e negazionisti

1943 L’ARRESTO

La mattina del 25 luglio il Duce uscì da villa Torlonia come se nulla fosse successo. La nottata del golpe era passata, e alle nove Mussolini era già al lavoro a Palazzo Venezia.

Lavorò scartabellando dispacci militari, lesse i giornali del mattino, dette a tutti la sensazione di essere un uomo che voleva rimanere in carica, altro che prepensionamento forzoso.

Grandi, al contrario, era preoccupato, aveva saputo che il re aveva nominato capo del governo il maresciallo Badoglio: per lui manco un posto nel nuovo esecutivo?

Il capo della rivolta voleva farsi ricevere dal re, per riferire della notte precedente, ma questi si negò.

Ignorava che De Cesare, segretario di Mussolini, aveva telefonato ad Acquarone per chiedere che Mussolini fosse ricevuto in udienza dal re nel pomeriggio. Il colloquio venne accordato per le 17,00.

La partita a scacchi era in movimento: da una parte Vittorio Emanuele, il generale Ambrosio e Badoglio. Dall’altra parte Mussolini, Scorza e Galbiati: monarchici liberali contro fascisti, una volta fratelli di sangue, ora acerrimi nemici.

I preparativi per far la festa a Mussolini erano in corso, l’esercito era stato avvisato, il re aveva già predisposto per il Duce, dopo il colloquio, il suo fermo, per evitare che elementi estremisti, Galbiati e la milizia presumibilmente, potessero fomentare disordini. E poi gli antifascisti, aveva detto il re avrebbero potuto mettere a repentaglio la vita del Duce.

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Mussolini tornò a Villa Torlonia alle 15, la moglie Rachele, donna saggia, gli disse di non andare dal Vittorio Emanuele perché tutti erano pronti a tradirlo.

Mussolini, “anima candida”, non sospettò di nulla.

Era convinto che Sua Maestà gli avrebbe dimostrato ancora fiducia e amicizia, avrebbe sì delegato alcuni poteri, ma non avrebbe sconfessato la guerra e l’impegno preso coi tedeschi, sottoscritto anche dai Savoia.

Alle cinque la grossa Alfa Romeo entrò a Villa Savoia.

Cinquanta carabinieri erano appostati nei giardini, l’ambulanza sulla quale, dopo il suo arresto, l’ex capo del governo doveva essere tradotto, era parcheggiata di fianco alla villa del re.

L’azione fu affidata ai capitani Vigneri, Aversa e Marzano.

Il re, che attendeva Mussolini al sommo della scalinata, era in divisa, Mussolini in borghese.

Del colloquio fra il Duce e il re non si seppe mai nulla di ufficiale.

Secondo quello che scrisse a posteriori Mussolini nella sua Opera Omnia, il Savoia era in uno stato di grande agitazione.

Il re, dopo averlo fatto accomodare lasciando la porta socchiusa affinchè Puntoni, aiutante di campo, potesse intervenire pistola alla mano, in caso di emergenza, spiattellò in faccia all’uomo della Provvidenza tutto il disappunto per l’ultimo anno di guerra.

Gli ricordò che era l’uomo più odiato d’Italia, che i soldati non volevano più battersi, che gli alpini cantavano una canzone i cui versi recitavano che non volevano più battersi per Mussolini, che aveva perso nel voto del Gran Consiglio, che non poteva contare più su nessuno tranne lui, che per la sua incolumità era meglio si facesse da parte, visto che in sua vece aveva già nominato il maresciallo Badoglio.

Sembra che Mussolini in modo pacato abbia detto che era una decisione di una gravità estrema che favoriva l’asse Churchill – Stalin e che faceva gli auguri al suo successo

Il re, poi, disse di volergli bene, di averlo sempre difeso, ma lo pregava di farsi da parte, così secondo la testimonianza di Puntoni.

Il re, che aveva organizzato la trappola, dimostrò fino in fondo quanto fossero false le sue parole.

All’uscita dalla villa, il capitano Vigneri si avvicinò al Duce, dicendogli che aveva avuto l’ordine di assicurargli protezione, lo caricò sull’ambulanza insieme a De Cesare e lo portò a tutta velocità alla caserma Podgora di via Quintino Sella, quindi alla caserma Pastrengo in via Legnano, dove il Duce trascorse la notte in una cella.

1943 LA FESTA

Il rumore per le strade cominciò a tarda sera.

Le persiane venivano spalancate, canti si sovrapponevano l’un l’altro, le luci si accendevano nelle case, il frastuono aumentava di minuto in minuto.

“Via Veneto era gremita, ovunque si formavano capannelli, i marciapiedi ne erano ingombri, giacchette bianche o grigie che si confondevano e ognuno avanzava una diversa ipotesi: “E’ stato messo in minoranza” E’partito per la Rocca delle caminate,” Il re ha adunato il Consiglio della Corona”.

Cfr. Corrado Augias, op.cit.pag.182

Fu la radio, il social network universale di allora, a dare il via alla mobilitazione di massa.

Durante la trasmissione di un programma musicale la musica si era interrotta all’improvviso.

Al lunghissimo silenzio che ne seguì subentrò il cinguettare dell’uccellino, quindi un “Attenzione, attenzione”.

Poi si udì la voce dell’annunciatore Giambattista Arista che pronunciò le seguenti parole:

“Sua Maestà il re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del governo, Primo ministro, segretario di stato, presentate da sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini ed ha nominato Capo

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del governo, primo Ministro segretario di stato, sua Eccellenza il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.

Seguivano due proclami alla nazione, il primo firmato da Vittorio Emanuele e controfirmato da Badoglio, il secondo firmato dal maresciallo Pietro Badoglio.

Nel primo, il re assumeva il comando di tutte le forze armate, nel secondo Badoglio, “per ordine di sua Maestà il re e Imperatore”, assumeva il Governo militare del paese con pieni poteri, sottolineando che la guerra continuava, frase che sfuggì alla massa degli ascoltatori.

Il contenuto dei proclami non era farina del sacco del re e di Badoglio, ma di Vittorio Emanuele Orlando, ministro liberale prefascista appartenente a quella classe dirigente che il re aveva chiamato “revenants”, quando stava preparando il colpo di stato con Badoglio.

Il freddo linguaggio burocratico dei comunicati alle 22,45 del 25 luglio cambiò la storia d’Italia, portando con sé lutti, guerra civile, massacri che, nell’immaginario collettivo, sono rimasti ricordi vivissimi, che le generazioni si sono tramandati di padre in figlio.

Ma in quella calda sera d’estate il popolo in modo spontaneo associò la fine del fascismo con la fine della guerra.

“La gente scendeva in piazza naturalmente, tra la sorpresa e il giubilo. Spinta dall’urgenza psicologica di confronto e di conferme.La notizia, affidata a due scarni comunicati redatti in linguaggio burocratico e trasmessi alla radio alle 22, 45, aveva una forza dirompente e scuoteva la coscienza collettiva per inaugurare una forma di partecipazione completamente diversa da quella coatta delle adunate del regime.Le strade si riempivano di rumore, i crocchi si moltiplicavano e diventavano assembramenti, gli assembramenti cortei (…) le energie soffocate dall’atmosfera di guerra e in cui la comunità, per tanto tempo compressa e divisa dall’emergenza ritrovava un’identità di gruppo e il gusto della solidarietà, come avrebbe scritto Pietro Calamandrei con un’associazione storica ardita, ma suggestiva:

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ci siamo ritrovati (…). In questa prima settimana è corso per l’Italia un brivido simile a quello del Risorgimento, quando se ne andavano i re stranieri e il popolo scendeva nelle piazze e tutti cantavano e si abbracciavano…”.

Cfr.Gianni Oliva, I vinti e i liberati, Milano 1998, pag.14

Il vento di libertà, il fatto di essere vivi e felici per un giorno, durò troppo poco.Le ragioni di Badoglio e della Corona di preservare l’Italia dall’invasione tedesca, facendo finta di continuare la guerra con la Germania di Hitler,la paura dell’antifascismo di matrice comunista e socialista, il timore del ritorno dei fascisti, fecero sì che la festa si tramutasse in una dura repressione militare che non risparmiò gli operai delle Officine Meccaniche in sciopero a Reggio Emilia, sette morti, e una dimostrazione popolare a Bari, quindici morti, tanto per citare gli episodi più significativi.

La festa del 25 luglio nel giro di poche ore si era tramutata in uno stato di repressione che vietava quelle libertà che si pensava fossero ripristinate dopo la caduta del fascismo.

Erano vietati gli assembramenti. La forza pubblica e l’esercito avevano ricevuto l’ordine di sparare sulla folla che dimostrava, i poteri civili passarono ai militari che proclamarono il coprifuoco, era vietata l’apertura dei locali pubblici dopo una certa ora, era vietata l’ affissione di manifesti, la circolazione di veicoli privati.La caccia al fascista, che aveva causato disordini soprattutto a Milano,Genova, Torino, non poteva essere fermata, ma nel contempo gli operai che a Sesto S. Giovanni uscirono dalle fabbriche cantando l’Internazionale furono dispersi dall’esercito.

I fascisti, invece, non si mossero. Nemmeno i legionari M, divisione corazzata accampati vicino a Roma, fecero almeno la mossa di una simbolica mobilitazione, anzi si dichiararono pronti a passare agli ordini di Sua Maestà.

La motivazione di tale passività fu che il partito era andato in pezzi, in fondo erano stati proprio i gerarchi del Gran Consiglio a sbarazzarsi di Mussolini.

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Lo stesso Mussolini, come abbiamo visto in precedenza, non solo sottovalutò politicamente la gravità della situazione, ma per la prima volta nella sua più che ventennale carriera politica si dimostrò nelle circostanze apatico, confuso, quasi smarrito. Fu lo stesso Mussolini, dopo l’arresto, a scrivere a Badoglio per mettersi a disposizione del suo governo.

Quindi ci fu la corsa dei fascisti a servire il nuovo governo della monarchia.

Si parla ancora oggi degli italiani voltagabbana per eccellenza, di opportunisti pronti a cambiare bandiera in una sola notte buttando via camicia nera e distintivo del partito. Per certi versi è innegabile, ma il fatto è che furono i vertici del partito fascista i primi a manifestare la loro codardia.

Farinacci, il filonazista, fuggì in Germania, Ciano andò a “suicidarsi” da Hitler a Monaco, Scorza, segretario del partito, fu incarcerato e rilasciato, Galbiati, capo della milizia, non venne toccato, Bottai fu arrestato e rilasciato. Grandi ad agosto se ne andò in Spagna.

L’unico fascista che pagò a caro prezzo il ribaltone fu Manlio Morgagni dell’agenzia Stefani che si suicidò con un colpo di pistola nel suo ufficio, lasciando un biglietto con scritto “Mussolini non c’è più. La mia vita non ha più scopo. Viva Mussolini”.

Anche i tedeschi non fecero una grande impressione politica in quella giornata del 25 luglio.

Erano rimasti anche loro confusi, soprattutto dal fatto che a spodestare Mussolini era stato il Gran Consiglio, un organo fascista.

Insomma, Hitler si aspettava un colpo di mano del re, ma non la resa incondizionata dei fascisti “duri e puri alla monarchia”, che aveva sciolto il PNF.

Il tradimento, dunque, avvenne tutto all’interno di quella classe dirigente che aveva portato in guerra l’Italia e che aveva condiviso con Mussolini gli onori di vent’anni di dittatura.

Mussolini, lo ribadiamo, non volle né ordinò alcuna resistenza perché non si fidava di chi lo circondava al vertice.

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Lega- I camici sporchi non sempre si lavano in casa…Salvini a processo

Il Senato ha concesso l’autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso Open Arms e il Felpa si presta a mobilitare la piazza contro il governo facendo appello al voto delle regionali.

Ma è la Lega che si trova nei guai.

Il bullo che l’anno scorso era il clone del Duce ora pare un clown che cade con il sedere per terra per far ridere i bambini.

Il vittimismo del capitano del Papeete è patetico:aveva detto che mai avrebbe ricorso all’immunità, ora piange i tradimenti di Renzi, Conte, Toninelli, Di Maio ecc.

Anche se l’accusa di sequestro di persona e di minori può comportare una pena fino a 15 anni con l’esclusione dal parlamento il Felpa è sicuro che il popolo lo ha già assolto.

Il processo, però, è una tragedia solo per lui, mentre è una barzelletta per gli italiani che ragionano e che hanno altro di cui occuparsi.

Ad esempio non è che Attilio Fontana, presidente o governatore o gerarca della Regione Lombardia faccia impressione perchè non ha il senso del ridicolo ( dice che non sapeva niente dei camici commissionati al cognato, ma poi versa 250.000 da conto svizzero per tappare la bufala dopo il programma Report e ora è oggetto di indagine fiscale…).

Nè fa impressione, che Salvini, nel caso Open Arms, si sia scordato che ha lasciato in mezzo al mare disgraziati africani, mentre lui girava l’Italia facendo il guappo sulle spiagge per garantirsi “pieni poteri”.

Loro, i fascio – leghisti, si possono permettere di tutto: trattare male con arroganza i derelitti, come fosse un diritto acquisito come l’immunità parlamentare.

E’ che il loro modo di fare, la loro postura sulla politica, sa così di vecchio, di già visto, di risaputo da rendere superfluo la stato di diritto: come facevano i bravi ragazzi del Ventennio.

Per cui è poco interessante sapere se Fontana c’è o ci fa:rispetto a quello che è accaduto nelle Rsa durante il Covid, i camici bianchi sono semplicemente una marachella,come rubare la marmellata della nonna.

Quello che è interessante è sapere perchè questi individui, pronti a sparare nel mucchio della diversità sono poi candidi come le colombe nell’evasione fiscale, nella detrazione all’erario di 49 milioni, nell’esercizio della diffamazione gratuita verso i ragazzi tunisini ( il citofono docet).

Meloni e Berlusconi sono pronti alla lotta, e il processo varrà la ricomposizione del centrodestra in vista delle elezioni di autunno.

Per ora Salvini è come l’orso M49, ma Papillon è molto più coraggioso di un garzone di bottega della reazione di panza italiota che voleva i pieni poteri.

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Il governo è fermo, ma in un’emergenza su tutto si può tirare a campare…..

Non serve studiare, lottare sui luoghi di lavoro, mobilitarsi, fare volontariato, fare qualcosa di utile per gli altri.

Per fare politica, quella vera, quella che produce potere bisogna sporcarsi le mani in un paese dove l’intrigo, la criminalità, la ragion d’essere di una classe dirigente corruttibile e corrotta detta legge.

Ma sporcarsi le mani, metterci la faccia ( che non sia da pirla),tentare di governare la democrazia sgangherata finora è servito a poco.

Così nel marasma di questi giorni dove si mescolano la riaperture delle scuole, i militari che rincorrono i migranti,la crisi del turismo che falcidia l’occupazione, l’unica strategia utile è prorogare uno stato di emergenza perchè, comunque, la salute viene prima di tutto,

Con questo non si vuol dire che l’Italia sia priva di speranze, di futuro di prospettive, di rinascita” risorgimentale”.

Ma prima ci vuole una robusta pars destruens, un’opposizione reale per tentare di abbattere i muri di omertà che non permettono la piena democrazia.

Il governo Conte non può essere di sinistra, perchè i Cinque stelle governavano con la Lega, inutile giraci attorno e fare gli alchimisti parlamentari.

Il governo Conte non lo puoi far cadere, cadrebbe a destra e sarebbe un omicidio politico.

Ma il governo Conte non lo puoi far cadere a sinistra perchè sarebbe un suicidio.

E quindi balla coi lupi, senza frequentare cattive compagnie…nell’indistinto democratico, come sottolinea Ezio Mauro, che è il generone del potere per il potere.

I fatti dei carabinieri di Piacenza, denunciati magistralmente da Saviano che non ha mancato di avvertire nella vicenda la presenza dei clan,il balletto indecoroso e privo di umiltà su come spendere il Recovery Fund, la mancanza di unità “razionale nel bene” ( che non vuol dire il nazionalismo parafascista), è la stucchevole testimonianza di un società che non sa dove sbattere la testa, sempre che abbia una testa.

Si continuano a negoziare sui diritti umani dei migranti rimandati in Libia,si fa la faccia feroce da parte dello stato con i più deboli, si tollera l’evasione fiscale alla Fontana senza metterci una pezza drastica ( chi è evasore in prossimità o a casa, ricicla i soldi in paradisi fiscali, si mette d’accordo con i potentati locali per dividersi le torte va perlomeno rimosso), sono debolezze di una sinistra di governo del vorrei ma non posso.

Altro che Unidad Popular,qui ci si arrangia con vecchie ammucchiate pannelliane,con corporazioni di peones alla ricerca di un posto al sole.

Ma la cosa migliore forse è quella, lo dico con tutta umiltà, di concretizzare una robusta cultura del maiale: non buttare via nulla di democratico e positivo basta che abbia il solito confine della decenza: l’antirazzismo, l’antifascismo,la lotta alle corporazioni e alle clientele, all’omofobia e al capitalismo criminale..

Non dirlo, ma farlo subito domattina, come direbbe il Salvini che pare reduce da una sbornia di presunzione e malafede di quelle storiche.

Che poi uno vada a votare quello che vuole e come vuole ( la libertà ha il suo prezzo).

Il potere non logora, corrompe a tutte le le latitudini

Soprattutto per la sinistra, che come si sa, dai tempi di Togliatti, deve sempre far finta di fare una rivoluzione per fare almeno delle riforme.

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“25 luglio” col bene che ti voglio: la caduta del grosso caporale – Promemoria per fascio – leghisti

Brano tratto da ” Il racconto della guerra giusta”, La vittoria della democrazia, vol,II, di Pierluigi Raccagni

1943 “25 LUGLIO”: IL GOLPE

La frittata la fece Carlo Scorza, segretario del partito nazionale fascista, che, per ordine del Duce, aveva avuto la brillante idea di organizzare dei comizi nelle varie città italiane per incoraggiare il popolo italiano a resistere all’attacco degli anglo – americani avvenuto in Sicilia.

Scorza, picchiatore blasonato ai tempi della morte di Giovanni Amendola, era uomo duro, ma anche dotato di un opportunismo repellente: davanti al Duce faceva il servo, alle spalle tramava con i congiurati.

Il 16 luglio aveva convocato quelli che dovevano essere gli oratori del “boia chi molla”.

La riunione diventò un’occasione per criticare il Duce da parte di gerarchi che per anni non avevano contato quasi nulla, ma anche il momento della verità per personaggi del calibro di Bottai, Farinacci e Giuriati che aprirono le danze critiche sulla condotta di Mussolini durante la guerra.

Ci voleva, insomma, secondo i gerarchi, una convocazione del Gran Consiglio che non era stato più riunito dal dicembre del 1939.

Mussolini definì quello del 16 luglio un vero e proprio “pronunciamento”.

Poi dopo il 19 luglio, come abbiamo visto, tutta la macchina cospirativa si mise in moto.

A Roma, nelle alte sfere del partito, dell’esercito, della polizia, della stessa Milizia si respirava un’aria di attesa, qualcosa doveva accadere perché le cose non potevano andare avanti nell’apatia di una sconfitta annunciata.

E a questo punto entrò in scena Dino Grandi che sarà il leader della cacciata del Duce.

Dino Grandi era stato uno dei capi della cosiddetta rivoluzione fascista, era ritenuto una delle grandi menti del fascismo, era stato ministro degli esteri, Ambasciatore a Londra. Come guardasigilli andava dal re due volte la settimana, con Vittorio Emanuele III si confidava in termini anti – mussoliniani da tempo, il 3 giugno proprio il re gli aveva suggerito di trovare una soluzione costituzionale contro Mussolini.

Il 20 luglio Grandi da Bologna arrivò a Roma. Invitato da Acquarone ministro della Real Casa, per mezzo di un amico comune, ad un colloquio, preferì disertare la riunione affermando di aver spedito il famoso odg a Puntoni, aiutante di campo del re.

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Grandi teneva nel cassetto l’ordine del giorno già da due anni, ma ora diventava un documento sul quale doveva pronunciarsi il Gran Consiglio del fascismo.

Dopo aver avuto contatti con Bottai, Federzoni, Scorza, Farinacci, ai quali disvelò le sue intenzioni, nel pomeriggio del 22 luglio fu ricevuto da Mussolini.

Grandi che non voleva essere un golpista da strapazzo aveva in mente un intervento legalitario, sofisticato, democratico, per usare un paradosso.

Si trattava di liquidare Mussolini facendo questo ragionamento: il re nel ‘22 aveva convocato a Roma Mussolini per conferirgli la carica di primo ministro con il voto del parlamento.

Ora si trattava di mettere in minoranza Mussolini nel Gran Consiglio per permettere al re di sfiduciarlo creando un nuovo gabinetto.

Si trattava per Grandi di un normale avvicendamento politico, il fascista Grandi scopriva il valore di una monarchia costituzionale alla faccia dell’assassinio di Giacomo Matteotti e di vent’anni di dittatura.

“(…) il 22 pomeriggio andai da Mussolini, per chiedere udienza ricorsi ad un duplice pretesto … arrivai a Palazzo Venezia alle cinque.

Secondo Grandi il colloquio fu, in un certo senso, patetico. Mussolini gli parve depresso.

Lo era da molto, un uomo turbato.

Quindi entra nel merito della sua visita e tenta di far intendere al Duce la sua tesi: gli Alleati fanno di colpa di tutto al fascismo, non alla nazione, perciò non è il caso di passare la mano a chi sia in grado di trattare la pace con loro, se con i fascisti non decideranno mai d’incontrarsi?

Lui mi lasciò parlare per circa quaranta minuti, poi intervenne pacatamente: “Vedi Grandi, mi disse, non avresti torto se pensassi che la guerra è persa, Invece non lo è. Esiste un’arma segreta tedesca che verrà usata fra pochissimo tempo. Capovolgerà le sorti del conflitto”

Cfr. Silvio Bertoldi, Colpo di stato, op.cit. pp.126,127

Alla fine del colloquio Mussolini rimandò la questione al Gran Consiglio in modo molto pacato, dicendo a Grandi di presentare in quella sede il suo odg.

“Poi decideremo”.

Del colpo di stato, a questo punto, era al corrente pure Mussolini e la cosa può sembrare paradossale.

Le interpretazioni del perchè il Duce non scelse la linea dura e del perché non fece intervenire subito la Milizia o addirittura i tedeschi sono varie e tutte plausibili.

La più verosimile è che Mussolini sperava ancora nel re che, come lui stesso disse, si era sempre trovato al suo fianco nei momenti critici.

Vittorio Emanuele invece aveva già deciso, aveva già avallato la sostituzione del Duce con il Maresciallo Badoglio.

E poi non bisogna mai dimenticare che tra i dissidenti primeggiava anche Galeazzo Ciano che nel 1930 aveva sposato Edda Mussolini.

Ciano, descritto dagli storici come uomo intelligente e raffinato, nonché mondano, dissoluto e filo – inglese da sempre, rimproverato da Mussolini per le sue frivolezze non amava Grandi, ma lo stimava come uomo politico. Quindi, il giorno precedente il Gran Consiglio disse a Grandi che era dalla sua parte.

Non fu una presa di posizione da poco. Benchè detestato e invidiato dagli altri gerarchi, era pur sempre il genero del Duce: la sua militanza contro Mussolini non lasciava dubbi sull’isolamento del Duce.

“Conosco tutte le barzellette sul mio conto, quello che si dice sulla mia vita privata (…).

Mi auguro solamente che un giorno si sappia che, nei limiti delle mie possibilità, ho tentato che l’Italia restasse lontana dalla guerra, e che qualcuno possa testimoniare che ho fatto tutto quel che era possibile per far finire la guerra”

Cfr.Melton. S. Davis, Chi difende Roma, Milano 1973, pag 36.

Così parlò Galeazzo Ciano.

1943 IL GRAN CONSIGLIO

Doveva essere una riunione “confidenziale” quella del Gran Consiglio, convocato alle 17,00 del 24 luglio.

Il Duce credeva, o faceva finta di credere, che in gioco non ci fosse altro che una prova di forza all’interno del PNF, dove mediocri collaboratori si agitavano nel momento della tempesta.

Per questo scelse il basso profilo: nessun addobbo alle finestre del balcone per annunciare il “concistoro fascista”, nessun moschettiere del Duce di guardia.

Piazza Venezia deserta, perché parecchi romani dopo i bombardamenti del 19 luglio avevano lasciato la città, caldo insopportabile, protocollo di rito: sahariana nera per tutti i 28 membri, Sala del Pappagallo, adiacente alla Sala del Mappamondo, ufficio del capo.

Vi fu il “Saluto al Duce” nel momento in cui Mussolini entrava alle 17,14 preceduto da Navarra, segretario personale, accompagnato da Scorza, segretario del partito.

“A noi” come ai bei tempi risuonò fra i presenti.

Mussolini, seduto al centro dei tavoli disposti a ferro di cavallo, ordinò a Scorza di fare l’appello.

Poi cominciarono le danze. Non c’era nemmeno uno stenografo per il verbale, “una cosa nostra nera” era il modo in cui Mussolini intendeva lavare i panni sporchi in casa.

Il Duce cominciò la relazione.

Naturalmente affrontò il tema della “guerra”.

Fra lo stupore generale, il Duce, sempre così battagliero, con la sua efficacia retorica, con la sua tagliente determinazione, fece un discorso molto “prevedibile”, zeppo di giustificazioni sul suo operato.

Intanto disse che lui non aveva chiesto il comando supremo delle forze armate.

Per rafforzare questa singolare manifestazione di fuga dalle proprie responsabilità, presentò una lettera di Badoglio del 3 maggio 1940 che lo invitava ad assumere il comando supremo delle forze armate.

Accusò gli italiani di avere poco spirito guerriero perché agli invasori statunitensi tributavano calorose “accoglienze”, accusò Rommel di non aver seguito i suoi consigli ad El Alamein.

Giacomo Acerbo, ministro delle finanze, scrisse in seguito che la “relazione procedè fiacca, disordinata, contraddittoria…pareva che vagasse in un mondo irreale e che non fosse lui a parlare.”.

In effetti Mussolini insicuro, freddo, arrogante, senza entusiasmo, fu un vero e proprio disastro.

Biasimò la Germania che non aveva compreso l’importanza di evitare lo sbarco in Sicilia, poi, dopo due ore di chiacchiere auto assolutorie, si appoggiò allo schienale della sedia aspettando gli interventi come un atto di sfida.

Presero quindi la parola De Bono, membro più anziano del Gran Consiglio, parte decisiva della marcia su Roma che, più volte interrotto, dichiarò che la colpa non era certo dell’esercito che non aveva seguito gli ordini di Mussolini.

Bottai sottolineò la gravità della situazione e la mancanza di collegamento fra il capo del governo e i collaboratori.

In pratica, sentenziò Bottai, altro maestro di pensiero del fascismo, la relazione di Mussolini era la conferma che il Duce, isolato, non era stato capace né di comandare l’esecutivo, né di farsi ubbidire dallo Stato Maggiore dell’esercito.

L’atmosfera era pronta per l’intervento dell’ingegnere del colpo di stato.

Grandi si alzò e finalmente lesse il suo ordine del giorno già noto alla maggioranza dei presenti.

“il Gran Consiglio dichiara…l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statali e costituzionali.

Invita il Capo del Governo a pregare la Maestà del re, verso la quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinchè Egli voglia, per l’onore e la salvezza della Patria, assumere – con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5 dello Statuto del regno – quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state, in tutta la nostra storia nazionale, il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia”.

CfrF.W. Deakin, op. cit, pag.595

Grandi, poi, ne disse al Duce di tutti i colori e ce ne fu per tutti: condannò la dittatura totalitaria, la spietata censura sulla stampa, denunciò la decadenza morale e politica del regime, l’inconsistenza del consiglio dei ministri…, disse che la guerra non era solo impopolare perché l’Italia la stava perdendo, ma perchè ormai si diceva che fosse la guerra di Mussolini, manco del fascismo.

Poi ci fu l’intervento del genero Galeazzo Ciano, che ribadì le sue accuse alla Germania che si era impegnata a non entrare in guerra fino al 1943 – 1944, nel senso che “gli italiani non erano dei traditori, ma dei traditi”.

Farinacci quindi intervenne con la sua mozione che era la copia carbone di quella di Grandi, tranne che per un dettaglio non insignificante: auspicava di vincolarsi ancora di più alla Germania di Hitler.

Dopo una breve pausa fin dopo mezzanotte il Gran Consiglio riprese: i giochi erano fatti; Galbiati, capo della Milizia, parlò a favore del Duce dicendo la cosa più vera e scontata del mondo: l’Italia era entrata in guerra con la Germania perché sicura della vittoria.

Scorza, segretario del partito, che si sera dichiarato d’accordo con Grandi, fu più prudente: il suo intervento fu inutile perché richiamava l’urgenza di radicali riforme all’interno del paese, nel governo e nelle forze armate.

Era la solita concessione ad un rimpasto di governo che era stato già fatto e non aveva portato a nulla.

Parlò anche Alfieri, quindi Mussolini mise in votazione l’odg Grandi che in un silenzio assordante fu approvato con 19 voti a favore e sette contrari. Alle 2,40 del mattino Mussolini uscì dall’aula, Scorza richiamò il “saluto al Duce”, Mussolini rispose con un “Ve ne dispenso”.

1943 L’ARRESTO

La mattina del 25 luglio il Duce uscì da villa Torlonia come se nulla fosse successo. La nottata del golpe era passata, e alle nove Mussolini era già al lavoro a Palazzo Venezia.

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Luglio 2001 – 2020 – Quel mese passato alla storia per la sospensione della democrazia, come oggi a Piacenza….

La democratizzazione delle forze dell’ordine auspicata da Luigi Manconi che in questi giorni ha ricordato le malefatte criminali al G8 di Genova da parte delle catene di comando di polizia e carabinieri, si è fermata a Piacenza con il clamoroso sequestro della caserma della Benemerita Levante.

Sei militi dell’Arma denunciati da un loro collega di passaggio nel covo malavitoso della caserma sono accusati di torture ai migranti, scorta ai pusher, estorsioni, arresti illegali, spaccio di droga,pestaggi vari..

Tutto l’armamentario di una sceneggiatura di un film americano sulle corruzione della polizia, forse all’ombra di omertà corporative, entra in collisione con l’icona di Vittorio De Sica,il Maresciallo attempato e pacioso Carotenuto di “Pane amore e fantasia”.

Eppure fino all’altro ieri dimenticare Carlo Giuliani era un obbligo politico per estrema destra e pure sinistra istituzionale.

Perchè se il luglio Sessanta che viene celebrato giustamente come la rivolta degli operai e del proletariato contro il governo Tambroni che autorizzò il congresso dei fascisti di Almirante nella città di Genova, medaglia d’oro della Resistenza, è la Storia con la S maiuscola, il G8 della macelleria messicana rimane proprietà dei black block per la vulgata fascista, reazionaria e perbenista.

Il luglio del 2001, quello del G8, quello della morte di Carlo Giuliani, delle torture a Bolzaneto, dell’assalto dei reparti speciali alla scuola Diaz è stato così rimosso e dimenticato soprattutto da tutte le forze politiche che esaltano la Costituzione a parole un giorno sì e un giorno no.

Eppure in quei giorni a Genova furono sospese le libertà democratiche, così come nei casi Cucchi e Aldrovandi, i George Floyd italiani.

I partigiani del pensiero ipocrita e repressivo che sono in Parlamento e che battono le mani alle forze dell’ordine qualsiasi disumana o animale schifezza compiano, si dicono stupiti del “caramba che sorpresa” di Piacenza.

Non si può fare di tutta un’erba un fascio, giusto.

Ma Ilaria Cucchi ha già dichiarato che la storia delle mele marce non regge più dopo quello che è capitato al fratello, con le scuse dei vertici dell’Arma per le menzogne e i depistaggi durante dieci anni di indagini.

Per Salvini e camerati, infatti, il garantismo riguarda solo le forze dell’ordine, non gli immigrati, non le prostitute, non la microcriminalità, non i tossicodipendenti… torturati anche a Piacenza.

Tutta gente che secondo i fascisti di fatto merita di stare in galera, per poi gettare la chiave: perchè pesci piccoli che non contano nulla.

Le mele marce vanno tolte dal cesto della democrazia.

Ma c’è una parte di stato decisamente reazionaria e fascista che trova tanti simpatizzanti fra le forze dell’ordine.

Collusa oggettivamente con tutti gli stragisti di questo paese

Che uccisero pure il generale Carlo Alberto dalla Chiesa…..

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Europa – Ci saranno i soldi, l’Italia ripartirà e sarà come l’Arca di Noè dopo il diluvio universale…..

Duecentonove miliardi, più del piano Marshall ( 13 miliardi di euro di oggi).

Giuseppe Conte, un anno fa Signor Nessuno del governo giallo – verde, ha così bruciato pure De Gasperi nella corsa alla ricostruzione dell’Italia dei trentacinquemila morti per Covid, con un’economia al collasso, con poveri e nuovi poveri come non mai.

Quello che il Presidente del Consiglio ha ottenuto a Bruxelles, dopo un’estenuante trattativa con i paesi “frugali”, nazionalisti ed egoisti è notevole.

E poi il Recovery Fund è una botta politica soprattutto per nazionalisti, sovranisti, populisti, fascio – leghisti nostrani che facevano il tifo per un disastro imminente che mettesse in crisi la coalizione di governo.

81,4 miliardi come trasferimenti diretti a fondo perduto, 127 miliardi come prestiti, questo il senso dell’accordo che ha portato Mattarella a congratularsi con Conte.

Il migliore degli accordi possibili dovrebbe dare un impulso all’Italia produttiva, onesta, che lavora, che paga le tasse, che ha fiducia nel futuro e nelle istituzioni.

Il dettaglio è che il malloppo arriverà solo nel 2021 e che prevede la cosa più difficile da fare in Italia: quelle riforme che negli altri paesi europei fanno parte della normalità di una società borghese moderna.

Ma in Italia, visti gli ultimi vent’anni di storia repubblicana, non ci sono governanti in grado di riformare un sistema in crisi; mancanza di idee e coraggio a sinistra,corporativismo e razzismo a destra, interessi privati se non sporchi in tutti i settori della vita civile per tutti.

Persino Carlo Verdelli sul Corriere delle Sera sembra un nichilista dell’Ottocento quando affronta lo status della governabilità del Paese

Il paese è in crisi dal 2008, tutti i problemi “strutturali” sono ancora lì per essere risolti almeno in parte:maglia nera in tutti i settori,qualunquismo a go – go della cultura italiota di massa, ma maglia rosa in bellezza, tradizione culturale, fantasia, si dice.

Così siamo gli eterni poveri ma belli,( ma non è vero), con le cartoline con il Vesuvio,il ” nessun dorma” della commozione generale e cerebrale da ansia per il post – Covid, ( ma questo ce lo diciamo da soli non c’è bisogno di razzismo anti – italiano) da parte dei nordisti frugali.

L’Italia dove andrà?

L’interrogativo è alla Marzullo.

Intanto bisogna vedere quando arriveranno i soldi , intanto bisogna vedere come saranno spesi e se le riforme saranno fatte con criteri di equità e giustizia distributiva.

E poi, e questa è la cosa più importante, si vedrà se l’iniezione di capitali non partorirà l’ennesima guerra fra corporazioni, lobbies, mafie,gilde; tutte vicende che non c’entrano nulla con la lotta di classe degli sfruttati, ma indica l’assalto alla diligenza degli sfruttatori.

Comunque in settimana verrà formalizzato lo scostamento di bilancio per venti miliardi per salvare aziende e lavoratori in crisi.

Per finire:il rifinanziamento della guardia costiera libica da parte del governo è uno schiaffo alla democrazia….cristiana della prima repubblica.

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Capitalismo criminale:” i soldi della mafia sono diventati ossigeno per la liquidità”…

L’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia parla chiaro: c’è il rischio, ennesimo, che la mancanza di liquidità delle imprese e dei lavoratori dopo il Covid porti le mafie a controllare il flusso di denaro in circolazione più dello Stato o del Ricovery Fund.

Se qualcuno sostiene che siamo alle solite, in Italia senza il consenso del parastato mafioso non si puà fare nulla, ha ragione, ma con riserva.

E non perchè Messina Denaro è latitante dal 1993.

Così come l’oro dei nazisti e il patrimonio delle SS, o i soldi dei tagliagole come Gheddafi, Milosevic, ecc è stato per mezzo secolo in vari paradisi fiscali,ora a livello mondiale le varie mafie controllano con uno smart working criminale la finanza internazionale a proprio piacimento.

E il riciclaggio perpetuo del denaro sporco, con l’aiuto di istituti finanziari internazionali ha reso impossibile distinguere i soldi puliti, da quelli sporchi.

Traffico di essere umani, narcotraffico,mazzette in tutte le direzioni, evasione fiscale,gioco d’azzardo, sfruttamento bestiale dei lavoratori costituiscono un welfare esentasse a cui attingere senza problemi.

La faccia del capitalismo non può fare finta di niente, il vero cancro del mercato è determinato dagli usurai in guanti bianchi che troneggiano nelle varie regioni d’Europa.

Ma il bello è che più frugali – rigoristi e perbenisti ( non solo l’Olanda di Joan Crujiff ma anche la cattolica Austria della principessa Sissi,) spingono l’Italia all’angolo con veti agli aiuti per il dopo Covid, più danno la stura ad un incremento dell’illegalità e del nazionalismo bieco.

Perchè l’arte d’arrangiarsi vale per tutti, basta nascondere la polvere del traffico internazionale di armi e droga sotto l’Iban di un conto estero e tutto va bene.

Insomma il lavoro puzza di clandestinità, di disgraziati, di ingenui, i soldi invece profumano di morte.

Ma se li chiami capitali d’investimento o fondi, anche la spazzatura morale ha il suo fascisno e il Covid la sua funzione di incremento della ricchezza.

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Milano- Le brigate della solidarietà non servono più,dopo il lockdown ecco il knockdown

Notizia piccolina, nemmeno da citare in confronto a quello che è stato fatto o non fatto alla famiglia Benetton o allo Stato e in attesa dell’ennesimo D – Day sul Recovery Fund.

Nella Milano che tenta di rialzarsi dopo la tranvata del Covid che ha già portato disastri nella ristorazione, nei trasporti e nelle centinaia di attività che regnano in città, al centro sociale Lambretta che nei giorni della pandemia si era profuso nel portare farmaci, cibo e cure a chi non poteva uscire, è arrivato il provvedimento di sgombero da parte dei proprietari dell’immobile sito vicino alla stazione Centrale.

La legalità è repubblicana, ma come dichiarato dai responsabili del centro sociale lo sgombero annunciato non è proprio una priorità in questo momento.

Lo stabile è abbandonato da anni, il centro sociale è un luogo di aggregazione che non prevede presenze illustri della sinistra che conta, è insomma una realtà di quartiere come ce ne sono tante a Milano, a Parigi, a Berlino e in generale in Europa.

Il provvedimento avrà tempi lunghi per necessità: i centri sociali della solidarietà hanno lavorato a stretto contatto con Palazzo Marino nel corso della pandemia.

Insomma quando servivano tutti, quando il caos fra Regione Lombardia e Municipio milanese era alle stelle i cani sciolti dell’armata Brancaleone potevano benissimo essere utilizzati nella crociata antipandemica.

Ma ora chi ha avuto ha avuto, chi ha dato, ha dato.

Ripetiamo è un evento piccolo, è un particolare che non significa in modo immanente l’universale, anche qui, però, il simbolico conta.

I quasi trentacinquemila morti entreranno nelle statistiche del calo demografico, nel calo dei consumi, nella possibilità dell’Inps di pagare meno pensioni.

Gli eroi dimenticati sono tanti, medici, infermieri,in primis.

E poi, l’autorevolezza del terzo settore del volontariato è fuori discussione .

Una cosa è certa: i militanti dei centri sociali sono comunque e sempre. secondo papaveri reazionari e perbenisti degrado della democrazia, illegalità di massa di un paese alla mercè degli estremisti.

La solita minestra, il solito parlare a sproposito contro chi sta fuori dal giro che conta.

Sindaco Sala, se ci sei batti un colpo!

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