Ricerca

La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

Categoria

Senza categoria

Il moderatismo della sinistra conformista in Italia è al palo:il coraggio non si compra…

Comprarsi un po’ di coraggio con un Mes all’insegna della storia della sinistra non è possibile.

Perchè a forza di dire che che la sinistra ha abbandonato le radici storiche del movimento operaio per immergersi nel grande mare del moderatismo e del conformismo è superfluo: ormai è un dato acquisito che permette a Salvini di provare nostalgia per Botteghe Oscure.

Siccome la classe operaia non è più da almeno trent’anni il soggetto politico della trasformazione, almeno socialdemocratica della società, si dice non ci sono più gli operai.

O meglio gli operai, imbruttiti dal consumo e dalla seduzione volgare della società di massa, votano Lega.

Poi siccome il problema è ritornare nei ” territori”ogni forma di lotta sui territori è estremismo,anarchismo,fuga dalla realtà.

Il movimento della sinistra diffusa e non istituzionale che porta avanti le istanze dei più disperati fin dal G8 di Genova non rientra mai nel progetto della sinistra di governo.

Così l’occupazione di case,le brigate del volontariato,la lotta agli spacciatori,la richiesta di diritti da parte dei migranti , delle donne e degli ambientalisti sono viste solo come fisiologiche proteste di una società liquida e complessa.

La vera partita, infatti, si gioca nel governare la nazione, le regioni, le città, i consigli di amministrazione,la presidenza delle banche…

Tutto questo e altro fa inorridire non solo i figli e i nipoti dei famigerati extraparlamentari degli anni settanta, ma pure il gruppo Gedi dell’Espresso che bacchetta il Pd per il suo evidente imbarazzo a presentarsi come un partito veramente socialista, democratico, gorbacioviano nella glasnost potremmo dire.

Nelle stanze del più grande partito democratico si discute di riforme nel segno dell’utopia,senza far di conto: salario garantito, reddito universale, patrimoniale sui profitti miliardari, investimenti per salute e scuola sono visti come obiettivi finalistici di una società quasi perfetta, solo nell’annuncio.

  E poi da noi la crisi è vista come  occasione per affrontare le questioni sociali nella contingenza.

A settembre, ad esempio,dovrebbe arrivare un disastro economico senza precedenti:”fate la carità europei”,perché le riforme in Italia sono parole.

L’ombrello protettivo del riformismo italiano è l’accordo di palazzo, il mantenimento delle sfere d’influenza nel capitalismo,il controllo dei centri di potere, il dare e avere nella partita doppia di una egemonia borghese ai margini della Costituzione.

Questa è la moderazione dei cantori di un capitalismo dal volto umano, dove sguazzano i cialtroni parolai di una classe dirigente di sinistra svilita e antistorica, che danno la colpa, per tutte le magagne irrisolte in questo periodo, a quella burocrazia che  loro stessi hanno avallato per difendere i propri interessi.

https://amzn.to/2CzXY6A

Il Duce fece anche cose buone: una guerra parallela con i nazisti,pro – memoria per fascio – leghisti

Brano tratto da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta e dall’ebook 1940 La Guerra dei caporali nazifascisti di Pierluigi Raccagni

1940. LA GUERRA PARALLELA

La guerra parallela doveva svolgersi a partire dal 1940 nei seguenti teatri di operazione: il Mediterraneo. l’Africa settentrionale, l’Africa orientale.

In tutte e tre le aree geografiche gli italiani fecero di tutto per perdere la guerra, non certo per colpa dei soldati, anche se, in genere, combattevano di malavoglia una guerra fascista non sentita.

Mussolini, d’altronde, si era messo in testa di condurre una “guerra pa- rallela” non subordinata agli interessi tedeschi: l’Italia proletaria avrebbe vendicato Versailles, le potenze plutocratiche, Francia e Inghilterra, che avevano affamato popoli sani, vigorosi e prolifici come quello italico, avrebbero pagato il prezzo della loro arroganza.

Discorsi semplicistici, da balcone di Piazza Venezia, da adunate oceaniche: a Mussolini sembrava che tutto ciò fosse sufficiente per far finta di fare la guerra.

La scelta, come più volte ribadito, era quasi obbligata visto che i tenta- tivi di guerra sul continente erano stati a dir poco patetici.

L’Europa a Sud delle Alpi non interessava a Hitler, ma l’attacco a Malta non avveniva, su Gibilterra ci volevano aerei dotati di autonomia e gli italiani ne avevano tre(!).

In compenso, la proposta di inviare bombardieri a coventrizzare Londra insieme alla Luftwaffe, faceva sembrare l’Italia fascista come quell’asino che prende a calci il leone ferito.

Nessuno poteva contraddire il Duce: entrare nella storia era la sua preoccupazione principale.

E per fare la Storia aveva attaccato in Libia gli inglesi con esiti a dir poco contraddittori.

Il fronte libico-egiziano era il più importante perché una vittoria italiana in quella parte del globo avrebbe potuto assicurare a Mussolini il controllo di parte dell’Africa e del Medio Oriente. Il canale di Suez, quindi, era un obiettivo che sarebbe andato bene anche ai tedeschi che speravano ancora di far morire l’Inghilterra di isolamento politico, militare ed economico.

L’impresa si presentava difficile, vi erano 600 Km da percorrere nella valle del Nilo, ma l’impresa non era impossibile considerando il rapporto di forze fra italiani e inglesi in quel frangente del 1940.

In Egitto le forze inglesi erano limitate, anche se il servizio informazioni militari stimava che erano stanziati 300.000 soldati.

In realtà agli ordini del generale Wawel c’erano 36.000 soldati, (forse qualche generale nello Stato Maggiore la guerra non la voleva proprio fare).

Le forze inglesi, comunque, pur se ridotte, erano sempre meglio orga- nizzate delle truppe italiane, questo è un particolare che non si può ignorare.

Il generale Graziani esitò a lungo prima di attaccare gli inglesi. Bisogna ricordare che Rodolfo Graziani si era messo tristemente in luce per la feroce repressione della guerriglia in Etiopia con l’uso di gas tossici proibiti dalla Convenzione di Ginevra, nel 1940 era governatore della Libia e comandante delle truppe sul fronte libico-egiziano.

Il generalissimo, esperto di guerra coloniale, nei primi mesi di guerra si era mostrato prudente al punto di essere considerato “disfattista” dallo stesso Mussolini che arrivò a dire: “(…) se non attacca sarà sostituito”. Allora il generale fascista obbedì; il commento del solito Ciano fu lapidario: “Mai un’operazione militare è stata compiuta di controvoglia dai comandanti”.

Alla fine dopo ordini, contrordini, incertezze, piani fatti e rifatti e con- traddizioni grottesche fra il dire e il fare, (ogni obiettivo individuato veniva accantonato per mancanza di mezzi, vedi Malta e Gibilterra), il 13 settembre del 1940 Mussolini ordinò a Graziani di attaccare l’Egitto. All’inizio tutto andò per il meglio, gli italiani avanzarono con 5 divisioni di fanteria, 2 libiche, otto battaglioni, 70 carri armati medi.

Gli inglesi non accettarono lo scontro ritirandosi su Marsa Matruh senza aver subito grandi perdite. Quaranta fra morti e feriti.

Il 17 settembre gli italiani entrarono a Sidi El Barrani.

Mussolini finalmente divenne raggiante come non mai, credette ancora una volta la ragione fosse dalla sua parte.

Il popolo italiano, disse, “troverà in Egitto quella gloria che cerca invano da tre secoli”.

In realtà si trattava di una piccola vittoria, una vittoria di Pirro: gli inglesi ritirandosi verso Marsa Matruh avevano abbandonato posizioni difficilmente difendibili perché erano in inferiorità numerica.

Al contrario Graziani aveva allungato la linea di comunicazione con il fronte di quasi 100 Km.

Gli avvenimenti successivi chiariranno immediatamente all’opinione pubblica che il bluff di Mussolini reggeva non più di qualche giorno. Dopo essersi coperte di gloria, le truppe italiane, ad esempio la 10a armata, appena giunse a Sidi Barrani, dovette prima di inseguire gli inglesi, trovare da bere acqua sporca perché mancavano autobotti per il trasporto dell’acqua….

continua

https://amzn.to/2W9R6nG clicca a 2,99

Solo la lotta di classe può salvarci dalla vera barbarie: la guerra fra poveri…..

Speriamo che riprenda la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori, alla faccia di chi vorrebbe ulteriormente dividere i poveracci di tutto il mondo.

Come ricordato più volte la lotta di classe storicamente non è la lotta delle varie etnie, corporazioni, lobbies, interessi materiali che determinano la società civile e che oggi sembrano prevalere sul concetto stesso di umanità.

Non è nemmeno l’invidia sociale di cui parla la destra liberale, o quella ricordata da Salvini il 4 luglio a Roma in piazza: quell’invidia di cui parlava Berlusconi al tempo del suo mandato è tipica di chi considera i diritti dei lavoratori una concessione dei padroni” buoni”.

La lotta di classe è anzitutto solidarietà, fratellanza con chi vive sotto il ricatto di un lavoro salariato o di una disoccupazione coatta.

Oggi, lo scriviamo da tempo, è considerata inutile, sembra essere una sciagura venuta dal cielo, non una rivendicazione legittima che nella storia della democrazia ha migliorato la società in tutti i sensi.

Quando in questo periodo senti le lamentele di chi ha accumulato fortune sulla rendita e sul lavoro degli altri non puoi altro che rammentare che la ricchezza non si crea dal nulla o solo dal denaro, ma dalla traduzione del denaro sul mercato delle merci:è la compravendita della forza lavoro che santifica il regno dell’uomo sulla terra.

Certo, pare questa una lezioncina tardiva di marxismo, ma purtroppo è la dimensione attuale del dibattito.

(Il “compagno”Graziano Delrio ha dichiarato che gli imprenditori saranno i principali artefici della rinascita…..)

Occorrono investimenti, occorre dare soldi alle aziende, occorre capitale: d’accordo.

Ma per fare?

Per licenziare, per ristrutturare, per usare la tecnologia come strumento di sfruttamento?

La risposta sta nel pensiero dominante di Trump, di Salvini, della destra parafascista: lotta fra poveri per il pane quotidiano.

Ma anche nella cerchia dei nuovi padroni e delle nuove caste della sinistra mercantile, merceologica e parassitaria la lotta di classe non è ben vista: come conciliare prebende sontuose di ex sindacalisti, ex parlamentari, ex ed post del socialismo di facciata,( Bertinotti & friends), con la presa di coscienza da parte degli sfruttati?

Sola una contesa chiara, sincera, limpida nei suoi interessi material e ideali può arginare quello che tutti si aspettano: un autunno caldo del tutti contro tutti, delle gilde contro altre gilde, dei cartelli contro altri cartelli, delle “razze contro altre ” razze”, delle nazioni contro altre nazioni etc.

Il paradiso del capitalismo può attendere.

https://amzn.to/3fkg0Za clicca

Ricostruire il ceto medio è nobile intento, ma la rabbia dei disperati rischia di travolgere il “liberal – socialismo”

Il ceto medio che va proletarizzandosi,le fila alla Caritas per un piatto di minestra da parte di laureati e professionisti, una crisi dell’occupazione giovanile che sotto i 25 anni non trova lavoro, donne sfruttate più di sempre: cose vecchie si dirà, anche prima del Covid.

E’ almeno dieci anni che il ceto medio si trova in braghe di tela: disagio economico, esistenziale, angoscia per un futuro non codificabile.

E quindi come suggeriscono Massimo Cacciari o Ezio Mauro o intellettuali che sperano che l’antitesi fra capitale e lavoro, cioè fra tradizione liberale e socialista trovi una sintesi in una nuova democrazia finalmente fondata su giustizia sociale e libertà,è un nobile intento da sottolineare.

Ma se si proletarizza il ceto medio, il proletariato globalizzato, ridimensionato come soggetto sociale della trasformazione in senso socialdemocratico, cosa dovrebbe fare?

L’Istat ha sottolineato che l’illusione che il Covid fosse democratico ed egualitario era ingenua e falsa.

In crisi nera, sono quelli che vivono in emergenza abitativa, che non hanno strumenti culturali, che non godono di “conoscenze” pubbliche e private, che non hanno che la loro forza lavoro per sopravvivere.

Il” Quarto Stato” non ha rappresentanza politica,non ha sindacalisti compatibili con la mediazione politicamente corretta, non ha santi in paradiso.

Ormai anche quella che era la vera capitale d’Italia,Milano, dicono stampa e media, ha fame, vacilla sotto i colpi di un disagio sociale, come in tutte le aree metropolitane svela le contraddizioni di classe più evidenti.

Gli Invisibili, ai quali tutti guardano più per paura di una esplosione di rabbia di questi, che di una loro emancipazione, spariscono dai radar quando chiedono semplicemente aiuto.

Ogni volta che c’è una crisi economica inutile richiamarli in vita con giaculatorie umanistiche e sentimentali, per poi dire che il problema è quello di evitare l’assistenzialismo a fondo perduto.

Chi riuscirà quindi a stabilire equilibri democratici fra gli affamati prima che diventino morti di fame?

Su questo punto il liberal socialismo non è mai stata una soluzione, almeno in Italia.

Si dice che i comunisti non hanno mai voluto essere socialdemocratici, e poi che i socialdemocratici si comportano da comunisti.

Si dice che Carlo Rosselli e pure Mazzini, Garibaldi e Cavour sono i veri fondatori di una giustizia e libertà che come ideali sono nella testa di tutti.

Ma alla fine il talismano della felicità del ceto medio lo vogliono pure gli estremisti di sinistra, i senza parrocchia,i cani sciolti, quelli che l’indecenza e la vergogna della classi dirigenti non vogliono chiamare proletari.

Vogliamo tutti giustizia e libertà, anche se non ci chiamiamo liberal – socialisti.

E i liberal anti Trump sono ben diversi da partitini dell’eticamente corretto.

https://amzn.to/3iCFIdk

Il rifiuto del Mes: un cavallo di troika per una spallata al governo….

Sono 36 miliardi i fondi del Mes ( Meccanismo europeo salva stati) messi a disposizione dell’Italia da Bruxelles, con il consenso di Angela Merkel.

Servono per investimenti nella sanità dopo il coronavirus, non sono bruscolini e in attesa del Recovery Found, difficile da attuare a breve perchè implica l’accordo dei 27 paesi dell’Ue, il Fondo salva stati potrebbe risultare un aiuto notevole per l’Italia, paese alle prese con un debito pubblico stratosferico e con una situazione sociale drammatica.

L’opposizione della Lega e Fratelli d’Italia al Mes è normale aministrazione.

Diffidenza verso l’Europa, paura che la troika poi venga a commissariare i conti tentando di mettere l’Italia al palo in favore di Germania, Francia e paesi del Nord europa.

La destra nazionalista ed estrema non vuole vincolare il proprio futuro ad una istituzione che pretende riforme liberali, meglio convivere con un debito sovranista, emettere buoni del Tesoro italiani e…tirare alla spallata di settembre con le elezioni regionali.

In tutto questo i cinque stelle sono d’accordo con il leghismo, mantenimento dei decreti sicurezza,poi autarchia nella spesa pubblica, così, dicono, si hanno più soldi per gli italiani.

L’incertezza sul Mes però, non si ferma all’opposizione.

Conte, non vuol essere il primo dei presidenti del consiglio europei a dire sì al prestito,Speranza, ministro Salute di Leu lo prenderebbe al volo, il resto della sinistra a sinistra del Pd non ne è pienamente convinta.

Berlusconi, invece, dice sì al Mes per sottolineare il suo ruolo europeo: non gli costa nulla, è fuori dai giochi da tempo.

Il dubbio amletico” Mes o non Mes” non dovrebbe trarre in inganno:più che contrapposizione ideologica fra europeisti ed euroscettici, si tratta di trovare da parte dell’opposizione, più Cinque stelle anti Grillo pro Crimi, il modo per mantenere il governo Conte sotto ricatto.

Presentarsi all’Europa con un voto sul Mes risicato e tirato per i capelli non sarebbe per “Giuseppi” un biglietto da visita autorevole per trattare tutta la questione della rinascita economica italiana.

Per quello che l’Italia si trova nella palude, dopo il colpo di reni in positivo nell’affrontare la pandemia.

Solo che l’Italia è paese fondatore dell’Ue,non conviene a nessuno affondarla.

Sono i partiti tutti che vogliono riposizionarsi nella gestione del denaro che verrà , forse convinti che, rimandare il disastro all’indefinito, sia la soluzione migliore all’insegna del tiriamo a campare in stile andreottiano.

https://amzn.to/2Z0IlOn

Pedagogia pandemica”A ciascuno la sua preda:secondo la sua astuzia e la sua forza (cfr, I.Némirovsky)

L’umanità si adatta a tutto, in ogni occasione storica: in guerra come in pace gli uomini sono sempre eguali nella loro miseria.

La forza di introspezione esistenziale di Irene Nemirosky, scrittrice ebrea ucraina nata nel 1903 e morta ad Auschwitz in Polonia nel 1942, è fuori discussione e meglio di così non poteva sintetizzare l’ homo homini lupus di T. Hobbes.

Tutte le illusioni e le false rappresentazioni di un cambiamento radicale dell’umanità in senso altruistico determinate dalla pandemia ancora in corso si sono infatti rivelate infondate e retoriche.

Il famoso punto e a capo e ricominciamo a ricostruire un mondo che andava troppo velocemente e cinicamente è già stato rimosso.

La forza dei predatori si evince da tutte le parti secondo le gerarchie del male:padroni pronti a sbranare i servi acquiescenti, donne maltrattate e uccise come sempre, possesso indiscusso di privilegi e rendite :non lasciando indietro nessuno nella forma si lascia indietro in prossimità l’umanità più sofferente nella materialità della vita.

Dire che questo è da sempre il corso del mondo è sottolineare che il mors tua vita mea non è una discesa agli inferi, ma la realtà non rappresentata nella figura retorica della carità e del bonus una tantum.

Ha ragione il Papa:la profezia dei parolai che promettono il bene senza affrontare il male, anzi convivendo con il male, rimane l’astuzia principale di troppe bande di privilegiati ( politicanti vitalizzati, mafiosi e padroni arroganti,fascisti, nazionalisti, sinistra da salotto pavida e inconsistente,,etc)

Per tenere sotto controllo i sommersi e non salvati si elargiscono prospettive di vita senza senso: sopravvivere sgomitando e sperando come dopo una guerra, portare a casa la pelle e qualche soldo in attesa di un futuro che non verrà.

Ci vorrebbe meno sentimentalismo, meno umanitarismo, più consapevolezza radicale che il male è la coscienza del male e il bene è la coscienza del bene.

Per fare questo bisognerebbe fare i conti con se medesimi, perchè il patto sociale funziona solo se conviene.

https://amzn.to/31xkUOo

LO SMART WORKING RENDE LIBERI

Difficile pronunciarsi sull’ennesima rivoluzione tecnologica di questo secolo suggellata dall’emergenza sanitaria.

Se il lavoro a casa, il telelavoro, lo smart working è già operativo da diversi anni, la recente pandemia ha accelerato di necessità il numero dei lavoratori che hanno accesso al lavoro casalingo.

C’è chi è contento di non fare il pendolare, chi di alzarsi al mattino con più calma, chi di poter lavorare da una sdraio o un lettino sulla spiaggia etc: oppure chi non è per niente soddisfatto della solitudine da colletto bianco web.

Lo smart working indubbiamente promette grossi vantaggi economici, soprattutto alle multinazionali e alla grande industria monopolistica.

Riduzione del capitale fisso (meno uffici, fabbriche, computer, mezzi di produzione in genere) per un lavoro che rende liberi, apparentemente dal comando capitalistico sul lavoro, ma annulla ogni capacità di associazionismo dei lavoratori, ogni capacità organizzativa, ogni interscambio naturale e storico di chi presta l’opera.

Chi sogna che lo smart working possa inverare quello che Marx scrisse nell’Ideologia tedesca che in pratica l’umanità poteva nello stesso giorno fare più cose, libera dalla coercizione sul posto di lavoro, presuppone infatti la fine della divisione del lavoro manuale e intellettuale.

Cosa che lo smart working non solo non prevede, ma enfatizzando la parcellizzazione, crea il presupposto di invisibili pianeti di morti di fame.

Più che una nuova visione del mondo, lo smart working fa pensare al primo Blade Runner di Ridley Scott: in alto musica classica e tecnologia, in basso atomi impazziti in cerca di cibo.

Ma è ancora presto per parlare di un universo asettico, replicante, robotizzato,omologato ad un divenire cupo.

Il lavoro casalingo non riduce la giornata di lavoro, non la semplifica per le donne,non può riguardare chi vive in condizioni abitative disagiate, mette in crisi infrastrutture viarie,l’industria della ristorazione dei colletti bianchi…t…

Per ora, se lo smart working funziona, c’è solo da aspettare che funzioni sempre in bene; città più pulite,un po’ più vuote, un po’ più virtuali,ma meno inquinate dal CO2.

Città del futuro, più verdi, ma più nere di rabbia…

I pro e i contro della vita. Per ora.

https://amzn.to/31A56dJ

1940 -2020 “Spezzeremo le reni alla Grecia”, prospettive omicide di un caporale ( promemoria per fascio – leghisti)

Brano tratto da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta di Pierluigi Raccagni

1940. LE RENI DELLA GRECIA, LE LACRIME D’ITALIA

Alle 03:00 di notte fu consegnato a Metaxas, primo ministro ellenico, l’ultimatum che richiedeva l’immediata cessazione delle attività anti- italiane: Hitler e i suoi ultimatum avevano fatto ormai scuola.

Così l’Italia fascista entrava in una guerra di aggressione contro un popolo povero, che nulla c’entrava con i regimi plutocratici di Francia e Inghilterra.

Mussolini aveva previsto l’attacco per il 26, Badoglio, dopo la famosa riunione di Palazzo Venezia, riuscì a spostarlo al 28 ottobre.

Il capo di Stato Maggiore iniziò la sua ambigua condotta nei confronti del fascismo che gli aveva dato gli onori di comandare le truppe che, avevano portato a Roma il trofeo dell’Etiopia nel 1936.

A Soddu Badoglio disse che era “impossibile mobilitare le truppe in così breve tempo”, ma a Mussolini non disse nulla.

Naturalmente regnava il caos fra gli alti comandi che non avevano idea della logistica di Albania e Grecia.

Il 28 ottobre a Firenze un Mussolini raggiante accolse Hitler con una delle sue affermazioni che passeranno per profezia di sventura: “Führer stiamo marciando, all’alba da oggi le truppe italiane vittoriose hanno attraversato la frontiera franco-albanese!”.

Le truppe italiane avanzarono nell’Epiro, ma trovarono subito una forte resistenza da parte dell’esercito greco, che era poca cosa, ma si batteva con coraggio e determinazione per una causa nobile come la difesa della propria terra e della propria vita.

Bisogna ricordare che il responsabile delle operazioni era quel generale Visconti Prasca, che verrà poi sostituito, vista la sua indecente condotta della guerra.

In condizioni atmosferiche spaventose, i poveri soldati italiani furono mandati al massacro sui monti dell’Epiro senza riuscire a sfondare da nessuna parte la linea difensiva dei greci e senza espugnare Kalibaki, punto decisivo della battaglia.

Gli aiuti degli inglesi erano insufficienti, quindi non si poteva dire che le truppe italiane fossero state fermate da un nemico ben armato, così come stava accadendo sul fronte Nord-africano.

Quella che doveva essere una folgorante marcia verso Atene si trasformò in una guerra di posizione che vide gli italiani pagare a caro prezzo la follia dei comandi militari e di Mussolini: le camicie nere albanesi defezionarono alle prime difficoltà, l’accerchiamento da parte dei greci diventò possibile l’8 novembre quando questi ultimi entrarono nell’Albania meridionale.

L’unica cosa che si poteva fare era quella di ritirarsi abbandonando po- sizioni importanti come Argirocastro, sul confine jugoslavo, a poca di- stanza dal mare.

Il congelamento dei fanti e degli alpini, che si batterono con coraggio, era la normalità. Quelli della Julia, il 10 novembre, si ritrovarono al ponte di Perati da dove erano partiti il 28 ottobre.

Nacquero in quel contesto le canzoni tristi che accompagneranno come colonna sonora la tragedia degli alpini e dei soldati in terra greca e poi nelle steppe del Don.

“Sul ponte di Perati bandiera nera, l’è il lutto della Julia che va alla guerra, la meglio gioventù che va sotto terra”

Tutti i contendenti riconobbero agli alpini l’onore delle armi, ma questi si ritirarono verso le retrovie con un quinto degli effettivi in meno, con la stanchezza di una disfatta, per essere andati allo sbaraglio per una guerra voluta dall’alto con colpevole leggerezza.

E che fosse una guerra inutile, cattiva, contro una popolazione ridotta alla fame lo testimonia l’Ufficiale Ugo Pirro: “(…) arrivammo ad Atene il mattino seguente. Cantavamo felici come fossimo giunti in una città italiana, ma la nostra allegria finì all’improvviso alle prime case della periferia. Il fracasso del motore vuotava le case, a centinaia le donne si gettavano sulla strada gridando: “Psomì, Psomì” Chiedevano il pane che da mesi mancava: non c’era nella voce rabbia o sdegno per i nostri visi nutriti, la fame aveva ormai mangiato anche i loro legittimi senti- menti di vendetta”

Cfr. Enzo Biagi, n. 17, op. cit. pag. 536

Le truppe italiane si ritirarono e la notizia fece il giro del mondo.

Le conseguenze per il nostro Duce, come vedremo, furono catastrofiche.

Metaxas, primo ministro, annunciò per radio la vittoria verso la fine di novembre, Halifax alla Camera dei Comuni inglese tributò un elogio all’eroico popolo greco.

Il semestre di guerra italiano aveva smascherato l’inefficienza criminale di Mussolini come capo delle forze armate.

Il problema non era tanto che lo avevano capito gli inglesi e i francesi, il problema è che lo aveva capito la Germania di Hitler.

https://amzn.to/2Cwqxlp clicca 2,99

https://amzn.to/2Vi5BVP clicca 0,99

Dai vitalizi a Mondragone: un classico dell’orrore della Grande Bellezza italica

Non deve stupire più di tanto la delibera che momentaneamente reintroduce i vitalizi ai senatori.

I vitalizi, che dal 2018 vengono pagati secondo metodo contributivo ( chi ha fatto un giorno di presenza in parlamento non poteva pretendere il retributivo) erano e sono una sostanziosa prebenda che si credeva riposta nell’armadio della vergogna dei privilegi.

Ora l’ex senatore Paniz, avvocato di Mister B, a cui si è affidato pure l’ex agitatore Mario Capanna, quello che fece votare al Parlamento che Ruby era la nipote di Mubarak, sostiene che finalmente ha vinto lo stato di diritto.

Insomma non c’è pandemia e miseria che tenga alla forza della Costituzione.

Non così accade a Mondragone nel casertano dove la popolazione locale è insorta contro i bracciati bulgari che hanno forzato la zona rossa del focolaio covid 19 per andare a lavorare in nero dai caporali dell’agricoltura.

Cosa dice in proposito lo stato di diritto?

Che il caporalato è fuori legge, che la zona rossa va rispettata,che l’assistenza alle famiglie dei lavoratori costretti alla quarantena va assicurata, in modo da rispettare i diritti alla salute di tutti.

L’accoppiata vitalizi – caporalato, però, è un classico dell’orrore che ti fa comprendere che la democrazia compiuta in Italia è un’utopia più ontologica di ogni forma di socialismo scientifico.

La guerra fra poveri, fra migranti bulgari e cittadini italiani, rischia di diventare il motivo conduttore di una bomba sociale in potenza, ma già in atto.

Il vicerè della campania De Luca,clone di Crozza, ha già chiesto e ottenuto l’intervento dell’esercito,per paura che il virus si diffonda e con la certezza che la tragedia del malessere è già il sale della terra della situazione sociale in certe zone del basso Lazio e Campania.

La scontro fra ” untori” derelitti in cerca di sopravvivenza, cittadini poveri in cerca di lavoro c’è anche in Germania, Francia, Inghilterra, Stati Uniti ecc

Ma i vitalizi targati Paniz fanno parte della Grande Bellezza di un sistema italico che si è già rituffato nel politichese, nelle lotte di potere, nella scadenze amministrative.

E noi?

https://amzn.to/3dx9Sv3

https://amzn.to/3fXtQ3F

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑