Alessandro Di Battista, chiaramente un “rivoluzionario terzomondista”, viste le simpatie per Venezuela e Iran, dovrà farsene una ragione.
Oltre a dover digerire il governo Conte, dovrà pure digerire il veto di Vittorio Crimi e parte dei 5S alla modifica dei decreti sicurezza.
E’ curiosa la politica del partito di governo e di lotta dei grillini.
Mentre ti aspetti che, vista la situazione internazionale di crisi, sia il momento di mettere mano definitivamente al fenomeno dell’immigrazione, la pancia grillina quando sente parlare di revisione drastica dei famigerati decreti sicurezza di Salvini torna a fare le barricate in senso contrario:contro gli immigrati.
E sì che le proposte di Pd, Leu, Italia viva, fatte proprie dal ministro degli interni Lamorgese sulla questione sono solo e, finalmente, di buon senso.
Sottrarre al ministro degli interni la questione degli sbarchi,togliere la criminalizzazione delle Ong, favorire l’obbligo del salvataggio in mare, ridurre i tempi di rimpatrio da 180 a 90 giorni, applicare in toto costituzione e leggi internazionali nelle acque territoriali italiane, riaprire i centri di accoglienza come veri presidi democratici.
I Cinque stelle hanno detto che su alcune cose sono d’accordo,ma se ne parlerà a settembre.
E visto che a settembre ci sarà altro a cui pensare ( dramma social economico, elezioni regionali, riapertura delle scuole etc), non se ne parlerà quasi più.
Così lo virtù internazionalista di chi vorrebbe vedere applicare la legge dello stato di diritto può rassegnarsi.
Le priorità non hanno la pelle nera, le torture sulla pelle,le violenze subite negli occhi delle donne: la democrazia può attendere.
Considerato che i dati confermano che i decreti sicurezza con le loro restrizioni ai centri di accoglienza hanno creato 30.000 clandestini in più, più migliaia di disoccupati, non si vede il perchè i 5S siano così riottosi nell’affrontare un tema vergognoso come il permanere dei decreti sicurezza. Oppure si vede benissimo: la paura di perdere voti a destra, sottrarre a Conte la guida del movimento,prepararsi a dovere nella distinzione con il Pd.
Terzomondisti alla Dibba, se ci siete battete un colpo.
Massimo Carminati, ex Nar, uomo dalla sub – cultura di estrema destra degli anni settanta, tolkiniano letterato della “terra di mezzo”, è a casa sua, con obbligo di dimora.
Visto il curriculum della sua brillante carriera di fascista al servizio dello stato reazionario,(depistaggio strage di Bologna,mandante omicidi Fausto e Iao,omicidio Pecorelli etc), il sedicente capro espiatorio della mattanza nera ha indubbiamente tanti santi in paradiso.
E poi se cadono i termini della carcerazione preventiva un cittadino ha diritto di uscire di galera in attesa del processo, anche, o soprattutto, se si chiama il Nero Carminati.
Il “Mondo di mezzo” di Carminati, la sua psico ideologia di un realtà che sta fra i vivi, quelli che stanno in alto e i morti, quelli che stanno in basso, però non è una trovata estemporanea e suggestiva.
In effetti la galassia nera degli anni settanta e anche dopo ha sempre abitato il regno dell’illegalità contro le istituzioni, con il favore dei potenti ( i vivi) a danno dei morti ( quelli che non contano nulla).
L’Italia è un paese di intrighi e di privilegi,stare in mezzo significa vivere nella rappresentazione della legalità, per maneggiare l’illegalità.
I Nar con Giusva Fioravanti, la Mambro e altri esponenti delle SA italiane terrorizzarono la Roma democratica degli anni settanta sino al 1981.
E la ragion di stato degli anni settanta è chiaro che tifasse più per Carminati che per Renato Curcio.
In questo stare sospeso fra legalità apparente e illegalità criminale il “Mondo di mezzo” di Carminati ha fondato la banda della Magliana, grande incrocio di spaccio, di controllo del territorio, di favori ai politici, agli amministratori, alle istituzioni romane fino al generone affaristico delle cooperative.
Il personaggio Carminati è da “Romanzo criminale”, da” Suburra”; amico dei politici di tutti i colori era perfettamente inserito nel sistema che in Italia non vuol sentire parlare di democrazia compiuta, ma solo di affari criminali al di là delle etichette politiche.
E così mentre la famiglia di Giulio Regeni attende che il governo decida fra ragion di stato e verità della morte del figlio, il Mondo di mezzo avanza: chi ha trucidato Regeni lo si sa,ma i nomi non si possono fare.
La “terra di mezzo” di Tolkien è abitata solo da orchi di tutto il mondo.
Brano tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta, e dall’ebook la guerra dei caporali nazifascisti di Pierluigi Raccagni
1940. MORIRE SULLE ALPI
Il primo contatto con la guerra fu anche il primo contatto con la totale mancanza di preparazione alla guerra.
Mancanza assoluta di un’artiglieria moderna (i pezzi d’artiglieria erano dell’altra guerra).
Gravi deficienze nel rifornimento delle munizioni. Mancanza di pezzi di grosso calibro.
Mancanza di mezzi di trasporto per le truppe e delle ambulanze per i feriti.
Mancanza totale di vestiario per i soldati che nel giro di poche ore con- gelarono sulle Alpi francesi; erano vestiti come fossero pronti per una battaglia in pianura o in riva al mare.
Per cui l’avanzata italiana in terra francese fu miserevole.
Le truppe italiane che puntavano su Nizza furono fermate a Mentone, l’offensiva sulle Alpi si rivelò catastrofica, come abbiamo accennato in precedenza.
Lo stesso Starace, segretario del PNF, di ritorno dal fronte alpino disse che l’attacco alle Alpi aveva documentato la totale impreparazione dell’esercito, l’assoluta mancanza di mezzi offensivi, l’insufficienza completa nei comandi.
Secondo Starace si erano mandati gli uomini incontro ad una inutile morte due giorni prima dell’armistizio: ma le lacrime di coccodrillo di Starace urtavano contro il volere del Duce che esigeva qualche centi- naio di morti per sedersi al tavolo della pace.
“Il comando militare sa che solo un terzo dei soldati è pronto a combattere ai primi di giugno e piange sull’addestramento, sui mezzi ma c’è qualcosa d’altro e di più grave: dal 1935 il paese vive in uno stato continuo di tensione, di eccitazione che può aver creato nella piccola borghesia in cerca di posti una certa attesa del nuovo, una certa liberazione dal mediocre tran tran quotidiano, ma che ha diffuso fra i ceti popolari una stanchezza mortale. Operai e contadini si sono resi conto che l’imperialismo non paga, nel senso che a ogni conquista territoriale, a ogni vittoria è seguito in patria un inasprimento delle condizioni di vita, nel migliore dei casi una stagnazione (…) C’è stato per anni uno sforzo suppletivo che nessuno ha calcolato in moneta e misurato in orario, ma la gente ne è stremata, la voglia di combattere, posto che l’abbia mai avuta, se ne è andata con le pene di ogni giorno”
Cfr. Giorgio Bocca, Storia d’Italia nella guerra fascista, op. cit. pag. 148
Poca voglia di combattere, dunque, da parte di un esercito di “otto milioni di baionette” che non hanno nemmeno le divise invernali per reggere il freddo delle Alpi occidentali nel mese di giugno.
Eppure Benito Mussolini, convinto di fare una guerra per finta, si butta in una disarmante strategia di ordini e contrordini tale da portare in modo criminale i soldati italiani a morire per nulla.
Ogni giorno cambiava idea su dove attaccare e come attaccare: voleva cambiare lo schieramento difensivo in quello offensivo in tre giorni. Stizzito dal bombardamento di Genova dopo la dichiarazione di guerra, ordinò un’offensiva generale a Badoglio, ma la guerra vera iniziò solo due giorni prima dell’armistizio.
Così, mentre la Francia stava collassando, i successi italiani furono dav- vero miseri, nonostante la propaganda interna facesse di tutto per far risaltare le splendide vittorie mai avvenute.
Questa contraddizione fra una guerra che non si voleva combattere e l’ambizione mussoliniana di insegnare agli italiani l’arte della guerra, portò un senso di angoscia e frustrazione prima di tutto fra i gerarchi fascisti e i ministri del regime.
Al Piccolo S. Bernardo saltarono sulle mine anticarro francesi i piccoli carri armati della divisione Trieste, sul Moncenisio ci fu una piccola avanzata combattendo casa per casa, parziali successi furono ottenuti nella zona del colle Maddalena e nella valle Roja si arrese il forte delle Traversette.
Lungo la costa, come abbiamo accennato, l’offensiva si fermò a Men- tone.
La frontiera francese era stata valicata, ma il sistema offensivo del ne- mico aveva tenuto, nonostante Mussolini avesse esortato le nostre truppe a “incalzare il nemico”
Una foto testimonia quello che accadde nella breve battaglia contro la Francia.
Davanti al semplice monumento di un piccolo villaggio alpino occupato dalle truppe italiane, si vede un soldato italiano rendere omaggio ai caduti francesi deponendo dei fiori ai piedi della statua.
Anche se Mussolini e qualche gerarca in attesa di facili promozioni in- citavano alla guerra, non vi era la minima animosità nell’esercito che invasa la Francia, doveva mettere pure in soggezione Inghilterra e Ger- mania!
In un momento come questo si cercano generali che sappiano condurre i propri eserciti non alla vittoria, ma ad una ritirata strategica per evitare una Caporetto o un 8 settembre.
Il generale in cerca di consenso è Conte, sperare che fallisca è da fascio- sfascisti, a questo punto.
La facile metafora sugli stati generali di Roma, uno show,una kermesse, ma anche una riflessione necessaria su quello che non si è mai fatto, più che su quello che si deve fare,comporta un minimo di consapevolezza che superi il limite delle scienze utili come economia e politica.
Perchè la sede di villa Pamphili, con un po’ di fantasia, ospita pure le suggestioni culturali di due rivoluzioni che hanno cambiato il mondo: quella francese che convocò gli Stati Generali contro Luigi XVI e quella russa, se la villa diventa, via social e non, il Palazzo d’Inverno per le normali contestazioni ai potenti.
La convocazione delle teste pensanti d’Italia e d’Europa in un momento dove ci sono in ballo miliardi di aiuti, di sovvenzioni, di proposte per fare quelle riforme che in Italia non si sono fatte in tempi normali è anche un tentativo di evitare una situazione drammatica e tragica per l’autunno..
Ma quello sdoppiamento richiesto dall’autocoscienza dice che il problema è metterci una pezza in tempi brevi, più che progettare un futuro che non è prevedibile.
Il governo Conte in questo senso rischia di voler saltare al di là delle propria ombra, ipotizzare un nuovo mondo con un’economia che è da vent’anni che non cresce è quasi impossibile.
Nel 1789 a Versailles gli Stati Generali rappresentanti l’aristocrazia, il clero e il terzo stato decisero di votare per testa e non per corpo, introducendo così la democrazia liberale censitaria nel mondo.
Nel 1917 la presa del palazzo d’inverno ( pardon villa Pamphili) coincise con la nascita dei soviet, altra storia.
Qui governo, confindustria, sindacati, banche, istituzioni europee devono reintrodurre nell’economia materiale liquidità pronto cassa, altro che idealità liberali o rivoluzionarie.
Questo non può comportare mutamenti radicali, il nuovo modello di sviluppo lo deciderà il conflitto fra capitale e lavoro.
Perchè forse è meglio servirsi di una sociologia marxiana, che intrigarsi con il liberalismo parolaio, oppure il fascio nazionalismo: non si tratta di rifondare la socialdemocrazia o la liberal democrazia, ma di evitare una catastrofe immane cercando di salvare i più deboli socialmente.
Il proletariato non può sperare nella saggezza del profitto.
Una keinesiana immissione di capitali pubblici in investimenti potrebbe attenuare la sacrosanta rabbia sociale.
C’è quindi da convincere l’Europa che “conta gli euro” che siamo un paese credibile, che non butteremo i soldi dalla finestra, che non faremo quello che paventano Olanda, Svezia, Austria e vari frugalisti.
I dieci giorni che cambiarono il mondo sono dell’anno 1917,oggi oltre villa Pamphili c’è la giusta protesta di chi teme di essere tagliato fuori dalla Croce Rossa dei Btp e del Ricovery Fund.
tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta,Pierluigi Raccagni
La Germania non aveva accesso diretto all’Oceano aperto, e questo fatto era rimasto impresso agli ufficiali di marina tedeschi.
Hitler, quindi, era seriamente preoccupato della possibilità di un attacco inglese in Scandinavia, che avrebbe minacciato la Germania nei suoi vitali interessi economici.
Bisogna ricordare, infatti, che la Germania importava dalla Svezia circa undici milioni all’anno di materiale ferroso.
Hitler ormai era orientato per un attacco risolutivo verso l’Occidente già contro la Polonia, come abbiamo visto, i nazisti si erano concentrati per un attacco contro Francia e Inghilterra. Da tempo la Marina tedesca aveva gli occhi rivolti a Nord.
Nel febbraio del 1940 il nostro imbianchino criminale decise di impa- dronirsi della Norvegia.
Convocò a proposito, il generale Nikolaus Von Falkenhorst, per affidargli il comando delle operazioni, concedendogli cinque ore di tempo per studiare lo sbarco.
Il generale, come poi testimonierà al processo di Norimberga, non sapeva manco come fosse fatta la Norvegia. Abbozzò in cinque ore un piano che soddisfò pienamente le aspettative di Hitler.
Il piano era semplicissimo e prevedeva l’occupazione dei cinque porti principali della Norvegia: Oslo, Stavanger, Bergen, Trondheim e Narvik.
Il 1° marzo venne partorita l’operazione “esercitazione di Weser”, che riguardava le direttive per l’occupazione della Danimarca e della Nor- vegia. Il 1° marzo del 1940 Hitler ribadì, con una nota segretissima, che la situazione in Scandinavia imponeva che fossero espletati tutti i preparativi necessari per occupare la Danimarca e la Norvegia. L’operazione aveva lo scopo di impedire l’invasione della Scandinavia e del Baltico da parte inglese.
Nei mesi freddi, quando il Mar Baltico è ghiacciato, il materiale veniva convogliato per ferrovia dalla Svezia al porto norvegese di Narvik.
Era dovere, secondo il Führer, provvedere alla sicurezza della base di materiali ferrosi in Svezia o offrire alla flotta e all’aviazione una linea più ampia da cui sferrare l’attacco contro la Gran Bretagna.
Il senso della direttissima di Hitler è pura logica militare: se la guerra dei nazisti doveva distruggere l’Inghilterra, bisognava dunque assicurarsi il possesso del litorale continentale che fronteggiava l’isola britannica.
Alle 05:20 del 9 aprile 1940, mezz’ora prima che iniziasse l’occupazione armata, gli incaricati diplomatici tedeschi ad Oslo ed a Copenaghen presentarono ai governi di Danimarca e Norvegia un ultimatum in cui veniva imposto di accettare senza resistenza la protezione del Reich.
C’era nella tattica tedesca un brutto ricordo della prima guerra mondiale.
Come si noterà la protezione offerta dai nazisti è nel segno della tipica protezione mafiosa, al confronto Cosa Nostra è un’organizzazione sportiva.
Riassumendo, si possono così elencare gli obiettivi tedeschi per quanto riguarda l’invasione della Scandinavia:
L’operazione di guerra in Scandinavia doveva anticipare l’azione in- glese contro la Scandinavia;
Doveva assicurare i rifornimenti di ferro della Svezia e fornire basi di appoggio per le invasioni tedesche contro l’Inghilterra
L’inferiorità numerica delle truppe del Terzo Reich doveva essere compensata dall’audacia e dalla sorpresa delle azioni di guerra.
“La campagna di Norvegia, -disse Hitler-, sarebbe stata la più audace e la più importante impresa nella storia della guerra”.
Gli inglesi in questa fase avevano le idee confuse, l’attività aerea britan- nica si limitava al lancio di manifestini fra le proteste dei cittadini indi- gnati che così commentavano sui giornali: “(…) se non dobbiamo rischiare la benzina e i piloti neanche per obiettivi vitali, quale è la ragione per mandare nostri apparecchi a 2.200 Km entro il territorio nemico per lanciare manifestini?
Il caposquadriglia dice: «sei tornato presto!»
E il pilota si volta e risponde: «sì, ho buttato giù i volantini, non andava bene?»
E allora il caposquadriglia fa: «Santo Dio potevi ferire qualcuno…»”.
Cfr. Ken Follett, La cruna dell’ago, Milano 1979, pag. 15
Puntare innanzitutto sulla formazione, sulla ricerca, sulla riforma della scuola che è valore fondamentale per la civiltà.
Ci si ricorda della scuola quando ci sono scrutini ed esami di maturità, oppure quando crolla qualche soffitto sugli studenti, oppure quando, chiusa per il Covid 19, ci si è accorti dell’importanza dell’istruzione per le giovani generazioni.
Anche se la didattica non si è mai fermata, almeno sulla carta.
Le lezioni a distanza, infatti, sono state un giusto dispositivo di sopravvivenza, ma pensare di alienare la vitalità positiva dei giovani in una video chiamata è impossibile anche per chi immagina un futuro pedagogico digitalizzato.
Non voglio entrare nel merito delle varie questioni ancora aperte come precari e organici di fatto:ci vorranno comunque eserciti di insegnanti se si vorranno tenere lezioni in presenza con classi di un massimo di 10 alunni.
Quello che non funziona è che sono 40 anni che si parla di investire maggiormente in formazione, i risultati finora sono stati modesti se non mediocri.
In Italia l’abbandono scolastico è una piaga da maglia nera europea, la selezione come sempre colpisce i giovani più deboli e di estrazione proletaria.
La scuola, diventata di massa negli anni sessanta con la riforma della scuola media si è fermata: rimane sospesa fra contenuti anche elitari nelle scienze umane e nelle scienze matematiche e una separazione artificiosa fra scienza e cultura umanistica.
Sono tutti d’accordo gli esperti.
La suola italiana è famosa per i bassi salari agli insegnati, un giorno eroi, un giorno cialtroni, mancanza di mense nelle scuole medie e superiori, scuole fatiscenti,poche risorse e tecnologie per l’apprendimento delle lingue.
Nonostante questo la scuola italiana può vantare ancora licei e istituti di eccellenza, scuole primarie che non hanno nulla da invidiare a quelle dei paesi più evoluti, parte di personale docente che si mostra entusiasta del proprio lavoro, anche fra mille difficoltà burocratiche, non manifestando posizioni solo corporative.
Adesso la discussione verte sulla pubblicazione degli scrutini. sulla maturità che inizia dopodomani con la sola prova orale e di come riprendere a settembre.
Punto.
Poi ci penseranno gli Stati generali….
La povera ministra dell’istruzione Azzolina, che è pur sempre l’erede di Croce e Gentile, è considerata dai media meno di un passacarte ministeriale per le capacità espresse: ne combina di ogni, ma prendersela con l’ultimo arrivato per mali decennali mai risolti, è troppo comodo.
Pensare al settembre nero della scuola è un dovere.
Presupporre però che date le condizioni sia facile fare le nozze coi fichi secchi è ingenuo.
Il governo spagnolo, ad esempio, ha già stanziato due miliardi di euro per la ripresa delle lezioni dopo il Covid.
Se non si hanno i soldi e le idee per rilanciare il mondo dell’istruzione dopo quello che è accaduto, allora davvero avremo poco da sperare.
1940. 10 GIUGNO tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta di Pierluigi Raccagni
La macchina della propaganda si mise in moto.
Tutte le corporazioni del paese fecero a gara per esprimere al Duce la loro volontà guerriera.
L’entrata in guerra fu annunciata per il 5 giugno, poi Hitler per ragioni militari lo convinse a spostare la data al 10 giugno, per non dare van- taggio all’aviazione francese, che tentava disperatamente di fermare i Panzer tedeschi.
Secondo Ciano “Mussolini è contento come non mai di comandare la sua nazione in armi”.
Facendo infuriare il Re, il Duce aveva assunto il comando di tutte le forze armate.
Il 10 giugno il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano comunicò il testo della dichiarazione di guerra a André François-Poncet, ambasciatore di Francia.
L’ambasciatore disse a Ciano: “I tedeschi sono padroni duri, non vi fate ammazzare”, dimostrando che i francesi non si aspettavano un simile trattamento da parte italiana.
Poco dopo sarà la volta dell’ambasciatore della Gran Bretagna Percy Loraine, che non batté ciglio.
Questo accadde alle 16:30.
Alle 18:00 Mussolini dal balcone di Piazza Venezia, davanti ad una mol- titudine mobilitata dal partito fascista, entrò finalmente nella storia.
La vetrata si aprì puntuale. Il Duce apparve in divisa nera col berretto a visiera, le spalline e il cinturone. Prima ancora che il silenzio della folla fosse assoluto, con voce bassa e profonda pronunciò quello che rimane il discorso più tragico di tutta la storia italiana contemporanea “Combattenti di terra, di mare e dell’aria, camicie nere della rivoluzione e delle legioni, uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania ascoltate!
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria, la dichia- razione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bre- tagna e Francia.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente, che in ogni tempo hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.
La parola d’ordine è una sola categorica e impegnativa per tutti: essa già trasvola e accende i cuori dalle Alpi all’Oceano indiano: Vincere!
Popolo italiano! Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”
Cfr. Enzo Collotti, La seconda guerra mondiale, collana diretta da Massimo L. Salvadori, Torino 1983, pagg. 90, 91
Le acclamazioni furono entusiastiche e prevedibili come in un’orgia di ferocia e di rancore a distanza.
Una parte della folla era ovviamente incitata dalla messinscena dram- matica e dalla presenza fisica delle milizie fasciste.
Fu uno spettacolo macabro, manipolato, il consenso parolaio e vociante ben presto lasciò il posto alla tristezza.
Scrive Giorgio Bocca: “La gente ascolta in silenzio, qua e là gruppi di plaudatores cercano di accendere l’entusiasmo bellicoso, ma la preoc- cupazione prevale, il silenzio si rinchiude sui loro evviva.”
Cfr. Giorgio Bocca, Storia d’Italia nella guerra fascista, 1940-1943, Milano 1997, pag.143
Enzo Biagi scrisse che a Bologna studenti fascisti urlarono alla dichia- razione di guerra, probabilmente perché potevano starsene a casa im- boscati dalla dispensa che per gli studenti valeva fino a 26 anni.
Alcune donne piangevano.
Anche a Milano fra la gente che defluiva solo le camicie nere facevano baldoria.
Alle città degli States, di Sidney, Londra, Berlino, Seul , Città del Mexico nelle quali milioni di persone hanno sfilato contro il razzismo nel ricordo di George Floyd, per la democrazia vera, autentica, sofferta, che è conquista universale di civiltà contro la reazione e il fascismo, in Italia finalmente ieri si è unito il movimento nelle manifestazioni di Milano e Roma.
Però le piazze fanno notizia per le marcette su Roma di fascisti e nazisti che anche sabato a Roma hanno messo in scena, con la partecipazione delle curve del calcio, la volontà di sfruttare la rabbia sociale del dopo covid.
Forza Nuova, Casa Pound, galassia nera, arancioni e forconi fanno più rumore dell’antifascismo nostrano in questo momento.
Vista così si direbbe che la sinistra parlamentare in Italia non ha nessuna capacità di mobilitazione, subisce passivamente l’iniziativa politica della destra estrema: il fatto che stia al governo ne frena la partecipazione all’antifascismo – capitalismo.
La risposta antirazzista di Milano in piazza Duca d’Aosta, quella di Roma in Piazza del Popolo, sono segnali non marginali, ma rimangono purtroppo testimonianze minoritarie, certamente importanti, ma non di massa come a Berlino e Londra, tanto per stare in Europa.
E’ anche scontato che non saranno duemila fascisti che hanno caricato la polizia al grido di” duce duce” a mettere in discussione l’asseto democratico.
( mentre se l’avessero fatto i centri sociali e gli anarchici si sarebbe parlato di ritorno del terrorismo…)
Ma il tema del razzismo, dopo quello che è accaduto sui migranti in questi anni, forse meritava più attenzione da parte di sindacati e Anpi.
In fondo il “vorrei la pelle nera” di Nino Ferrer era già popolare negli anni sessanta.
Insomma negli States , in Australia e in zone dell’Europa la questione razziale, lo riconoscono pure i media “borghesi” , è diventata rivolta di classe, organizzazione dal basso di istanze egualitarie in piena autonomia.
In Italia la timidezza sul caso Amerika nasconde forse la solita prudenza nell’affrontare le contraddizioni fra capitale e lavoro, fra garantiti e non garantiti,fra rabbia sociale e coscienza di classe.
La fase 3 partita da due giorni vede un’Italia ancora sotto choc, dolente per i morti, per il dolore, per la devastazione economica e il radicale cambiamento delle abitudini.
I record dei senza lavoro, in due mesi 400 mila lavoratori in meno e 746 mila inattivi in più, erano nelle previsioni, le ingenue balconate sono già un pallido ricordo.
Nell’Italia dei guelfi e ghibellini, dei bianchi e dei neri, dei fascisti e antifascisti spunta in questi giorni la divisione classica del secolo scorso, quella fra padroni del vapore e proletari.
Sono le dichiarazioni di Carlo Bonomi presidente di Confindustria, manager con laurea in Economia, rampante leader degli industriali a mettere in chiaro lo scenario prossimo venturo.
” Il governo fa più danni del virus”:l’ ultima sintesi bonomiana sulla crisi economica non è piaciuta al presidente del Consiglio, ma non dispiace all’opposizione di estrema destra.
In Italia il fascio – leghismo che non ha detto una sola parola sulla morte di George Floyd e ha mandato un like a Trump quando questi ha bollato gli antifascisti americani come terroristi, gioca la partita della ribellione all’ombra degli interessi padronali.
Anzi è pronto a far pagare ai sans papier messi in regola il conto della crisi:”non ci sono soldi per gli italiani, ma per gli africani sì”.
Il filo nero della storia è ben riconoscibile.
Nel ’29 la grande depressione ridiede slancio al fascismo: Hitler in Germania era un leader finito,nel 1933 vinse le elezioni promettendo burro e cannoni.
Salvini e Meloni hanno insieme ancora il 40% dei voti, i negazionisti della democrazia quelli che se la prendono con la presidenza della Repubblica e quelli che si atteggiano a pacifici dimostranti facendosi scortare dai servizi d’ordine dei fascisti, sono riemersi dalla quarantena dimentichi di tutto, soprattutto dei morti.
Fontana e Gallera in Lombardia, ad esempio, sono stati osannati dalla destra pure in Piazza Duomo senza un minimo di autocritica, senza un dubbio esistenziale sull’operato della Sanità lombarda in 90 giorni di virus.
Nega il variegato universo nero – verde – arancione tutto ciò che sa di verità storica: l’Olocausto, la Resistenza, la Repubblica e poi la pandemia, la mascherina, la protezione delle distanze: come se tutto fosse un complotto da sistema comunista che ora vuole pure soldi e assistenzialismo improduttivo.
Il grido di GE – NE- RA – LE scandito dagli arancioni rievoca il generale Franco, il generale Pinochet, i generali golpisti sudamericani, il generale Trump con la Bibbia e il Winchester: il richiamo ai cani feroci della Casa Bianca contro i neri, fa pensare ai cani dei nazisti contro gli ebrei.
Ma i padroni veri sono fuori dalla furia negazionista, la commistione fra interessi corporativi dei ricchi imprenditori e piazza di destra del 2 giugno è chiara.
E la crisi economica sarà il serbatoio di voti ideale per i negazionsti della democrazia; ossimoro incredibile, ma vero.