prof. di filosofia e storia a Milano al Vittorio Veneto, al Liceo artistico Brera, pubblicista su Corriere della Sera ( scuola), Lotta continua, Re Nudo,testate straniere,autore dispense università filosofia antica e moderna, autore romanzi storici su anni settanta ecc. Volontario carcere s. Vittore...
Sembra che fare il parlamentare, oppure il manager della cosa pubblica,sia diventato uno dei lavori più a rischio, uno dei mestieri più usuranti.
Non tanto perché rischi la pelle per le tue idee e manco il portafoglio: quanto perché devi raccontare un sacco di menzogne preparate con cura dai guru dell’informazione, con la presunzione che siano eterne verità.
La parola d’ordine del generone politico che si presenta al talk show, infatti, è una testimonianza di amore viscerale per l’Italia e gli italiani.
Usando termini alla moda, (da resilienza a condizionalità, da criticità a sostegno, da Recovery ad algoritmo, fino agli acronimi per addetti ai lavori), l’eroe che” ci mette la faccia” e si prende la” responsabilità” è lui, il politico che sta lavorando per il bene comune.
Inutile ricordargli che in genere prendersi la responsabilità di far bene il proprio lavoro, rispettando se stessi e gli altri, è condizione universale per il vivere civile.
Se il rider non si prende la responsabilità della consegna il cliente non mangia e lui pure, se vai su un’impalcatura e non ci metti la responsabilità….. puoi cadere di faccia….a ciascuno il suo, onorevole.
Al nostro imbonitore è anche indispensabile, poi, rimembrargli che non è lui ad aver inventato il suffragio universale, ma che è stato il suffragio universale a piazzarlo in TV.
Insomma tutti sono necessari, ma nessuno è indispensabile, soprattutto quando si ripetono come scimmie ammaestrate filastrocche di partito foriere del nulla.
Il problema è che la corsa alla retorica del primato del bene comune è sport nazionale: professionisti della polis, sindacalisti dal posto sicuro, intellettuali da tavole rotonde per teste quadre, giornalisti di grido, sono tutti interpreti del” siam pronti alla morte l’Italia chiamò”.
L’antipolitica della continua e perseverante mancanza di coerenza è questa: violenza pura, menzogna spudorata, omertà reciproca che inquina le istituzioni.
D’altronde il mercato del bene comune pone una domanda : prima facevate politica per interesse privato?
Lo avevamo già compreso, anime candide da Paradiso dell’idiozia.
Dovevamo essere in tanti in via Mancinelli,domani.
Non possiamo per via del Covid.
Commemorazione davanti alla lapide alla mattina,al pomeriggio la musica ribelle, quella che piaceva ai ragazzi.
Senza forzature,anche a distanza,per noi/me non cambia.
Blues,rock,sinistra libertaria,in fondo sono stato fortunato:ho potuto, da professore,continuare all’infinito il mito della libertà di quegli anni anche con il sound di Iaio e Fausto.
Ma domani,anche se si fuggirà in qualche modo dalla claustrofobica presenza del Covid,non si fuggirà da quel 18 marzo che ha dato anche a me un senso profondo del vivere.
Nessuno può fermare il ricordo, il dolore, la rabbia per la morte di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci.
Uccisi da fascisti,ancora a piede libero nell’Aldiqua o nell’Aldila.
43 anni fa, il secolo scorso, ragazzi di sinistra ammazzati dai killer del Male Assoluto, due giorni dopo il sequestro Moro, il 18 marzo, giorno del primo governo operaio della Comune di Parigi.
In questa epoca dove l’immagine e’ tutto,
il tutto è considerare Iaio e Fausto nostri compagni di strada.
Ora e sempre grazie di far parte di questa comunità .ciao
Platone nella lettera VII esortava i cittadini di Atene ad una profonda rivoluzione culturale: tutti gli stati saranno mal governati, diceva il filosofo, finché i governanti non fossero diventati filosofi e i filosofi governanti.
E poi via di seguito nei secoli dei secoli il futuro era sempre presagio di cattive sventure, perchè” il mondo andrà a pezzi e non si sa dove andremo a finire”.
La storia, si sa, è fatta di guerre, rivoluzioni, controrivoluzioni, congiure di palazzo, menzogna, avidità, carestie, pandemie, pestilenze; ma anche di normalità eroica, di slanci di solidarietà impensabili, di vitalistica e laboriosa intraprendenza, miracolo di miseria e nobiltà.
Quindi questa lenta sciagura al rallentatore della pandemia, che ci ha reso assolutamente individualisti anche perchè isolati, ci ha pure reso timorosi di tutto, dicono gli esperti delle anime in pena.
Se tutto è stato già detto e scritto ,dunque, non c’è logica nell’accadimento, c’è solo l’abitudine che una cosa si ripeta all’indefinito senza senso finalistico. E’ il filosofo scozzese David Hume a sancire che la vita non è guidata data dalla ragione, ma dall’abitudine.
L’empirismo scettico del filosofo, vera critica radicale della metafisica, non contiene certezze ,se non il ripetersi di idee derivanti dalle sensazioni: le idee, secondo Hume, sono immagini illanguidite nella memoria. La sensazione che il mondo si spezzi , potrebbe voler dire l’abitudine a dire ,”così”, perché è difficile capire cosa accadrà.
Per cui è meglio rifugiarsi nell’unica certezza che abbiamo, quella di un futuro che non abbiamo, perchè non lo abbiamo progettato.
Che questo diventi un business è inevitabile.
Siamo di fronte ad un boom di fine del mondo, di complottismo di forze malvage, di gente che spera che la paura della fine trovi presto una giustificazione per isolarsi nell’egoismo ancora di più.
La decadenza raccontata per sommi capi spinge verso la nostalgia del come eravamo fino a ieri, un ieri che ci fa faceva dire” chissà come andremo a finire”.
Il “dio è morto niciano” è qui con noi.
Il mondo cade a pezzi d’abitudine, la modernità è decadenza per costituzione, quello che conta allora è solo il presente?
Chi auspica una ripresa per il PD, partito precipitato da tempo nell’indifferenziato dell’assoluto ,può andare tranquillo.
Enrico Letta, democristiano da quando aveva i calzoni corti,ha accettato la proposta: e’il nuovo segretario del PD, eletto ieri dall’assemblea nazionale in video conferenza con 860 voti a favore, e 2 contro.
Nel discorso di rito ha parlato di giovani,donne, Ius soli,voto ai 16enni,ripresa della politica sui territori:un classico da almeno due lustri.
Con tutto il rispetto per chi ancora vota quello che una volta era il partito della classe operaia, dei contadini, dei proletari, con Letta va sul sicuro, certamente….al centro ( sinistra).
Perché Enrico Letta, non proviene culturalmente dall’universo socialdemocratico. La nomenclatura del PD, divisa in correnti, che non sa dove andare, spera che il volonteroso e coraggioso Enrico inizi una rifondazione che ridia forza al connubio fra forze della sinistra e del cattolicesimo democratico.
Oppure che l’autorevolezza di Enrico Letta metta momentaneamente in soggezione le faide interne: per un posto al sole nel Parlamento o in qualche sgabello delle istituzioni sembra che nel Pd vi sia una notte dei lunghi coltelli.
I milioni di elettori che credono che si possa recuperare alla causa del ceto medio proletarizzato l’ex partito della classe operaia non vedono l’ora che si ritorni nell’ambito del labourismo.
La classe “rosa “del partito, i maggiori esercenti del consenso elettorale ,quelli che con Renzi,e” lo stai sereno” liquidarono il nostro Letta e sono ancora nel partito, fanno di necessità virtù.
Enrico Letta per 7 anni ha fatto il professore universitario in una scuola di Alti studi di politica a Parigi, ha una laurea al Sant’Anna di Pisa in scienze politiche, non è un surrogato buono per tutte le ciofeche del Nazareno. Stimato a livello internazionale, amico di Bersani, ostile a Renzi e Bonaccini, potrebbe garantire equilibrio fra quelle correnti che non sono composte da menscevichi, socialisti rivoluzionari, bolscevichi, ma da esecutori testamentari del partito dei lavoratori.
Il nuovo orizzonte Pd è quello liberal – democratico moderato, che poi si misurera’con la inclusione movimentista grillina dell’interclassismo del ceto medio.
Piuttosto di niente, “piuttosto “,giusto. Per fare una nuovo Ulivo con Giuseppe Conte al posto di Prodi, Letta al posto di Zingaretti e alla sua sinistra Leu, al posto di Rifondazione, non ci vuole Lenin.
L’unico centrosinistra compatibile con lo stato delle cose esistenti è questo.
Solo che, guarda caso, la sinistra sta nelle mani di un ex Margherita….di tutto rispetto.
Il fatto che Beppe Sala,sindaco di Milano,abbia lasciato il PD per i Verdi Europei la dice lunga.
Non moriremo dunque berlusconiani, nè forse salviniani, ma di certo democristiani.
Le hanno nascoste con la solita arroganza di chi tratta le grandi questioni del pianeta terra.
E non ha tempo di perdersi con la cronaca dei poveri amanti della democrazia: l’alibi della pandemia rende l’informazione omogenea, piatta, lacrimosa, mai autentica.
Le notizie le ho trovate grazie ai gruppi antagonisti su Facebook, grazie ai filmati del Si. Cobas, sindacato di base antagonista, grazie al sito di ” Libertà” quotidiano di Piacenza.
Senz’altro c’erano anche prima di ieri, mi scuso per il ritardo. Parliamo del silenzio dell’informazione democratica, progressista e di quella della reazione, finta liberale.
Morale: a Prato e a Piacenza botte e intimidazioni a operai e sindacalisti che difendevano il loro posto di lavoro e la loro dignità.
Silenzio totale dei sindacati di stato, di qualsiasi fazione.
Alla Tnt di Piacenza, all’inizio di febbraio, vi erano state cariche e lacrimogeni contro picchetti di operai infuriati per la decisione di chiudere la fabbrica di spedizioni. ( 650 esuberi dicunt)
Ieri due arresti di sindacalisti Si.Cobas per condotta violenta e 28 perquisizioni in casa di lavoratori per i fatti accaduti a febbraio.
A Prato,alla TX Print, azienda tessile, si è assistito a scene da repressione da regime antidemocratico, con poliziotti che per scardinare i picchetti che bloccavano le merci, sono ricorsi alla forza, dopo che da mesi a operai stranieri era stato imposto, previo licenziamento, una giornata di 15 ore di lavoro per sette giorni.
Aspettando che anche in questo caso,come in quello dei rider a Milano, intervenga qualche procuratore della Repubblica per ristabilire la legge,i facinorosi in questo caso sono i padroni anti costituzionali, ci si domanda perché i confederali, sempre pronti alla pace sociale ,continuino a praticare l’indifferenza sprezzata da Gramsci verso i lavoratori più poveri e sfruttati, fregandosene delle loro pene. Non mi dilungo per non vomitare: tutti sanno tutto.
La divisione fra garantiti e non garantiti è funzionale alla doppia morale del capitalismo malvagio e pataccaro. Con una mano la mancia ai “buoni” che non si ribellano.
A chi non ci sta la pietà cristiana, ma soprattutto la Via Crucis della repressione.
Vero Maurizio,con il vestito della festa, a fare il verso al “mangi questa minestra o salti dalla finestra”?
La prima notizia è stata data in esclusiva da Radio popolare al Gr di venerdì di cinque sera fa.
Poi ripresa dal fatto Quotidiano poi da Repubblica, poi..da quasi tutti dopo un attimo di smarrimento.
Il governo Draghi avrebbe sottoscritto un contratto da 25.000 euro con la super agenzia di affari americana Mc Kinsey di New York, affidandole il compito di velocizzare tempi e modi del Recovery plan da presentare in Europa entro il 30 aprile.
Niente di particolare, però,in due giorni tutto è rientrato, come se la notizia fosse una polemica inutile in se’, pretestuosa,davanti a centomila morti di pandemia.
Il fatto rimane.
Non si capisce come mai il più grande piano di ricostruzione del dopoguerra in Italia abbia bisogno di una consulenza, per una cifra irrisoria, di una multinazionale straniera.
Alle poche critiche piovute da destra e sinistra sulla leicità di affidare ad un’agenzia americana i conti made in Italy,infatti, il governo ha risposto che responsabile del Recovery è solo il Mef, cioè il Ministero dell’ economia e Finanza.
Ci mancherebbe altro…
Giuseppe Conte era stato bollato come irresponsabile e incompetente soprattutto dalla destra e da Renzi perchè aveva incaricato il super manager Vittorio Colao, ex Vodafone, ora ministro dell’Innovazione, di proporre una task force che lavorasse sul Recovery dal punto di vista dell’innovazione tecnologica e degli adempimenti strutturali.
Anche Vittorio Colao e’ un ex Kinsey,nulla di male.
Ma gira e rigira il Recovery ha bisogno della spintarella della multinazionale dell’atlantismo Usa, perché l’agenzia garantisce efficienza, rapidità ,ciò che l’egemonica lentezza burocratica sulle istituzioni, funzionale al potere, non può garantire.
Inoltre Mc Kinsey ha bisogno di un rilancio prestigioso, dopo aver toppato con la diffusione di un antidolorifico che creava dipendenza da oppiacei: ha ammesso le colpe, ha transato, è pronta.
E quindi tutta la vicenda è prassi della corsa contro il tempo sia per il Recovery, sia per i vaccini, sia per il sostegno alle imprese, sia per la cassa integrazione, sia per facilitare la burocrazia digitale, sempre in tilt, sia per l’assunzione nella Pa.
Prega il cielo di nascere sotto la multinazionale giusta, sia russa, che americana…
E ora Salvini, dopo la cura Giorgetti, se ne sta silente e aspetta la torta.
In qualche modo si deve fare, comunque, a costo di rilanciare all’indefinito il marketing del governo di alto profilo, dei competenti, dei patrioti, della salvezza dell’Italia con debito pubblico da fallimento, ma con 191 miliardi di euro in arrivo.
E alla faccia dell’unità nazionale….a cui è stata sacrificata la lentezza del governo Conte sul Recovery.
Per finire: il keynesismo mariano DEVE per necessità andare bene a tutti, ma che ci azzecca l’alto profilo nostrano con l’appaltino multinazionale,con il vaccino che c’è e non c’è, con la chiusura delle scuole etc
Il PD nacque nel 2007 come unione di una sinistra storica che nei fatti rinunciava alla lotta di classe come motore della storia, con una componente cattolica democratica, la Margherita.
Le intenzioni di formare in Italia un partito progressista sul “Yes we can” di Obama, in salsa veltroniana, era senz’altro nobile a parole.
Socialismo reale morto,Marx seppellito nel cimitero delle utopie assassine; non rimaneva che lanciarsi verso un riformismo che garantisse pari opportunità e diritti civili.
Soprattutto continuità con la Costituzione Repubblicana, con il socialismo europeo, con l’ambientalismo e con il progressismo dei diritti su condizione della donna, scuola etc.
Come è finita lo sappiamo.
Riforme strutturali poche, nè carne, nè pesce,per dirla alla buona,con Confindustria e sindacati, con Minniti e la Caritas,con Berlusconi e poi con la Lega per emergenza nazionale.
Ma soprattutto il PD è’ un partito” poltronaro”,lontano dagli sfruttati da anni, che mira a governare l’esistente, disuguaglianze comprese.
E ovvio che Zingaretti non ha colpe anche se ha lodato il nazional populismo di Barbara d’Urso e ha dimenticato le donne nel novero dei ministri…
Chi vuol fargli le scarpe fra le correnti, Bonacini di base Riformista in primis, pare un Cavallo di troia del renzismo, non certo un riformatore radicale.
Chi nella crisi vede una contrapposizione fra movimentisti filo Cinque Stelle e riformisti filo liberal – democratici ( Forza Italia !), forse in questi 14 anni si è forzatamente ibernato come i mammut nei ghiacciai siberiani.
Il Pd, che non vince le elezioni dal 2006, in questi anni ha sempre governato, si è proposto come garante dello stato e della democrazia, come una formazione responsabile e pronta al dialogo senza nemici, ma con avversari politici da battere con il buon governo, e poi nelle urne ogni cinque anni in un’alternanza maggioritaria.
Sogni comodi per una metafisica della democrazia che ha visto scendere in campo Veltroni, , Martina, Epifani, Bersani, Renzi Zingaretti….
In un Italia che deve affrontare mafie con meritocrazie mondiali, lobby e consorterie da sottogoverno nazional . regionale, interessi privati in atti d’ufficio, un mondo del lavoro al nero, un’immigrazione senza corridoi umanitari, la mancanza di un serio conflitto sociale ha portato i sedicenti riformisti, tutti, al nulla di oggi.
Il collasso delle idee di sinistra e di una nomenclatura ridicola, ghiotta di privilegi conquistati a palazzo e non ai diritti conquistati nelle piazze, nelle scuole, nella società civile è riscontrabile anche da chi votava PCI, PDS DS.
Certo che è paradossale: l’unico partito con una storia centenaria è messo all’angolo dalla Lega che entrando nel governo lo ha destabilizzato, e da Renzi, che, ricordiamolo,portò il partito al 40% quando nel Pd erano tutti renziani con il mal di pancia.
Lasciate stare Zingaretti,via, senza aspettare la festa dell’Unità, insistete sui vaccini senza dar retta a Bonacini che voleva aprire i ristoranti alla Romagna bella.
Le sardine,che hanno occupato simbolicamente il Nazareno, potrebbero darvi una mano.
Fate almeno quello che avreste voluto fare, avrete comunque il rispetto anche degli avversari.
E soprattutto la considerazione di quella miriade di situazioni che stanno alla vostra sinistra, che voi non rappresentate più.
Gli unici che possono darvi qualcosa che non vi sia già stato detto in questi 14 anni.
Brano tratto da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta e
E – book 1940 la guerra dei caporali nazifascisti di Pierluigi Raccagni
1940. TULIPANI ROSSO SANGUE
Facili tutti i giochi di parole sulla bestialità nazista.
Sull’Olanda, però, gli aggettivi sono tutti troppo tenui per sottolineare la criminalità di Hitler.
L’Olanda del 1940 non aveva partecipato al primo conflitto mondiale, non aveva niente a che fare con le rivendicazioni territoriali della Ger- mania, come nel caso di Danzica o dei Sudeti, aveva combattuto l’ultima guerra nel 1830: la bestialità con la quale i nazisti trattarono gli olandesi è spiegabile solo con le ragioni del maligno, più che della po- litica.
E il movente di tanto male lo svelò Anna Frank, come vedremo.
Per ora vediamo le mosse dei criminali nazisti contro il paese dei tulipani.
E contro la neutralità del Belgio.
Perché se i tedeschi volevano sfondare a Sedan si proponevano di invadere l’Olanda che era fuori dal vero teatro della battaglia?
Nella direttiva n.6 “per la condotta delle operazioni” il 6 ottobre 1939 erano state fornite precise disposizioni sul Belgio e sull’Olanda.
La Direttiva segreta data agli alti comandi così recitava al primo punto: “Se nel prossimo futuro, Inghilterra e Francia non si mostreranno disposte a cessare le ostilità, sono deciso, senza frapporre ulteriori indugi a passare all’offensiva.
Se attendessimo oltre, il Belgio e forsanche l’Olanda sarebbero indotti a rinunciare alla propria neutralità a beneficio delle potenze occidentali e inoltre si avrebbe un cospicuo progressivo rafforzamento militare del nemico, facendo vacillare la fede dei neutrali nella vittoria finale della Germania e dissuadendo l’Italia dallo schierarsi al nostro fianco (…)”.
Se poi si vuol essere pignoli bisogna risalire addirittura ad una circolare del 20 novembre 1938, segretissima al solito, che rimanda alle radici del Piano Giallo: “la protezione della Ruhr non è irrilevante riguardo all’intera condotta della guerra.
Più territorio olandese occuperemo più efficace diventerà la difesa del bacino renano”. Tutto firmato Adolf Hitler.
Il 10 maggio gli ambasciatori dell’Olanda e del Belgio a Berlino vennero convocati alla Wilhelmstrasse.
La giornata si preannunciava bellissima.
Ai due ministri, Von Ribbentrop comunicò che le truppe del Reich stavano entrando nei loro paesi per tutelare la neutralità, contro un imminente attacco anglo-francese.
La farsa diplomatica che prevedeva il rovesciamento della verità già recitata a Praga, Varsavia, Copenhagen, Oslo, si ripeté in tutta la sua miserabile potenza.
Al Ministero degli Esteri a Bruxelles la commedia era già finita in tragedia.
Mentre sulla città volteggiavano gli aerei e l’esplosione delle bombe faceva tremare le finestre, il ministro belga si rivolse all’ambasciatore tedesco che era andato al ministero a consegnare la dichiarazione di guerra, dicendo in sostanza che era la seconda volta, in venticinque anni, che la Germania commetteva un’aggressione delittuosa contro un Belgio neutrale e leale.
Ciò che stava accadendo era forse persino più odioso dell’aggressione del 1914.
Il ministro belga disse che il 30 gennaio 1937, dopo aver denunciato il trattato di Locarno, Hitler aveva dichiarato pubblicamente che il governo tedesco aveva dato al Belgio e all’Olanda l’assicurazione di essere pronto a riconoscere e a garantire l’inviolabilità e la neutralità di quei territori.
Ce n’era abbastanza per capire la logica nazista.
Pure Göring riteneva che già che c’era da fare la guerra, bisognava evitare che l’Olanda si trasformasse in una portaerei della Royal Air Force.
1940. OLANDA
Il 10 maggio, comunque, la furia nazista di Göring si rovesciò sull’Olanda dei tulipani.
Che la guerra stridesse con la quiete delle valli olandesi è testimoniato pure da un pluridecorato asso dell’aviazione da caccia tedesco, Theo Osterkamp, che si trovò a meditare sulla visione di pace campestre offerta dal paesaggio di bambini che giocavano lungo il fiume, di un cane bianco che saltava loro attorno abbaiando (…)
E quei bambini erano pronti a salutare agitando le mani e ridendo allegramente.
Che pazzia! Pensò l’ufficiale.
“Perché improvvisamente, questa terra bellissima e pacifica è diventata “territorio nemico”? Perché quelle ragazze coi rastrelli in mano, invece di agitare i loro fazzoletti colorati e ridere, domani grideranno e minacceranno?”
L’Olanda aveva un esercito di 400.000 uomini, poca cosa contro le armate del Terzo Reich.
Eppure il piccolo Davide non si scoraggiò.
L’unica possibilità era quella di difendere il proprio territorio, come gli olandesi avevano fatto contro gli spagnoli, tre secoli prima: ritirarsi nella zona allagata, usufruire dei canali.
Ma la tecnica nazista era in quel momento insuperabile.
La Luftwaffe cominciò a sorvolare la “Fortezza Olanda” con trimotori che trasportavano truppe, i bombardamenti a tappeto terrorizzarono la popolazione.
Nonostante l’inferno scatenatosi sull’Aia, gli olandesi tentarono una difesa ricordando quello che era accaduto pochi mesi prima a Oslo.
I paracadutisti tedeschi fallirono l’impresa della conquista del Palazzo Reale, anche se si impadronirono immediatamente degli aeroporti intorno all’Aia.
Mentre all’Aia il generale olandese Winkelman riuscì a riprendersi al- cuni aeroporti, mobilitando la riserva, sul resto del piccolo paese era bombardamento a tappeto.
I tedeschi colpirono tutti i punti nevralgici del paese, le truppe della diciottesima armata comandata da Georg Von Küchler riuscirono a sfondare la linea fortificata Grebbe-Peel, puntando in direzione di Rotterdam.
Reparti della Marina, giunti attraverso il Reno, formarono delle grosse teste di ponte sulla nuova Mosa operando in collegamento con i paracadutisti.
Gran parte dei pochi aerei dell’aviazione olandese vennero spazzati via, la guerra lampo raggiunse il massimo della sua potenza: prima il bombardamento indiscriminato, poi i mitragliamenti a bassa quota, quindi le truppe aviotrasportate, poi i paracadutisti, quindi una colonna di carri armati che risultò essere una delle più grandi concentrazioni di carri della storia: dai 1.200 ai 1.500, puntarono Sedan e la Mosa. Il 13 maggio la regina Guglielmina si imbarcò per Londra, mentre il generale Henri Winkelman, ebbe i pieni poteri per capire fin quando era opportuno resistere.
E la resistenza degli olandesi si attestò a Rotterdam nel tentativo di sventare il piano tedesco di isolare i Paesi Bassi dagli alleati franco-inglesi.
Se si votasse oggi, secondo un sondaggio last minute trasmesso da la 7 di Mentana, i Cinque stelle a trazione Giuseppe Conte scatterebbero al 22%, a danno del Pd che scenderebbe al 14,8, Leu e varie di centro-sinistra rimarrebbero stabili, così come la Lega resterebbe primo partito e Fratelli d’Italia, in leggera flessione, si piazzerebbe terzo.
Insomma Conte rifondatore, più Grillo rifondato, più un PD ridimensionato, sarebbero quel fronte populista ecologista, quell’alleanza progressista, argine alla reazione fascio qualunquista del solito Trio Lescano (Fdi,Lega,Forza Italia)
Programma, per il futuro, perchè, e qui sta la soluzione all’italiana, Lega e Forza Italia stanno governando con il Fronte!!!!
Così si fanno le rivoluzioni in tempo di pace, anche se non ci si commuove per un Fronte pop di questo tenore.
Un partito storico della sinistra, dunque, si tingerebbe di giallo, il nuovo che avanza non si regge più sulla vecchia architrave dell’unione fra borghesia progressista e movimento operaio.
Durante gli anni trenta e oltre i fronti della sinistra e della borghesia, in situazioni diverse, tentarono di fermare la reazione parafascista in tutto il mondo ( dal Fronte popolare di Leon Blum in Francia a quello della guerra di Spagna, fino al Fronte popolare del 1948 in Italia senza scordare la Unità popolare di Allende in Cile).
Non c’è più la classe operaia come soggetto politico progressista democratico, gli scenari sono diversi, è cambiato il mondo, ma l’idea di emancipazione della dignità dei proletari o neo proletari non è cambiata.
Non c’è più la borghesia storica, liberale, anticomunista, ma lontana dal fascismo.
Churchill, De Gaulle, De Gasperi?
Scomparsi, come figure storiche di una fenomenologia della borghesia capace di essere autorevole a colpi di manganello contro gli operai, ma anche di progetti di riforma peculiari a chi detiene il capitale.
La classe dirigente è quella liberale con conflitti d’interesse, quella della Tv commerciale e via cavo, dell’e- commerce, dei network truffaldini, delle mafie, del traffico d’armi e dei vaccini messi sullo stesso piano dalla globalizzazione alla faccia delle prediche sul capitalismo etico.
La risposta del movimentismo che vuol fare le nozze coi fichi secchi, quindi, è quella di un nuovo centro sinistra, fondato in un albergo di Roma domenica, con la consonanza del “siamo tutti liberali coi soldi pubblici dei Recovery” e la dissonanza di come sarà spartita la torta.
“Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare”, cantava Bobby Solo e la strofa vale per tutti.
Non mi va bene niente? No, ma se ti va bene tutto, è uguale,
In fondo i Cinque stelle un tentativo di cambiamento lo hanno provato anche se sono passati dall’impeachment di Mattarella nel 2018, ai taxi del mare nel 2019, all’abolizione della povertà, per poi sedersi con il Berlusca e il partito di Bibbiano, sullo stesso scranno del potere.
Il programma c’è già: un po’ di uguaglianza sulla carta, un po’ meno di libertà di corruzione,un piano ecologico che risparmi un po’ le sciagure ambientali, un più di fratellanza negli insulti.
Aspettando che il vero liberale cacci i soldi della Banca che conta.