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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

Autore

Pierluigi Raccagni

prof. di filosofia e storia a Milano al Vittorio Veneto, al Liceo artistico Brera, pubblicista su Corriere della Sera ( scuola), Lotta continua, Re Nudo,testate straniere,autore dispense università filosofia antica e moderna, autore romanzi storici su anni settanta ecc. Volontario carcere s. Vittore...

19.20.9 – 1941 – 2021 – Quella maledetta domenica di ottanta anni fa..

  1. L’ATTACCO A PEARL HARBOUR

Alle strette il Giappone non ebbe quindi altra scelta: gli Stati Uniti non solo avevano scelto la strada dell’embargo delle materie prime, ma avevano escluso qualsiasi possibilità di espansione dell’Impero nella co- struzione della Grande Asia.
Il 6 settembre del 1941 gli stati maggiori nipponici presentarono un piano di guerra che si articolava su vari fronti.
Piano di guerra
Attacco di sorpresa contro la flotta del Pacifico di base a Pearl Harbour. Sbarchi simultanei nelle Filippine a Guam, a Hong Kong, al Borneo e in Malesia.

Estensione delle conquiste verso Manila e Mindanao, Wake, Singapore e occupazione del Siam.
Conquista delle Indie olandesi (Giava e Sumatra). Offensiva in Cina
Attacco della Birmania e occupazione delle isole Andamane.
Le ambizioni del Giappone erano notevoli: si apprestava a far guerra agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna, all’Olanda e alla Cina.
I sogni di grandezza, come nel caso della Germania di Hitler, diventeranno l’ideologia di una guerra di sterminio.

  1. PRONTI ALL’ATTACCO

Il piano d’attacco, dopo il fallimento delle trattative con gli americani, era stato elaborato a metà novembre del 1941.
Il 22 novembre le navi avevano raggiunto a scaglioni, o singolarmente, per non dare nell’occhio, la baia di Tankan nell’isola di Iturup, appar- tenente alle isole Curili: isole poco popolate e quasi sempre avvolte da una nebbia fittissima; era il luogo ideale per nascondersi in attesa dell’agguato che prevedeva un attacco a sorpresa.
L’ideatore dell’impresa era l’ammiraglio Isoroku Yamamoto.
Il comandante in capo delle flotte riunite giapponesi aveva studiato ogni particolare coi membri della scuola militare di Tokio.
Non senza trovare parecchi ostacoli sul suo cammino.
Quando alla fine di agosto del 1941 Yamamoto sottopose il piano per l’attacco a Pearl Harbour, il comandante in capo della flotta giapponese obiettò che l’impiego di una formazione navale così possente avrebbe significato l’indebolimento delle forze giapponesi destinate al fronte orientale.
Infatti l’operazione Pearl Harbour non costituì il perno del piano operativo generale che guardava, come abbiamo visto in precedenza, alla Malesia, a Singapore e alle Filippine.
Dotato di grande coraggio fisico, molto abile nelle relazioni diplomatiche, l’ammiraglio era uomo che godeva di stima da amici e avversari.

Aveva studiato approfonditamente tutte le tattiche militari della guerra sui mari e da molto tempo aveva capito che lo strumento fondamentale dei combattimenti navali non era tanto la corazzata, quanto la portaerei, circondata da caccia e aerei da ricognizione, oltre che da cacciatorpediniere e da sottomarini.
Gli ingegneri giapponesi si erano dedicati alla costruzione di portaerei.

Navi e aerei erano il punto di forza di una nazione che aveva acquisito una tecnica di avanguardia nella costruzione di strumenti navali e ae- reonautici (telemetri, binocoli da giorno e notte, apparecchi di puntamento, periscopi di sommergibili ecc.).
La flotta marittima aerea e navale dei giapponesi nel dicembre del 1941 era senz’altro superiore a quella americana.
Infatti il 26 novembre, a capo dell’ammiraglio Chūichi Nagumo, si intravidero ben 6 portaerei, (Akagi, Kaga, Shokaku, Zuikaku, Hiryu, So- ryu), 2 corazzate, 2 cacciatorpediniere e 31 sommergibili.
L’imponente flotta prese il mare dirigendosi verso l’isola di Oahu nelle Hawaii.
Tre sommergibili e nove petroliere seguivano la flotta.
L’atmosfera era carica, sui ponti delle navi si moltiplicavano le grida di Banzai, il sakè scorreva a fiumi, l’esaltazione per essere in procinto di attaccare gli occidentali rasentava il fanatismo.
La dichiarazione di guerra sarebbe stata ufficializzata solo mezz’ora prima dell’attacco.

Completamente gratuito dal 17 al 21 settembre….

17.9 1941- 1921- Chi nega la ferocia degli Ustascia nei Balcani e’ un nazifascista anche oggi..

Brano tratto da Operazione Barbarossa e Pearl Harbour oggi gratuito,di Pierluigi Raccagni…

LA JUGOSLAVIA

Nella notte fra il 4 e il 5 aprile il ministro jugoslavo a Mosca fu convocato da Stalin.
Stalin in persona gli presentò, pronto per la firma, un patto di non aggressione fra lo stato slavo e la Russia sovietica.
Era troppo tardi e non se ne fece nulla.
L’esercito jugoslavo, naturalmente, non era attrezzato per una guerra contro i tedeschi, che erano al massimo della loro potenza.
È vero che contava 1 milione di uomini organizzato in 28 divisioni, ma gli aerei erano tutti antiquati, il materiale andava bene per le guerre balcaniche di venti anni prima.

Alle prime ore del 6 aprile 21 divisioni tedesche si trovarono pronte per l’attacco, 10 di queste erano corazzate.
Secondo alcuni storici l’esercito tedesco era all’apice della sua efficienza, molto più organizzato di quel 10 maggio del 1940 quando iniziò l’attacco a Occidente.
Il complesso di forze era appoggiato dall’aviazione di Göring.
L’attacco alla Jugoslavia, condotto dalla dodicesima armata di Wilhelm List, sostenuta dagli Stukas del gen. Wolfram Von Richthofen, aprì ufficialmente la campagna, mentre dall’altra parte sulla linea Metaxas, in Grecia, i tedeschi si lanciavano alla conquista di Salonicco.
Il bombardamento su Belgrado fu sconvolgente, un vero e proprio atto terroristico che causò oltre 3 mila morti.
La Jugoslavia, attaccata da più parti, non poteva che prendere atto che anche nel suo caso, come in quello della Polonia, l’entusiasmo popolare, lo stringersi a coorte erano sentimenti nobili, ma erano poca cosa di fronte alla macchina bellica nazista.
Gli italiani, sempre più avvoltoi e pronti a prendere le briciole dello strapotere nazista sul continente, avanzarono sul fronte albanese e co- minciarono una nuova offensiva contro la Grecia grazie al gen. Ambrosio e alle otto divisioni schierate nella Venezia Giulia, nella regione di Zara e sul fronte albanese.
Mussolini finalmente riuscì ad avanzare congiungendosi con le truppe tedesche in Macedonia.
Si rovesciò in questo modo il postulato mussoliniano del primato della politica sulla prassi militare.
La vittoria militare italiana era di fatto una sconfitta politica per il fascismo che nei Balcani e in Grecia chiudeva definitivamente quella che doveva essere una guerra autonoma e parallela.
La guerra era subordinata ai nazisti per i rapporti di forza espressi dai due regimi nel primo anno di guerra.
Basta vedere, a proposito, come vennero spartiti i Balcani.

  1. LA SPARTIZIONE DEI BALCANI E LA GRECIA

La spartizione dei Balcani avvenne nel seguente modo: la Jugoslavia cessava di esistere come stato.
La Germania incorporava nel Reich la parte settentrionale della Slovenia, assumendo il controllo militare della Vojvodina e del Kosovo set- tentrionale, così come capitò alla Serbia, dove i tedeschi affiancarono funzionari al governo collaborazionista del gen. Milan Nedić.
L’Ungheria si assicurò la ricca regione danubiana di Bačka.
La Bulgaria occupò la Macedonia jugoslava e alcune regioni meridio- nali della Serbia.
La parte più vasta del territorio jugoslavo smembrato venne onorato del titolo di stato indipendente di Croazia.
Qui entrava in scena l’Italia: il regno di Croazia venne affidato al Principe di Spoleto Aimone di Savoia, nipote del re Vittorio Emanuele III. Il potere di fatto venne esercitato da Ante Pavelić, fascista noto in Italia dagli Anni Trenta.
Pavelić aveva avuto aiuti per il suo movimento degli ustascia. Mise così in pratica una politica di genocidio contro serbi, comunisti ed ebrei.
All’Italia, comunque, fu assegnato un ruolo significativo, ma non autonomo.
Furono ammessi all’impero fascista Lubiana, Zara, già italiana sin dalla prima guerra mondiale, alcune zone vennero aggregate nel governatorato di Dalmazia, una striscia di terra fra la Slovenia e la Croazia fu accorpata al Regno italico.
Mussolini, come è stato notato da più parti, anche se ottenne un bottino non disprezzabile, mise solo un piede nello spazio vitale a Est. Il suo imperialismo debole lo vedeva relegato in una posizione subordinata anche nei Balcani, regione che il fascismo considerava naturale spazio di conquista se si pensa appunto, a Fiume, a Zara, alla Repubblica del Carnaro etc.
Per quanto riguarda la Grecia, i nazisti l’attaccarono con ventisei divisioni di cui tre corazzate attraverso la Bulgaria, base di partenza delle operazioni.
Una dopo l’altra le unità greche furono spazzate via.

15 .9 Per uscire da un quarto di secolo di stagnazione ci vuole uno stato di emergenza green!?

Sono 25 anni che tutti i dati economici dicono che l’ Italia non cresce.

La vitalità simbolica delle cento e più medaglie delle Olimpiadi e Paralimpiadi,il 73 per cento di immunizzati nel paese dell’individualismo anarcoide, la ripresa del turismo,il salone del mobile a Milano simbolo del made in Italy, l’export a mille, hanno bisogno ora di una consacrazione definitiva dei mercati.

Con l’estensione del Green pass votato in CDM,che dovrebbe mettere in sicurezza definitiva salute e lavoro,l’Italia continua in emergenza la risalita dal disastro degli ultimi due anni dimenticando le magagne degli ultimi venticinque.

Pare una forzatura interpretativa,ma sembra proprio che il debito pubblico stratosferico,il ritardo tecnologico,la stagnazione della crescita siano una montagna da scalare dall’Italia non per i prossimi anni,ma per l’imminenza ,visto che anche il moderato Ferruccio de Bortoli sul Corsera scrive che”una parte del paese soffre un impoverimento drammatico”

Per questo le ammucchiate pannelliane, ora diventate governi di unità nazionale,sembrano il punto di forza archimedico sul quale puntare: tutti sotto coperta in attesa di nuove elezioni nel 2023 con una modernizzazione che passi attraverso un controllo sui tempi della riproduzione di ricchezza e sua distribuzione (quota 100, reddito c.,aumento della domanda,ecc).

Il Green pass, come stato di emergenza permanente, ( cfr.Cacciari) garantirebbe ai moribondi partiti senza idee il potere di intestarsi il risorgimento,senza cambiare in pratica nulla di sostanziale.

Garantire all’Italia quella credibilità che si affaccia nel contesto del post pandemia e che nasconde miseria quotidiana, povertà diffuse e disuguaglianze,queste sì strutturali, e’ il compito dell’attuale compagine governativa e pure della opposizione.

Solo che la rinascita auspicata,dipende da come la volubile Italia si saprà mostrare attraverso quelle riforme di struttura che sono dei tabù da sempre.

Riforma del fisco,della giustizia,del mercato del lavoro,dei trasporti,della scuola, della sanità,della cultura,dello spettacolo…insomma tutte.

Quindi il passaporto verde,evocativo di speranze, è un lasciapassare che di fatto tende a tracciare un confine fra caos e cosmo,fra disordine e ordine, nel palinsesto di un’Unione europea omologata nei mercati,ma artificiosamente diversificata nelle scelte politiche.

Confluire sul green pass come mezzo per evitare lockdown e disastri nei mercati è lecito, perché se l’economia vivacchia, tiene anche il Recovery Plan in debito.

Mario Draghi,dixit E.Galli della Loggia, è un De Gaulle semi presidenzialista che tutto amministra oltre i connubi di facciata.

Per la salute dei cittadini è evidente che l’obbligo vaccinale sembra la soluzione più drastica,ma più veloce.

Ma è di applicazione complicata comunque,non tanto per i no vax quanto per chi è ancora normalmente incerto:infatti c’è stata una notevole frenata anche per la variante di costituzionalità.

L’Italia così deve fare le riforme per avere i quattrini del Recovery,non perché le riforme siano in sé e per sé necessarie nel rapporto stato – società andato da tempo in vacca.

Bel colpo riformisti per caso.

E Draghi lo ha capito al volo, perché oggettivamente è il più abile a far quadrare i conti.

13.9 – I 10 milioni di italiani non vaccinati non sono untori, né suicidi…

La matematica non è un’opinione,ma statistiche e numeri si possono manipolare da sempre.

Così i dati ufficiali sulla pandemia che ci dicono che 10 milioni di italiani dai 12 anni in su non hanno ricevuto nemmeno una dose di vaccino, dice che la minoranza rumorosa dei no vax nasconde una realtà molto complessa.

E poi se in Giappone,(esempio di virtù civile),solo il 50 per cento della popolazione si è fatta vaccinare qualcosa vorrà pur dire.

Questo non altera minimamente la necessità del vaccino,ma nel contempo denuncia che i facilitatori dell’obbligo di vaccino senza se e senza ma, dovrebbero ricorrere ad una forzatura coercitiva in tutti i sensi.

Di buon senso se solo 4 paesi al mondo hanno in vigore l’obbligo,anche in questo caso l’interrogarsi è doveroso.

O in tutto il pianeta la popolazione ha atteggiamenti suicidali e omicidi e i governi acconsentono,oppure la confusione è tale,che bisogna procedere a vista.

Il movimento estremista no vax egemonizzato da Forza Nuova,quello che accomuna scie chimiche e superstizioni paranormali, anche sabato ha toppato il colpo dell’insurrezione.

Ma questo non cambia il vero problema.

Se uno ha paura di volare hai voglia di mostrargli statistiche che evidenziano che ci sono più morti per incidenti stradali che per sciagure in cielo: la paura non passa.

Così il professore che si paga il tampone per non vaccinarsi non merita di essere messo in prima pagina sul Corsera come un intellettuale pezzente.

L’ho già scritto mille volte e mi ripeto senza infingimenti salmodianti:trovare soluzioni non vuol dire accontentare tutti,ma aprire a coabitazioni civili di esistenza non fra due partiti di isterici cultori del no vax e green pass,ma fra donne e uomini liberi che non vogliono farsi del male.

Oggi comincerà la scuola,i ragazzi non vaccinati che fanno vanno dietro la lavagna?

Se Salvini e’ per i tamponi,non è uno scandalo.

Peggio è quando attribuisce all’accoglienza il virus del buonismo,quando era no mask filotrumpiano,quando strizza l’occhio al revisionismo storico e pure scientifico sulle varianti.

Disdicevole e’ che la destra della Meloni sia contro il Green pass per calcolo politico, come pure a sinistra chi considera il pass una bacchetta magica immanente alla salute degli Dei immortali.

E se Draghi, Mattarella e il Papa sono per il vaccino non c’è da gridare contro i poteri forti.

Cosa volete che faccia un’autorità,che guardi tutti i giorni il grafico dei contagi?

Dall ’11settembre 2001 il mondo è cambiato,non in meglio…

Si stava meglio,quando si stava peggio?

La data di inizio del terzo millennio che leggeranno sui libri di storia i nostri posteri fra cento anni è quella dell’11 settembre.

In questi vent’anni,però,il mondo è cambiato per la più grande rivoluzione scientifica planetaria dai tempi di Copernico e della Rivoluzione industriale.

Senza ricorrere al determinismo marxiano è acclarato che l’informatizzazione dei mezzi di produzione ha accelerato la dissoluzione di ideologie e passioni del secolo scorso,per quello che si chiamava post moderno e oggi si chiama,per usare il titolo di una canzone di Neil Young di anni fa,computer Age.

Dal giorno dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono da parte di Al Quaeda di Bin Laden,infatti, la guerra fredda lasciò definitivamente il posto a Nord e Sud del mondo,a Occidente e Oriente,islamismo e cristianesimo,paesi ricchi e poveri.

La dialettica storico – mitologica fra comunismo e capitalismo fu lasciata nello spam del secolo breve.

La risposta militare degli States per i tremila morti di New York portò la guerra in Afghanistan,poi ancora in Irak nel 2003, dopo la prima guerra del Golfo del ’91.

Ma soprattutto il terrorismo islamico fondamentalista con le varie sigle del post Bin Laden colpi’ anche le capitali europee e atlantiche per venti anni fino ad arrivare a oggi.

Le primavere arabe, la fondazione dello stato islamico dell’Isis,oppure dell’Emirato afghano:tutto il mondo e’ mutato come vi fosse stata un’altra guerra mondiale sotto la spinta di nuovi valori o disvalori.

Guerre di religione,guerre per le materie prime,guerre per vari nazionalismi hanno creato,con l’avvento della tecnologia,un universo caotico e quasi ingovernabile dalle vecchie potenze.

Bin Laden,Saddam Hussein,Gheddafi uccisi senza se e senza ma, hanno messo in scena la volontà dell’Occidente capitalista di fare piazza pulita di stati che prendevano a modello le dittature islamiche dei vari stati canaglia,secondo la dottrina Bush padre e figlio .

L’11 settembre del 2001 di venti anni fa sembra ieri,invece per certi versi sembra passato un secolo.

C’era generalmente più speranza,un altro mondo era possibile nelle analisi democratiche radicali,non c’era stata la crisi economica del 2008,il sovranismo,il nazionalismo reazionario,la psicoideologia del nazifascismo di ritorno era confinata in minoranze ininfluenti.

Soprattutto non erano iniziate le grandi migrazioni di milioni di proletari dalle zone di guerra con la conseguenza del materializzarsi del razzismo verso i migranti anche in forze che si dichiarano antimperialiste.

I disastri ambientali,il cambiamento del clima hanno messo in crisi certezze millenarie del rapporto fra uomo e natura.

Per cui quella data rimane decisiva,

La globalizzazione faceva uscire dalla povertà miliardi di individui,ma le sue contraddizioni le viviamo oggi, dove la crisi del modello del neo capitalismo dei pescecani è fatta pagare ai diseredati di tutto il mondo che è difficile unire sotto le bandiere della democrazia e del socialismo.

Oggi e’ tutto più complicato,tutto più scivoloso inquietante,difficile,confuso,violento.

La pandemia sembra abbia fatto più morti del terrorismo e delle guerre.

E meno male che non c’era l’egemonia dei social media di oggi sulle menti umane…

8.9 – 1940 – La guerra fascista in Grecia: la meglio gioventù italiana andò sottoterra…

Alle 03:00 di notte fu consegnato a Metaxas, primo ministro ellenico, l’ultimatum che richiedeva l’immediata cessazione delle attività anti- italiane: Hitler e i suoi ultimatum avevano fatto ormai scuola.

Così l’Italia fascista entrava in una guerra di aggression contro un popolo povero, che nulla c’entrava con i regimi plutocratici di Francia e Inghilterra.

Mussolini aveva previsto l’attacco per il 26, Badoglio, dopo la famosa riunione di Palazzo Venezia, riuscì a spostarlo al 28 ottobre.

Il capo di Stato Maggiore iniziò la sua ambigua condotta nei confronti del fascismo che gli aveva dato gli onori di comandare le truppe che, avevano portato a Roma il trofeo dell’Etiopia nel 1936.

A Soddu Badoglio disse che era “impossibile mobilitare le truppe in così breve tempo”, ma a Mussolini non disse nulla.

Naturalmente regnava il caos fra gli alti comandi che non avevano idea della logistica di Albania e Grecia.

Il 28 ottobre a Firenze un Mussolini raggiante accolse Hitler con una delle sue affermazioni che passeranno per profezia di sventura: “Führer stiamo marciando, all’alba da oggi le truppe italiane vittoriose hanno attraversato la frontiera franco-albanese!”.

Le truppe italiane avanzarono nell’Epiro, ma trovarono subito una forte resistenza da parte dell’esercito greco, che era poca cosa, ma si batteva con coraggio e determinazione per una causa nobile come la difesa della propria terra e della propria vita.

Bisogna ricordare che il responsabile delle operazioni era quel generale Visconti Prasca, che verrà poi sostituito, vista la sua indecente condotta della guerra.

In condizioni atmosferiche spaventose, i poveri soldati italiani furono mandati al massacro sui monti dell’Epiro senza riuscire a sfondare da nessuna parte la linea difensiva dei greci e senza espugnare Kalibaki, punto decisivo della battaglia.

Gli aiuti degli inglesi erano insufficienti, quindi non si poteva dire che le truppe italiane fossero state fermate da un nemico ben armato, così come stava accadendo sul fronte Nord-africano.

Quella che doveva essere una folgorante marcia verso Atene si trasformò in una guerra di posizione che vide gli italiani pagare a caro prezzo la follia dei comandi militari e di Mussolini: le camicie nere albanesi defezionarono alle prime difficoltà, l’accerchiamento da parte dei greci diventò possibile l’8 novembre quando questi ultimi entrarono nell’Albania meridionale.

L’unica cosa che si poteva fare era quella di ritirarsi abbandonando posizioni importanti come Argirocastro, sul confine jugoslavo, a poca di- stanza dal mare.

Il congelamento dei fanti e degli alpini, che si batterono con coraggio, era la normalità. Quelli della Julia, il 10 novembre, si ritrovarono al ponte di Perati da dove erano partiti il 28 ottobre.

Nacquero in quel contesto le canzoni tristi che accompagneranno come colonna sonora la tragedia degli alpini e dei soldati in terra greca e poi nelle steppe del Don.

“Sul ponte di Perati bandiera nera, l’è il lutto della Julia che va alla guerra, la meglio gioventù che va sotto terra”

Tutti i contendenti riconobbero agli alpini l’onore delle armi, ma questi si ritirarono verso le retrovie con un quinto degli effettivi in meno, con la stanchezza di una disfatta, per essere andati allo sbaraglio per una guerra voluta dall’alto con colpevole leggerezza.

E che fosse una guerra inutile, cattiva, contro una popolazione ridotta alla fame lo testimonia l’Ufficiale Ugo Pirro: “(…

) arrivammo ad Atene il mattino seguente.

Cantavamo felici come fossimo giunti in una città italiana, ma la nostra allegria finì all’improvviso alle prime case della periferia. Il fracasso del motore vuotava le case, a centinaia le donne si gettavano sulla strada gridando: “Psomì, Psomì” .

Chiedevano il pane che da mesi mancava: non c’era nella voce rabbia o sdegno per i nostri visi nutriti, la fame aveva ormai mangiato anche i loro legittimi sentimenti di vendetta”

Cfr. Enzo Biagi, n. 17, op. cit. pag. 536

Le truppe italiane si ritirarono e la notizia fece il giro del mondo.

Le conseguenze per il nostro Duce, come vedremo, furono catastrche.

Metaxas, primo ministro, annunciò per radio la vittoria verso la fine di novembre, Halifax alla Camera dei Comuni inglese tributò un elogio all’eroico popolo greco.

Il semestre di guerra italiano aveva smascherato l’inefficienza criminale di Mussolini come capo delle forze armate.

Il problema non era tanto che lo avevano capito gli inglesi e i francesi, il problema è che lo aveva capito la Germania di Hitler.

6.9 E’ il coraggio delle donne afghane ad importare la democrazia,non i missili…

Non è la prima volta che le donne manifestano molto più coraggio degli uomini che le sfruttano in Afghanistan e non solo.

L’espressione generica non induca in tentazioni qualunquiste e ruffiane sulla determinazione femminile verso la vita che si riassume nello spot “il futuro è donna”: merceologia del politicamente corretto trasversale che dura un giorno.

Le donne di Kabul ed Herat, sono scese in piazza in questi giorni,rischiando la vita, per rivendicare non solo i diritti civili, ma la possibilità di esistere.

Hanno trovato i mitra dei talebani ad accoglierle,i lacrimogeni,le sprangate.

Se si pensa che in Afghanistan il neo -governo talebano si accinge a cancellare l’icona femminile dalle vetrine dei negozi,a selezionare i colori che si possono indossare, a limitare l’uscita delle donne da casa ,si capisce quale carica rivoluzionaria abbiano quelle manifestazioni.

Se c’è sempre da imparare nella vita è il caso di cogliere il messaggio del movimento afghano:un altro mondo è possibile anche quando sembra impossibile.

E non si venga a farfugliare che il movimento democratico nei paesi fondamentalisti sia il parto della borghesia femminista occidentalizzata vs.i partigiani proletari anti neo colonialisti,come qualche intellettuale sostiene da casa sua..

Le suffragette,le scienziate,le dottoresse,le giornaliste,le intellettuali delle grandi rivoluzioni democratiche e socialiste, erano semplicemente avanguardie rivoluzionarie sia per le donne che per gli uomini proletari.

I riflettori su Kabul si stanno spegnendo, com’è naturale in un tempo dove la notizia dura un Tg.

Era prevedibile, perché la commedia dell’emancipazione della maggioranza del genere umano passa sempre dalla contingenza dell’ultima donna uccisa,stuprata o sfruttata.

Anche le donne in alcune parti del sud Italia,ad esempio, cercano lavoro e democrazia visto che per quanto riguarda il lavoro femminile siamo fra gli ultimi in Europa in quella parte della penisola.

Si dà risalto al danno di genere quando qualcuna muore nei campi di fatica per pochi euro:frase di rito è il “non deve più accadere”.

Ma senza bisogno di armarsi materialmente la critica al sistema del patriarcato talebano islamico è un atto di coraggio civile,esistenziale e umano da parte delle afghane che vale per tutti.

Pure per uomini occidentali tristi che amano ragliare vigliaccheria dietro i computer,alla ricerca di una libertà egoistica,manichea,fobica contro donne e genere umano.

Le donne afghane sono un esempio illuminante di antifascismo militante.

4.9- 1940- Invasione della Grecia: avventurismo squadrista e incapacità di un povero caporale…

1940. UN GIOCO PIUGRANDE DEL DUCE

Benito Mussolini con l’attacco alla Grecia del 28 ottobre del 1940, anniversario diciotto della Marcia su Roma, entrò in un gioco più grande di lui e non ne seppe più uscire.

Come sottolinea Giorgio Candeloro nella sua Storia dell’Italia Moderna: “L’aggressione alla Grecia fu un fatto non meno ripugnante dell’attacco alla Francia” (…) e “la guerra contro la Grecia fu uno dei più gravi errori politici e strategici compiuti da Mussolini e dai comandi militari (…)”.

Il susseguirsi di errori di valutazione in Francia o nell’attacco alla Libia furono nulla in confronto all’avventura in terra ellenica.

Questa volta non solo l’Italia uscì a pezzi dal punto di vista del suo prestigio (falso e retorico) di grande potenza, ma portò il rapporto fra italiani e tedeschi ai primi segnali di rottura.

Non certo per colpa dei tedeschi.

Come abbiamo accennato in precedenza, Hitler nel luglio del 1940, durante il fallito tentativo di sbarco in Inghilterra, si era orientato ad attaccare l’URSS prima che finisse la guerra con la Gran Bretagna.

Hitler si contraddisse più volte sulla questione dell’attacco a est.

Era il suo obiettivo strategico fin dal 1925 quando nel Mein Kampf scrisse: “Quando oggi parliamo di un nuovo territorio in Europa dobbiamo pensare in primo luogo alla Russia e agli altri stati limitrofi suoi vassalli…il colossale impero dell’Est è maturo per il crollo, è la fine del dominio ebraico in Russia (…)”.

Una delle ragioni addotte nell’agosto del 1940 da parte dei generali del comando supremo tedesco per dissuadere Hitler da un attacco a Est entro l’anno, era stata determinata dalla necessità di assicurare un as- setto stabile nei Balcani.

Si aprì in questo modo la questione romena.

Hitler era convinto che la Romania fosse importante, anche se era sotto l’influenza sovietica per il trattato nazi-sovietico del 1939.

Le risorse naturali del territorio, la posizione strategica al confine meridionale dell’URSS, con la fine del 1940 diventarono un obiettivo per il Terzo Reich.

Il 30 agosto del 1940, in quello che possiamo definire il periodo diplomatico-politico di Hitler, fu firmato l’accordo, un vero e proprio diktat, che imponeva nuovi confini a ungheresi e romeni.

Il diktat firmato da Ribbentrop e Ciano non solo allungava l’ombra del nazi-fascismo sull’Europa, ma era da considerarsi un vero posiziona- mento dei tedeschi per un futuro attacco a est.

Che qualcosa stesse maturando nella testa del Führer era chiaro. Mussolini, che si credeva un politico di razza, capiva che il nazismo ormai aveva l’egemonia sull’Asse dettata dall’organizzazione e dalla radicalità che Hitler materialmente metteva nella sua concezione della guerra per il trionfo del fascismo internazionale.

Mussolini ne era abbagliato, ma anche impaurito, soprattutto sapeva che i tedeschi non facevano finta.

1940. IL MASSACRO ANNUNCIATO

Il 12 ottobre Mussolini apprese la notizia che Hitler aveva occupato i pozzi petroliferi della Romania.

Reagì a suo modo, con l’avventurismo di uno squadrista e l’incapacità di un povero caporale frustrato dai suoi superiori: “Hitler mi mette sempre di fronte al fatto compiuto. Questa volta lo ripago della stessa moneta.

Saprà dai giornali che ho occupato la Grecia, così l’equilibrio verrà ristabilito”.

Poi, la solita enfasi: “Do le dimissioni da italiano se qualcuno trova difficoltà a battersi coi greci”.

Questa volta, e la vicenda può risultare strana, trovò il consenso del genero Ciano che solitamente, anche se il destinatario del suo scetticismo erano i propri Diari, non sembrava molto ottimista sull’alleanza con la Germania e la guerra parallela.

La sola spiegazione della guerra in Grecia comunque non può essere quella dello scontro fra lo scalcinato capitalismo italiano contrapposto al potente capitalismo tedesco.

Anche se non si può negare che in quell’area vi erano concreti interessi economici divergenti fra le due nazioni.

Perché Mussolini aggredì la Grecia?

In primo luogo per ripagarsi delle prevaricazioni di Hitler, sempre vincitore, mentre il Duce aveva rubacchiato qualche conquista in Francia, per merito dei tedeschi.

In seconda istanza c’era la sopravvalutazione dell’esercito italiano da parte di Mussolini convinto dai suoi collaboratori più servili che l’impresa sarebbe stata una passeggiata.

A tal proposito occorre tener prese quello che dichiarò il generale Visconti Prasca per assicurare il Duce sulla fattibilità dell’intervento in Grecia.

Il diretto responsabile dell’operazione disse che le poche divisioni a disposizione risultavano fin troppe.

L’operazione, per il generale, era stata preparata fin nei minimi particolari. Lo spirito delle truppe era altissimo, c’era un tal entusiasmo che era difficile tenere a bada ufficiali e soldati che desideravano combat

tere.

Quando Mussolini disse di non badare troppo alle perdite il generale rispose che i suoi ordini prevedevano di attaccare sempre e comunque. Sia che fosse il problema del nichelio che interessava la famiglia Ciano, sia che fosse per il materiale ferroviario conteso ai greci, sia che fosse per mostrare indipendenza dalla Germania nazista, la campagna di Grecia non fu solo una squallida avventura dal punto di vista morale e militare.

Fu anche un grossolano errore politico da parte di Mussolini.

Il 17 agosto Ribbentrop in un colloquio con l’ambasciatore italiano in Germania Alfieri aveva ribadito i seguenti punti: bisognava mettere da parte qualsiasi progetto contro la Jugoslavia, un’eventuale azione contro la Grecia non era gradita a Berlino

Quindi Mussolini sapeva benissimo che Hitler non ne voleva sapere di aprire un fronte in Grecia che poteva mettere in discussione l’interesse dei nazisti verso i pozzi petroliferi della Romania, contesi dalla presenza dell’URSS, che aveva invaso la Bucovina del Nord e la Bessarabia. Mussolini e Hitler avevano una salda amicizia, più Hitler, sincero ammiratore del Duce, suo precursore, che Mussolini invidioso e accidioso per i successi militari del suo amico-rivale tedesco, ma non avevano un grande collaborazione sul piano politico perché Hitler diffidava della monarchia italiana, del Re, di Badoglio e della classe dirigente fascista incapaci di combattere.

E Mussolini diffidava di Hitler, perché questi non lo metteva mai al corrente dei suoi piani.

Mussolini era incantato dalla sicurezza di Hitler sul piano militare e della forza, ma lo riteneva inferiore dal punto di vista politico: la sua visione fascista del mondo, in fondo, aveva sempre trovato credito anche presso le potenze occidentali prima dello scoppio della guerra.

Con tali presupposti è facile capire perché la Grecia fu il segnale di quella rottura nell’Asse che si trascinerà fra diffidenze reciproche, fino al collasso finale dei due dittatori nazi-fascisti.

1940. LINIZIO DELLA FINE ITALIANA

Il 15 ottobre a Palazzo Venezia vennero convocare le “eccellenze” Ciano, Badoglio, Soddu, Jacomoni, Visconti Prasca.

Erano esclusi da quella riunione i capi di Stato Maggiore delle tre armi che avrebbero certamente obiettato sull’ organizzazione dell’invasione. Il preambolo di Mussolini fu come al solito un delirio di onnipotenza, unito a faciloneria militaresca.

Mussolini disse che lo scopo della riunione era quella di definire le modalità dell’azione, nel suo carattere generale, che lui aveva deciso di iniziare contro la Grecia.

L’azione in un primo tempo doveva avere obiettivi di carattere marittimo e di carattere territoriale.

Gli obiettivi di carattere territoriale dovevano portare al possesso di tutta la costa meridionale albanese e all’oc- cupazione delle isole ioniche, Zante, Cefalonia e Corfù. Quando sa- ranno raggiunti questi obiettivi, continuò il Duce, avremo migliorato le posizioni nel Mediterraneo nei confronti dell’Inghilterra.
Quella decisione voleva dire guerra lunga….

Completamente gratuito dal 4 settembre all’ 8 settembre

2.9 No vax vs. green pass -Chi di odio ferisce,di odio perisce ?

Minacce di morte a ministri,giornalisti,medici e a tutti quelli che sono del partito dei vaccini -green pass.

ll movimento no vax,calderone trasversale del malessere psicotico e sociale della pandemia,( a trazione forzanovista),incita allo squadrismo social e pure fisico visto le botte ai giornalisti in varie circostanze.

Delirio manesco che dopo il flop dello sciopero di ieri è destinato all’irrilevanza politica,ma non a quella sociale visto il clima d’odio circolante.

Ma anche sul fronte green ci sono gli estremisti dell’imbecillità.

Perché conosciamo più di un cowboy laggiù nel nostro Far West che non paga le tasse,come tanti suoi simili e usufruisce della sanità pubblica universale.

Poi magari chiede a gran voce che i non vaccinati paghino il servizio sanitario, se si infettano.

Lo stato che per definizione hegeliana è spirito oggettivo, cioè sintesi delle singole autocoscienze in conflitto, non dovrebbe prendere nemmeno in considerazione simili becere affermazioni provocatorie.

Invece una certa pubblicistica del migliore dei mondi vaccinabili ormai sragiona teorizzando di fatto la sanità all’americana, pur avendo una autocoscienza all’amatriciana.

Obesi,fumatori,no vax etc,secondo alcuni guru della intraprendenza salutista, sono colpevoli di inquinare la salute pubblica,quindi meritano discredito pubblico,liste di proscrizione,maledizioni bibliche sulle loro pulsioni di morte.

Quando toccherà ai” drogati”,alcolizzati,consumatori di bevande zuccherate esibire un green pass per rientrare nella società dei normali?

Il guaio è che il muro ostativo verso i non vaccinati è sostenuto dal perbenismo della destra e della sinistra accreditate,Libero e Repubblica per intenderci, senza distinzione di colore.

Fregnacce deplorevoli per chi è vaccinato,ma non ha intenzione di augurarsi una guerra santa contro i no vax che,come già scritto,non sono tutti egoisti verso il genere umano.

I no vax ideologici fondamentalisti invece sono ben contenti che ci siano dispotici salutisti che diano loro il modo di ciarlare sulle libertà perdute,causa un complotto di un ordine mondiale che non è altro che l’esistente modo di produzione.

Comunque l’odio profuso da anni da Lega e fascisti vs. minoranze e migranti si è girato contro i facinorosi italiani che invocano la libertà assoluta.

Ma le scemenze che dice il partito della tolleranza zero,l ‘ enfasi del ritorno del terrorismo sono mezzi di angoscia di massa che non pacificano di certo.

C’è chi ciurla nel manico per un voto in più a favore o contro il governo che sostiene i vaccini.

La Lega si mostra come un surfista di razza pronto a cavalcare le onde del tornaconto personale, ma il partito della eclisse della ragione sta aumentando.

Non c’è nulla di impossibile nel convivere fra tamponati e vaccinati,come si convive con tutte le etnie,tutte le parrocchie politiche,tutto il brutto e il bello del mondo.

Più che non si sbatta il mostro in prima pagina.

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