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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

8.9 – 1940 – La guerra fascista in Grecia: la meglio gioventù italiana andò sottoterra…

Alle 03:00 di notte fu consegnato a Metaxas, primo ministro ellenico, l’ultimatum che richiedeva l’immediata cessazione delle attività anti- italiane: Hitler e i suoi ultimatum avevano fatto ormai scuola.

Così l’Italia fascista entrava in una guerra di aggression contro un popolo povero, che nulla c’entrava con i regimi plutocratici di Francia e Inghilterra.

Mussolini aveva previsto l’attacco per il 26, Badoglio, dopo la famosa riunione di Palazzo Venezia, riuscì a spostarlo al 28 ottobre.

Il capo di Stato Maggiore iniziò la sua ambigua condotta nei confronti del fascismo che gli aveva dato gli onori di comandare le truppe che, avevano portato a Roma il trofeo dell’Etiopia nel 1936.

A Soddu Badoglio disse che era “impossibile mobilitare le truppe in così breve tempo”, ma a Mussolini non disse nulla.

Naturalmente regnava il caos fra gli alti comandi che non avevano idea della logistica di Albania e Grecia.

Il 28 ottobre a Firenze un Mussolini raggiante accolse Hitler con una delle sue affermazioni che passeranno per profezia di sventura: “Führer stiamo marciando, all’alba da oggi le truppe italiane vittoriose hanno attraversato la frontiera franco-albanese!”.

Le truppe italiane avanzarono nell’Epiro, ma trovarono subito una forte resistenza da parte dell’esercito greco, che era poca cosa, ma si batteva con coraggio e determinazione per una causa nobile come la difesa della propria terra e della propria vita.

Bisogna ricordare che il responsabile delle operazioni era quel generale Visconti Prasca, che verrà poi sostituito, vista la sua indecente condotta della guerra.

In condizioni atmosferiche spaventose, i poveri soldati italiani furono mandati al massacro sui monti dell’Epiro senza riuscire a sfondare da nessuna parte la linea difensiva dei greci e senza espugnare Kalibaki, punto decisivo della battaglia.

Gli aiuti degli inglesi erano insufficienti, quindi non si poteva dire che le truppe italiane fossero state fermate da un nemico ben armato, così come stava accadendo sul fronte Nord-africano.

Quella che doveva essere una folgorante marcia verso Atene si trasformò in una guerra di posizione che vide gli italiani pagare a caro prezzo la follia dei comandi militari e di Mussolini: le camicie nere albanesi defezionarono alle prime difficoltà, l’accerchiamento da parte dei greci diventò possibile l’8 novembre quando questi ultimi entrarono nell’Albania meridionale.

L’unica cosa che si poteva fare era quella di ritirarsi abbandonando posizioni importanti come Argirocastro, sul confine jugoslavo, a poca di- stanza dal mare.

Il congelamento dei fanti e degli alpini, che si batterono con coraggio, era la normalità. Quelli della Julia, il 10 novembre, si ritrovarono al ponte di Perati da dove erano partiti il 28 ottobre.

Nacquero in quel contesto le canzoni tristi che accompagneranno come colonna sonora la tragedia degli alpini e dei soldati in terra greca e poi nelle steppe del Don.

“Sul ponte di Perati bandiera nera, l’è il lutto della Julia che va alla guerra, la meglio gioventù che va sotto terra”

Tutti i contendenti riconobbero agli alpini l’onore delle armi, ma questi si ritirarono verso le retrovie con un quinto degli effettivi in meno, con la stanchezza di una disfatta, per essere andati allo sbaraglio per una guerra voluta dall’alto con colpevole leggerezza.

E che fosse una guerra inutile, cattiva, contro una popolazione ridotta alla fame lo testimonia l’Ufficiale Ugo Pirro: “(…

) arrivammo ad Atene il mattino seguente.

Cantavamo felici come fossimo giunti in una città italiana, ma la nostra allegria finì all’improvviso alle prime case della periferia. Il fracasso del motore vuotava le case, a centinaia le donne si gettavano sulla strada gridando: “Psomì, Psomì” .

Chiedevano il pane che da mesi mancava: non c’era nella voce rabbia o sdegno per i nostri visi nutriti, la fame aveva ormai mangiato anche i loro legittimi sentimenti di vendetta”

Cfr. Enzo Biagi, n. 17, op. cit. pag. 536

Le truppe italiane si ritirarono e la notizia fece il giro del mondo.

Le conseguenze per il nostro Duce, come vedremo, furono catastrche.

Metaxas, primo ministro, annunciò per radio la vittoria verso la fine di novembre, Halifax alla Camera dei Comuni inglese tributò un elogio all’eroico popolo greco.

Il semestre di guerra italiano aveva smascherato l’inefficienza criminale di Mussolini come capo delle forze armate.

Il problema non era tanto che lo avevano capito gli inglesi e i francesi, il problema è che lo aveva capito la Germania di Hitler.

6.9 E’ il coraggio delle donne afghane ad importare la democrazia,non i missili…

Non è la prima volta che le donne manifestano molto più coraggio degli uomini che le sfruttano in Afghanistan e non solo.

L’espressione generica non induca in tentazioni qualunquiste e ruffiane sulla determinazione femminile verso la vita che si riassume nello spot “il futuro è donna”: merceologia del politicamente corretto trasversale che dura un giorno.

Le donne di Kabul ed Herat, sono scese in piazza in questi giorni,rischiando la vita, per rivendicare non solo i diritti civili, ma la possibilità di esistere.

Hanno trovato i mitra dei talebani ad accoglierle,i lacrimogeni,le sprangate.

Se si pensa che in Afghanistan il neo -governo talebano si accinge a cancellare l’icona femminile dalle vetrine dei negozi,a selezionare i colori che si possono indossare, a limitare l’uscita delle donne da casa ,si capisce quale carica rivoluzionaria abbiano quelle manifestazioni.

Se c’è sempre da imparare nella vita è il caso di cogliere il messaggio del movimento afghano:un altro mondo è possibile anche quando sembra impossibile.

E non si venga a farfugliare che il movimento democratico nei paesi fondamentalisti sia il parto della borghesia femminista occidentalizzata vs.i partigiani proletari anti neo colonialisti,come qualche intellettuale sostiene da casa sua..

Le suffragette,le scienziate,le dottoresse,le giornaliste,le intellettuali delle grandi rivoluzioni democratiche e socialiste, erano semplicemente avanguardie rivoluzionarie sia per le donne che per gli uomini proletari.

I riflettori su Kabul si stanno spegnendo, com’è naturale in un tempo dove la notizia dura un Tg.

Era prevedibile, perché la commedia dell’emancipazione della maggioranza del genere umano passa sempre dalla contingenza dell’ultima donna uccisa,stuprata o sfruttata.

Anche le donne in alcune parti del sud Italia,ad esempio, cercano lavoro e democrazia visto che per quanto riguarda il lavoro femminile siamo fra gli ultimi in Europa in quella parte della penisola.

Si dà risalto al danno di genere quando qualcuna muore nei campi di fatica per pochi euro:frase di rito è il “non deve più accadere”.

Ma senza bisogno di armarsi materialmente la critica al sistema del patriarcato talebano islamico è un atto di coraggio civile,esistenziale e umano da parte delle afghane che vale per tutti.

Pure per uomini occidentali tristi che amano ragliare vigliaccheria dietro i computer,alla ricerca di una libertà egoistica,manichea,fobica contro donne e genere umano.

Le donne afghane sono un esempio illuminante di antifascismo militante.

4.9- 1940- Invasione della Grecia: avventurismo squadrista e incapacità di un povero caporale…

1940. UN GIOCO PIUGRANDE DEL DUCE

Benito Mussolini con l’attacco alla Grecia del 28 ottobre del 1940, anniversario diciotto della Marcia su Roma, entrò in un gioco più grande di lui e non ne seppe più uscire.

Come sottolinea Giorgio Candeloro nella sua Storia dell’Italia Moderna: “L’aggressione alla Grecia fu un fatto non meno ripugnante dell’attacco alla Francia” (…) e “la guerra contro la Grecia fu uno dei più gravi errori politici e strategici compiuti da Mussolini e dai comandi militari (…)”.

Il susseguirsi di errori di valutazione in Francia o nell’attacco alla Libia furono nulla in confronto all’avventura in terra ellenica.

Questa volta non solo l’Italia uscì a pezzi dal punto di vista del suo prestigio (falso e retorico) di grande potenza, ma portò il rapporto fra italiani e tedeschi ai primi segnali di rottura.

Non certo per colpa dei tedeschi.

Come abbiamo accennato in precedenza, Hitler nel luglio del 1940, durante il fallito tentativo di sbarco in Inghilterra, si era orientato ad attaccare l’URSS prima che finisse la guerra con la Gran Bretagna.

Hitler si contraddisse più volte sulla questione dell’attacco a est.

Era il suo obiettivo strategico fin dal 1925 quando nel Mein Kampf scrisse: “Quando oggi parliamo di un nuovo territorio in Europa dobbiamo pensare in primo luogo alla Russia e agli altri stati limitrofi suoi vassalli…il colossale impero dell’Est è maturo per il crollo, è la fine del dominio ebraico in Russia (…)”.

Una delle ragioni addotte nell’agosto del 1940 da parte dei generali del comando supremo tedesco per dissuadere Hitler da un attacco a Est entro l’anno, era stata determinata dalla necessità di assicurare un as- setto stabile nei Balcani.

Si aprì in questo modo la questione romena.

Hitler era convinto che la Romania fosse importante, anche se era sotto l’influenza sovietica per il trattato nazi-sovietico del 1939.

Le risorse naturali del territorio, la posizione strategica al confine meridionale dell’URSS, con la fine del 1940 diventarono un obiettivo per il Terzo Reich.

Il 30 agosto del 1940, in quello che possiamo definire il periodo diplomatico-politico di Hitler, fu firmato l’accordo, un vero e proprio diktat, che imponeva nuovi confini a ungheresi e romeni.

Il diktat firmato da Ribbentrop e Ciano non solo allungava l’ombra del nazi-fascismo sull’Europa, ma era da considerarsi un vero posiziona- mento dei tedeschi per un futuro attacco a est.

Che qualcosa stesse maturando nella testa del Führer era chiaro. Mussolini, che si credeva un politico di razza, capiva che il nazismo ormai aveva l’egemonia sull’Asse dettata dall’organizzazione e dalla radicalità che Hitler materialmente metteva nella sua concezione della guerra per il trionfo del fascismo internazionale.

Mussolini ne era abbagliato, ma anche impaurito, soprattutto sapeva che i tedeschi non facevano finta.

1940. IL MASSACRO ANNUNCIATO

Il 12 ottobre Mussolini apprese la notizia che Hitler aveva occupato i pozzi petroliferi della Romania.

Reagì a suo modo, con l’avventurismo di uno squadrista e l’incapacità di un povero caporale frustrato dai suoi superiori: “Hitler mi mette sempre di fronte al fatto compiuto. Questa volta lo ripago della stessa moneta.

Saprà dai giornali che ho occupato la Grecia, così l’equilibrio verrà ristabilito”.

Poi, la solita enfasi: “Do le dimissioni da italiano se qualcuno trova difficoltà a battersi coi greci”.

Questa volta, e la vicenda può risultare strana, trovò il consenso del genero Ciano che solitamente, anche se il destinatario del suo scetticismo erano i propri Diari, non sembrava molto ottimista sull’alleanza con la Germania e la guerra parallela.

La sola spiegazione della guerra in Grecia comunque non può essere quella dello scontro fra lo scalcinato capitalismo italiano contrapposto al potente capitalismo tedesco.

Anche se non si può negare che in quell’area vi erano concreti interessi economici divergenti fra le due nazioni.

Perché Mussolini aggredì la Grecia?

In primo luogo per ripagarsi delle prevaricazioni di Hitler, sempre vincitore, mentre il Duce aveva rubacchiato qualche conquista in Francia, per merito dei tedeschi.

In seconda istanza c’era la sopravvalutazione dell’esercito italiano da parte di Mussolini convinto dai suoi collaboratori più servili che l’impresa sarebbe stata una passeggiata.

A tal proposito occorre tener prese quello che dichiarò il generale Visconti Prasca per assicurare il Duce sulla fattibilità dell’intervento in Grecia.

Il diretto responsabile dell’operazione disse che le poche divisioni a disposizione risultavano fin troppe.

L’operazione, per il generale, era stata preparata fin nei minimi particolari. Lo spirito delle truppe era altissimo, c’era un tal entusiasmo che era difficile tenere a bada ufficiali e soldati che desideravano combat

tere.

Quando Mussolini disse di non badare troppo alle perdite il generale rispose che i suoi ordini prevedevano di attaccare sempre e comunque. Sia che fosse il problema del nichelio che interessava la famiglia Ciano, sia che fosse per il materiale ferroviario conteso ai greci, sia che fosse per mostrare indipendenza dalla Germania nazista, la campagna di Grecia non fu solo una squallida avventura dal punto di vista morale e militare.

Fu anche un grossolano errore politico da parte di Mussolini.

Il 17 agosto Ribbentrop in un colloquio con l’ambasciatore italiano in Germania Alfieri aveva ribadito i seguenti punti: bisognava mettere da parte qualsiasi progetto contro la Jugoslavia, un’eventuale azione contro la Grecia non era gradita a Berlino

Quindi Mussolini sapeva benissimo che Hitler non ne voleva sapere di aprire un fronte in Grecia che poteva mettere in discussione l’interesse dei nazisti verso i pozzi petroliferi della Romania, contesi dalla presenza dell’URSS, che aveva invaso la Bucovina del Nord e la Bessarabia. Mussolini e Hitler avevano una salda amicizia, più Hitler, sincero ammiratore del Duce, suo precursore, che Mussolini invidioso e accidioso per i successi militari del suo amico-rivale tedesco, ma non avevano un grande collaborazione sul piano politico perché Hitler diffidava della monarchia italiana, del Re, di Badoglio e della classe dirigente fascista incapaci di combattere.

E Mussolini diffidava di Hitler, perché questi non lo metteva mai al corrente dei suoi piani.

Mussolini era incantato dalla sicurezza di Hitler sul piano militare e della forza, ma lo riteneva inferiore dal punto di vista politico: la sua visione fascista del mondo, in fondo, aveva sempre trovato credito anche presso le potenze occidentali prima dello scoppio della guerra.

Con tali presupposti è facile capire perché la Grecia fu il segnale di quella rottura nell’Asse che si trascinerà fra diffidenze reciproche, fino al collasso finale dei due dittatori nazi-fascisti.

1940. LINIZIO DELLA FINE ITALIANA

Il 15 ottobre a Palazzo Venezia vennero convocare le “eccellenze” Ciano, Badoglio, Soddu, Jacomoni, Visconti Prasca.

Erano esclusi da quella riunione i capi di Stato Maggiore delle tre armi che avrebbero certamente obiettato sull’ organizzazione dell’invasione. Il preambolo di Mussolini fu come al solito un delirio di onnipotenza, unito a faciloneria militaresca.

Mussolini disse che lo scopo della riunione era quella di definire le modalità dell’azione, nel suo carattere generale, che lui aveva deciso di iniziare contro la Grecia.

L’azione in un primo tempo doveva avere obiettivi di carattere marittimo e di carattere territoriale.

Gli obiettivi di carattere territoriale dovevano portare al possesso di tutta la costa meridionale albanese e all’oc- cupazione delle isole ioniche, Zante, Cefalonia e Corfù. Quando sa- ranno raggiunti questi obiettivi, continuò il Duce, avremo migliorato le posizioni nel Mediterraneo nei confronti dell’Inghilterra.
Quella decisione voleva dire guerra lunga….

Completamente gratuito dal 4 settembre all’ 8 settembre

2.9 No vax vs. green pass -Chi di odio ferisce,di odio perisce ?

Minacce di morte a ministri,giornalisti,medici e a tutti quelli che sono del partito dei vaccini -green pass.

ll movimento no vax,calderone trasversale del malessere psicotico e sociale della pandemia,( a trazione forzanovista),incita allo squadrismo social e pure fisico visto le botte ai giornalisti in varie circostanze.

Delirio manesco che dopo il flop dello sciopero di ieri è destinato all’irrilevanza politica,ma non a quella sociale visto il clima d’odio circolante.

Ma anche sul fronte green ci sono gli estremisti dell’imbecillità.

Perché conosciamo più di un cowboy laggiù nel nostro Far West che non paga le tasse,come tanti suoi simili e usufruisce della sanità pubblica universale.

Poi magari chiede a gran voce che i non vaccinati paghino il servizio sanitario, se si infettano.

Lo stato che per definizione hegeliana è spirito oggettivo, cioè sintesi delle singole autocoscienze in conflitto, non dovrebbe prendere nemmeno in considerazione simili becere affermazioni provocatorie.

Invece una certa pubblicistica del migliore dei mondi vaccinabili ormai sragiona teorizzando di fatto la sanità all’americana, pur avendo una autocoscienza all’amatriciana.

Obesi,fumatori,no vax etc,secondo alcuni guru della intraprendenza salutista, sono colpevoli di inquinare la salute pubblica,quindi meritano discredito pubblico,liste di proscrizione,maledizioni bibliche sulle loro pulsioni di morte.

Quando toccherà ai” drogati”,alcolizzati,consumatori di bevande zuccherate esibire un green pass per rientrare nella società dei normali?

Il guaio è che il muro ostativo verso i non vaccinati è sostenuto dal perbenismo della destra e della sinistra accreditate,Libero e Repubblica per intenderci, senza distinzione di colore.

Fregnacce deplorevoli per chi è vaccinato,ma non ha intenzione di augurarsi una guerra santa contro i no vax che,come già scritto,non sono tutti egoisti verso il genere umano.

I no vax ideologici fondamentalisti invece sono ben contenti che ci siano dispotici salutisti che diano loro il modo di ciarlare sulle libertà perdute,causa un complotto di un ordine mondiale che non è altro che l’esistente modo di produzione.

Comunque l’odio profuso da anni da Lega e fascisti vs. minoranze e migranti si è girato contro i facinorosi italiani che invocano la libertà assoluta.

Ma le scemenze che dice il partito della tolleranza zero,l ‘ enfasi del ritorno del terrorismo sono mezzi di angoscia di massa che non pacificano di certo.

C’è chi ciurla nel manico per un voto in più a favore o contro il governo che sostiene i vaccini.

La Lega si mostra come un surfista di razza pronto a cavalcare le onde del tornaconto personale, ma il partito della eclisse della ragione sta aumentando.

Non c’è nulla di impossibile nel convivere fra tamponati e vaccinati,come si convive con tutte le etnie,tutte le parrocchie politiche,tutto il brutto e il bello del mondo.

Più che non si sbatta il mostro in prima pagina.

31.8 Meglio Mattarella che il” pagherete caro,pagherete tutto” di Biden..

J.Biden l’aveva dichiarato a caldo dopo il massacro di Kabul da parte dell’Isis.

Con 170 morti fra cui 13 marines di stanza all’aeroporto per l’evacuazione,the president ha dichiarato davanti al mondo : noi non perdoniamo,la pagherete cara.

E i droni americani che l’altro ieri hanno colpito i kamikaze dell’Isis che stavano preparando l’ennesimo attentato contro i soldati Usa,con il rituale effetto collaterale sulla città, e’ stato un atto di autodifesa legittimo in zona di guerra per proteggere la evacuazione.

Ma politicamente è la risposta che l’amministrazione democratica doveva dare ai rapporti di forza coi repubblicani nel Congresso.

Così le sferzanti parole di Mattarella sull’ipocrisia della politica Ue sui profughi che puntualmente si commuove di fronte ai disastri umanitari in Siria e Afghanistan, per poi regolare la questione sulla inferenza dell’ utilitas elettorale interna, forse ha una prospettiva a breve più virtuosa.

Abbiamo tutti notato che la presenza di Emergency a Kabul e la benevolenza umanitaria dei soldati sono stati,piaccia non piaccia, un segno di solidarietà reale verso quelle popolazioni.

Così come il G20 auspicato da Draghi è un tentativo necessario per allargare a Cina,Russia,Pakistan e India la valutazione sulle possibili soluzioni di una pace che si presenta terrificante.

Tutto questo per mettere un freno alla vana chiacchiera dell’opulenza Occidentale che si è nascosta sempre dietro l’Usa,dietro i bombardamenti chirurgici,dietro le guerre umanitarie, proprio con il plauso della destra liberale e pure della sinistra alla Blair.

Ora che bisognerebbe organizzare corridoi umanitari,trovando spiragli di pace per salvare più persone possibili,la politica interna del consenso sembra prevalere sulla visione universale del bene.

Il pensiero di Gino Strada,il lavoro delle ONG,la presenza delle organizzazioni umanitarie a Kabul,in Siria,nel Mediterraneo,ad esempio.dovrebbero essere messe in grado di intervenire subito dall’Unione europea prima che si arrivi al necrologio collettivo sulla decadenza dell’Occidente.

Quindi il presidente Mattarella ha fatto benissimo a ricordare che i calcoli dell’egoismo spicciolo sulla pelle dei profughi è perlomeno sconcertante per chi si definisce civile.

E i parolai di tutti i colori forse dovrebbero riflettere: la costruzione della solidarietà internazionale fa parte dell’utopia rivoluzionaria, partendo da Kabul.

Se salvare una vita è salvare l’umanità intera,meglio volare bassi con il futuro e aiutare con tutti i mezzi i profughi delle guerre sui quali l’imperialismo ha prosperato.

L’incubo fascio islamista:rimanere senza donne da schiavizzare….

Con tutto il rispetto dovuto per tutte le religioni del mondo quella islamica non è peggiore delle altre.

Né migliore,come pensano i fondamentalisti dell’Isis,che ammazzano pure gli impuri narcotrafficanti talebani nel segno di una grandezza di un Dio poco misericordioso.

Si invoca la grandezza di Allah sia per salutare la nascita di un guerrigliero,sia per ossequiare la lapidazione di un donna adultera,il matrimonio di una bambina con un cinquantenne e così via.

Ma anche le mafie hanno un canale speciale con la madre di Cristo quando invocano l’intercessione della Madonna per ammazzare il prossimo, così come il GOT mit uns dei nazisti rendeva omaggio all’Olocausto.

La cosa che sorprende il senso comune e/o il buon senso occidentale, però, è il furore talebano e in generale fondamentalista islamico contro donne e bambine.

La misoginia maschilista padronale è un male assoluto quando diventa perenne genocidio:il parallelismo con i kmer rossi può essere azzeccato perché se l’ideologia diventa religione e viceversa il massacro è annunciato.

Ma con la lente di ingrandimento di un marxismo sociologico si potrebbe dire che il terrore per i talebani è il perdere la proprietà feudale su mogli e figlie.

Il loro sfruttamento garantisce l’onore del rispetto della gerarchia patriarcale e un profitto garantito dal lavoro femminile non pagato o pagato male: quello casalingo dedito alla visione maschilista del mondo.

Se per S.Agostino il credere era propedeutico al filosofare e il filosofare al credere, per l’islam fondamentalista il credersi nella verità non comporta il dubbio,ma solo un’ inconfutabile certezza:la donna non ha un’essenza ontologica degna di rispetto.

Quando in Occidente si parla di diritti delle donne con tutti i limiti della nostra storia vs.l’emancipazione femminile la democrazia non prevede né lapidazione, né segregazione:anche se il turismo sessuale è un mercato sempre fiorente.

E se la parità di genere da noi è un diritto ( in Italia è in itinere), a Istanbul, Teheran,Kabul ..etc è un’utopia.

Domanda:cosa pensano le nonne di Kabul quando alle nipoti viene vietato di andare a scuola?

27 .28. 8 -Il caso Durigon è simbolo del fascistume in – fognato nella trippa nostrana..

Questa volta non si poteva fare finta di niente,da parte di Salvini.

E così Claudio Durigon si è dimesso ” per il bene dell’Italia”e soprattutto della Lega.

Il sottosegretario che a Latina ha proposto un intervento oggettivamente fascista e filo mafioso sulla toponomastica della città ha scritto una lettera chiarendo che non è mai stato fascista, poi ha chiesto scusa per le imbecillità pronunciate contro le vittime di mafia.

Secondo il brillante ex fascioleghista pentito al posto di una piazza dedicata a Falcone e Borsellino era meglio ripristinare la vecchia dedica a Arnaldo Mussolini.

Così,dato che la Lega è al governo, anche Salvini ha dovuto fare il liberale che sfiducia il Durigon nostalgico,prima che la sfiducia di PD – M5S- Leu mettesse in crisi il nuovo volto di centrodestra del Carroccio.

La morale laica è semplice: l’apologia al fascismo e al nazismo,un fatto quotidiano che da anni ammorba l’aria di mascalzonate coperte da personaggi pubblici di fascisti dormienti,deve pagare un prezzo all’indecenza.

E finalmente chi minimizzava,chi sminuiva,o peggio chi strizzava l’occhio al fascismo del ventennio e a quello filonazista repubblichino, dovrà contare prima di farla fuori dal vaso.

Anche se il nazi fascismo sembra sdoganato anche per chi ha invitato al festival dell’Unità di Bologna un politico di Fdi vicino alla Meloni, che si era fatto fotografare vestito da nazi alla festa di addio al celibato..

A meno che la libertà evocata a gran voce contro la dittatura sanitaria non nasconda la libertà di negare la storia, l’apologia al nazifascismo non dovrebbe dimorare in una Repubblica fondata dall’antifascismo.

Cose dette,ridette,trite,ritrite,ma che sembrano interessare poco i moderati di maniera perché il fascismo è un ricordo del passato,mentre le zecche comuniste sono la realtà del presente.

La presa di distanza da Durigon dal fascismo sotto pressione di Draghi e un po’tardiva.

Da parte di certo leghismo sembra un mezzo per accreditarsi con la faccia pulita presso quell’opinione pubblica che non si dichiara fascista, né comunista,ma è semplicemente anticomunista perché antidemocratica.

Se questo è fare il processo alle intenzioni perché Durigon non è stato dismesso subito?

La doppiezza è il DNA della politica,d’accordo,ma la nostalgia verso la famiglia Mussolini puoi sempre esprimerla in privato..sei non sei fascista

Migranti,terrorismo,covid: la tempesta perfetta per l’Occidente

Ha cominciato la Grecia a costruire muri vs.l’ipotetica invasione afghana:ma la Grecia versa in uno stato di miseria dalla crisi del 2011.

I governi di Austria e Ungheria,per fare un altro esempio, non hanno bisogno di dichiarare che hanno nostalgia dell’impero austro ungarico,nel loro egoismo nazionalista sono pure patetici.

In Italia Matteo Salvinil si sente orfano dell’intolleranza del Papeete,tiene sotto tiro la Lamorgese per gli sbarchi a Lampedusa,spera che la possibile marcia degli afghani nei Balcani mobiliti il sovranismo.

Il piatto è ghiotto,non si può fare entrare chi ti porta covid e terrorismo,il senso comune dell’italico pensiero è già pronto a dare battaglia alla tolleranza della civiltà della sinistra.

Il paradosso è notevole

Mentre migliaia di afghani sono ancora fermi a Kabul nella bolgia dantesca scatenata dalla fuga Occidentale e dal terrore talebano, Erdogan mette le mani avanti ricordando che già custodire i siriani e’ oneroso per tutti.

E si può capire che lo spazio è denaro pure in Turchia.

Ma in Italia il solito duello fra rigoristi e aperturisti delle frontiere ha un solo obiettivo:le elezioni amministrative,il rilancio della Lega, anche senza Durigon, compagno di merende delle cosche mafiose di Latina,la conferma di Giorgina come Evita Peron de noantri.

Le donne e le bambine che i nostri soldati salvano rendono orgogliosi,come quando interviene la guardia costiera nel salvare i naufraghi nel Mediterraneo.

Il futuro però non è donna a Kabul,ma nemmeno in Italia,dove anche senza burka povere criste soffrono la colpa di essere nate donne.

In questi giorni abbiamo scoperto che i cambiamenti climatici hanno portato l’Italia ai confini con l’Afghanistan.

Ed i reazionari sperano che l’autunno porti allo stremo qualsiasi discorso di solidarietà internazionale,non per cattiveria,ma per primato del politichume.

Con un codicillo: aiutiamoli a casa loro è una bufala da buttare.

24.8 – 1940- 2020 – 80 anni fa i caporali criminali erano eguali a quelli di oggi…(leggi tutto)

1940. NAZI: TOTALE ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA

I generali tedeschi erano convinti che la guerra contro la Francia non era da farsi.

Gli Alleati erano superiori, avevano più soldati, più aerei, più risorse, erano trincerati dietro la linea Maginot.

“Ci preparavamo alla guerra in vista di una campagna in Occidente, del resto in quel momento tutt’altro che certa (…) tra di noi, cioè gli ufficiali più anziani, tutti amici per la pelle, potevo discutere apertamente della situazione (…) la prospettiva di un conflitto con l’avversario in Occidente ci rendeva perplessi dato che non nutrivamo, a causa di un istintivo antagonismo, alcuna fiducia nelle supreme gerarchie del paese, e anche perché eravamo atterriti dal ricordo della prima guerra mondiale. Nutrivamo una certa fiducia in Brauchitsch e in Halder che nessuno pensava potevano essere nazionalsocialisti”.

Sono i pensieri di Fridolin Von Senger und Etterlin, nato nel 1891, generale antinazista.

Il suo libro “La guerra in Europa, il racconto di un protagonista”, rivela quanto fossero profonde le perplessità fra gli alti ufficiali della Wehrmacht sulla possibilità di un conflitto in Occidente ai danni della Francia.

E la Francia in quella primavera del 1940 non era certamente pronta alla guerra contro il nazionalsocialismo.

Visto che si erano così affezionati alla “guerra fasulla”.

Si diceva che a Parigi di quella finta guerra ci si annoiasse, che le signore al Ritz organizzassero collette per la Croce Rossa, che lo champagne si mischiasse ai buoni sentimenti patriottici.

Sembrava che non ci fosse nulla da combattere, sembrava che Maurice Chevalier potesse primeggiare con Wagner nella colonna sonora del tempo di guerra. Churchill diede un pessimo parere sulla guerra fasulla condotta dai francesi.

Per Winston Churchill, visitando il fronte francese, si era spesso colpiti dall’atmosfera di scontrosa tranquillità che prevaleva fra gli uomini, Era evidente, la mediocrità del lavoro che veniva svolto, dalla mancanza di qualsiasi tipo di attività.

Scrivendo a Simone de Beauvoir dal fronte, pure Jean Paul Sartre nutriva seri dubbi sulla consistenza militare delle forze armate francesi.  Il filosofo al fronte sosteneva che il suo lavoro consisteva nel gettar in aria palloni e poi osservarli attraverso un binocolo da campo.

Questo passatempo veniva chiamato “eseguire osservazioni meteorologiche”.

Quando si telefonava agli ufficiali della batteria, si comunicava loro la direzione del vento.

“Che cosa poi se ne facessero di questa informazione erano fatti loro. I giovani facevano un certo uso dei rapporti del servizio segreto. La vecchia scuola li buttava direttamente nel cestino della carta poiché non si sparava”, scrisse Sartre.

C’era poi l’ombra inquietante del castello di Vincennes.

Là era morto Enrico V d’Inghilterra, entro quelle mura erano stati giu- stiziati Mata Hari e l’ultimo dei comunardi del 1871.

Erano uno dei più agghiaccianti castelli di Francia e “sembrava grondare sangue”, sostenevano alcuni detrattori della grandezza francese. Era però la residenza e il quartiere generale del generale Maurice Gamelin, capo di Stato Maggiore della Difesa nazionale, comandante su- premo di tutte le forze di terra.

Era considerato fra i più grandi generali d’Europa, se non del mondo. Aveva frequentato la scuola militare da cui era uscito nel 1891, nel 1914 aveva fatto parte dello Stato Maggiore operativo di Joffre, aveva redatto gli ordini della grande battaglia della Marna: un eroe nazionale, dunque.

Nel 1940 aveva 68 anni, ma era ancora snello, brillante, pronto alla battuta.

Aveva difficoltà a relazionarsi con la truppa, ma all’interno del castello era l’idolo dello Stato Maggiore, sempre pronto ad adularlo per la sua competenza in fatto di pittura italiana e libri d’arte.

Vincennes e il suo castello in quel periodo erano il cuore della Francia repubblicana pronta a battersi in difesa della Terza Repubblica, peccato che il castello fosse sprovvisto di comunicazioni radio.

Gamelin aveva dalla sua un’opinione pubblica che condivideva la semplicità della strategia francese.

Risparmiare la vita dei francesi per non ripetere la carneficina del 1914 – 18 e tenere lontana la guerra dal suolo di Francia.

Per cui la letargia della Francia in fondo era considerata da tutti il minore dei mali.

Non si volevano aprire gli occhi sulla lezione della Polonia, si sperava in un qualche accordo dell’ultimissimo momento.

La primavera era stupenda e a Parigi la vita mondana continuava nel suo splendore, nonostante alcune inevitabili restrizioni.

Ma il Piccolo Caporale stava preparando per la Francia la più grande catastrofe militare della sua storia.

Da quando a gennaio era caduto l’aereo in Belgio, con i piani di attacco, i tedeschi pensavano che sia inglesi che francesi ne fossero a conoscenza.

Hitler in quella circostanza dimostrò sangue freddo, intelligenza militare, ed ebbe nel destino un maledetto alleato.

L’incidente del 10 gennaio cambiò il mondo.

Considerato che l’originale piano tedesco era finito nelle mani alleate il nuovo piano venne elaborato da Erich Von Manstein, capo di Stato Maggiore del gruppo armate A di Gerd Von Rundstedt, con l’appoggio di Guderian, ispiratore e padre della Panzer-Division.

La guerra contro la Francia era il terminale dell’odio contro quelli che erano stati i vincitori della Marna e della Somme e insieme gli affamatori del popolo tedesco: ora si trattava di vendicarsi, senza dimenticare che l’odio a Hitler non bastava.

Voleva fare politica, anche se la mediazione per lui era solo tattica dissimulatoria.

Nel quadro della strategia hitleriana l’offensiva obbediva a tre obiettivi strettamente interconnessi.

  1. Mettere a terra militarmente la Francia, cercando però nello stesso tempo un accomodamento con il governo francese in modo da eliminare dalla guerra sia la flotta francese, che era fuori portata dalle armi tedesche, sia eventualmente l’impero coloniale francese
  2. Avviare tempestivamente, già nel corso della campagna militare “sondaggi” verso la Gran Bretagna per poter giungere finalmente con essa, finché durava l’impressione diretta della sconfitta della Francia, ad una “grande soluzione” su scala globale, ad un “compromesso” sulla base delle condizioni poste da Hitler, che avrebbero salvaguardato sia l’impero che la forza navale britannica
  3. Attraverso il tipo di sconfitta inflitta alla Francia e il tipo di armistizio imposto (…) attraverso il compromesso con la Gran Bretagna (…) si trattava di favorire negli Usa l’affermazione delle forze che si adoperavano per limitare l’impegno Usa al doppio continente americano, sia in politica militare, che in politica estera (…)

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