Parliamo di Edgar Morin, l’ultimo grande intellettuale democratico,libertario,antifascista,anti capitalista del secolo scorso che ha voluto scrivere un libro manifesto dal titolo “Svegliamoci”.
Edgar Morin,nato nel 1921,sociologo francese,accademico prestigioso di Francia e famoso nel mondo per i suoi saggi, in un’intervista sulla Lettura del Corriere ha ribadito cose semplicissime e insieme belle e (pre) potenti.
Solo una sinistra libertaria socialista può battersi contro una dittatura del denaro ,per un umanesimo non sopraffatto da odio e violenza, contro l’ onnipotenza del profitto,e soprattutto contro il nazionalismo reazionario, ed escludente dei sovranismi fascisti .
Niente di nuovo?
Forse,anche se il monito di “svegliarsi” per Morin significa ripensare alla socialdemocrazia in crisi,osteggiata non solo da destre xenofobe,ma diremmo, anche da sinistre così timide che non hanno più la forza di ribellarsi.
Adoprando un pensiero critico che faccia dell’arma della critica un processo di liberazione.
Come in Cile,in prospettiva in Brasile, nell’America Latina dove vi sono nazioni pronte ad affrancarsi dall’imperialismo americano,ma anche a disdegnare le autocrazie russe e cinesi.
Stare con l’Occidente, sempre secondo l’intervista di Morin al Corriere, vuol dire fare riferimento alla rivoluzione francese,ma soprattutto all’umanesimo della sinistra.. all’illuminismo della ragione kantiana.
Che scompare da ogni idea di cambiamento,soprattutto in Italia dove la sciatteria gioca per destabilizzare il quadro istituzionale: il rimborso per le spese elettorali e un posto nell’uninominale.
Basta demonizzare Giorgia Meloni,ex militante missina,donna di estrema destra,amicissima di Orban.
Al meeting della lobby affaristica di Comunione e Liberazione di Rimini,kermesse da prima repubblica democristiana,Giorgina è stata impeccabile statista come da copione del perbenismo borghese.
Dire che è fascista,dicono gli espertoni è farne una vittima,sicuramente un motivo in più per votarla da parte degli italiani post ideologici e afascisti che passano da sinistra a destra con facilità irrisoria. ( Mussolini il fascista era stato socialista).
Quando Salvini era al 34 per cento era la stessa musica: dargli del razzista era controproducente.
Insomma bisogna stare attenti a come si parla, perché il Paese è giustamente stanco di contrapposizioni ideologiche ormai morte e sepolte,dicono leghisti e reazionari che si trovano con Putin,ma anche con il Pnrr del banchiere Draghi,perché non ne possono fare a meno per essere credibili e ben remunerati.
Quando poi il saluto romano viene istintivo alla pletorica ciurma dei consiglieri amministrativi di Fratelli d’Italia,siamo di fronte ai camerati che sbagliano.
C’è però il solito dettaglio che conferisce sostanza alla forma.
Quando Giorgina e post camerati giurano sulla Costituzione antifascista compiono uno spergiuro: per loro stessa ammissione,loro, non sono mai stati antifascisti.
La fenomenologia della menzogna e della ipocrisia,per cui i camerati che sbagliano della bad Company nera non prendono mai le distanze dalla Repubblica sociale italiana, dichiarando ufficialmente che era un governo fantoccio al servizio dei nazi, non fa parte del programma di governo..
Giorgina dovrebbe almeno dichiarare,come fece Gianfranco Fini ,che il Male del fascismo fu assoluto sia per le leggi razziali,sia per la collaborazione con Hitler,sia per il ruolo avuto nella strategia della tensione.
Ma in questo modo Giorgina sarebbe una vera conservatrice di destra,non un’ estremista che delira sul blocco navale vs.i migranti che fa ridere pure la Marina militare.
E poi la Meloni è fascista in buona fede,non si rende nemmeno conto di quanto il suo nazionalismo sia retrogrado,triste,retorico da mens sana in corpore sano,per quanto riguarda le devianze.
Insomma se uno si chiede qual è l’origine del Movimento Meloniano, la risposta è Sociale.
A Mosca Medvedev,uomo del cerchio magico del reazionario Putin,ha invitato gli europei a mandare a casa il governo degli idioti democratici filo ucraini:ogni riferimento alle elezioni italiane è stato puramente casuale.
Avevano già espresso giubilo e contentezza perché un filo atlantista come Mario Draghi è stato silurato dopo Jhonson:il fronte del comico ebreo Zelensky, perdendo i pezzi,permette ai tank di avanzare verso la completa conquista del Donbas con grande naturalezza autocratica scevra da critiche atlantiste.
È qui la festa?
Mica tanto, perché due giorni fa a Sebastopoli il comando della flotta russa è stata attaccato più volte dai droni ucraini, e perché il Donbas è tutto fuorché una regione completamente conquistata dai reazionari di Mosca.
Gli ucraini sembrano all’offensiva, l’attentato di Mosca che ha ucciso la figlia dell’Ideologo di Putin Dugin fa intendere che anche quel fronte interno putiniano che sembrava compatto e convinto della vittoria facile in tre settimane dovrà ricredersi.
E se ci fosse un colpo di teatro possibile nel caos italiano,anche a Mosca però riderebbero meno.
Per esempio che la Meloni non stravincesse nel segno di Orban,amico di Putin,che a sua volta ha la stima incondizionata di Salvini e Mister B.
Che ora sono costretti all’atlantismo elettorale( aspettando Trump, comunque).
La sostanza non cambia, però.
Dopo continui massacri di civili che non fanno più notizia,dopo che la battaglia in corso interessa meno dell’inizio del campionato, tutto sembra già passato per la nostra quotidianità.
Pure la solidarietà con l’aggredito.
Togliere ai putinisti endogeni ed esogeni l’ebbrezza dionisiaca della vittoria e’ oggi diventato un compito da minoranza intellettuale che opera sui social,scontrandosi con chi ha giurato fedeltà alle proprie statistiche del ” dove eravate”.
La cosa che comunque risulta chiara, anche in tempo di campagna elettorale – balneare, è che il sinistrismo anti Draghi per molti sedicenti komunisti di ferro coincide con la completa cecità sulle malefatte di Putin.
Il compagno,loro,Rizzo ha già preparato la sua squadra di Rossobruni con l’ausilio della leghista poco leninista,ma molto fascista stalinista.
La fiscalità con la quale si distinguono i termovalorizzatori di prima e seconda generazione, nasconde l’indulgenza verso le stragi di prima e seconda generazione in Ucraina.
E ha ragione questa volta il democratico chic Gramellini: ci stiamo scannando per governo e politichese e dei bambini morti fra un po’ non si sentirà più parlare.
Nemmeno dei giovani coscritti russi mandati al massacro.
Meglio non parlare di guerra in questo periodo, ti ritrovi con una falce e martello di facciata che non sfigura assieme alla fiamma tricolore neofascista,secondo alcuni putiniani senza se,senza ma, e pure senza cervello.
Proprio come in tutte le guerre guardate in televisione dai parolai rossobruni, la tregua coincide con gli spot pubblicitari.
Da” 1939 – 1945 – Il racconto della guerra giusta” di Pierluigi Raccagni,la svastica sull’Europa,vol I,
e l’e book gratuito qui sotto sul 1940..20 e 21 agosto
BATTAGLIA FRA I FIORDI
Il 2 aprile Hitler diede il via all’invasione di Danimarca e Norvegia. Domenica 7 aprile due posamine britanniche erano pronte a minare le acque territoriali norvegesi, mentre alcune navi da guerra provenienti dai porti del Mar Baltico trasportavano soldati pronti a sbarcare sul suolo norvegese. “Narvik”, è questa la parola della località captata dai servizi segreti da- nesi, dove avrebbero dovuto sbarcare le truppe tedesche. Gli inglesi dell’ammiragliato britannico pensarono che le informazioni fossero false, così che la flotta d’invasione tedesca continuò indisturbata il suo tragitto. Il 9 aprile come avevano accertato i servizi danesi, a Narvik sbarcarono duemila tedeschi, occupando anche Copenhagen. Il re di Danimarca Cristiano X, consapevole della disparità di forze rispetto alla Germania, ordinò la resa; il generale Pryor, comandante in capo delle forze danesi, non trasmise l’ordine sperando nella resistenza armata del suo popolo. Alla fine la Danimarca diventava la seconda guerra di Hitler, una guerra molto facile e che fece pure scalpore per l’arrendevolezza dei danesi. Fu sufficiente, infatti, un solo battaglione per conquistare Copenhagen. Una nave tedesca con a bordo le truppe entrò nel porto attraccando al molo principale, come fossero dei turisti in cerca di primavere Nordiche. Vicino al porto, il palazzo del re e la sede del quartiere generale danese furono rapidamente circondati. L’unico che sembrava non gradire l’arrivo dei nazisti era un generale danese. Il comandante in capo Pryor voleva opporre resistenza ai teutoni, ma Cristiano X, il giorno precedente, si era rifiutato di firmare l’ordine di mobilitazione generale.
Il bello avvenne quando il sovrano si vide circondato dai tedeschi all’interno del Palazzo Reale. Secondo la formula di rito convocò il povero Pryor, chiedendo a questi “se le truppe danesi” avessero combattuto abbastanza.” Pryor rispose che non vi era stata nessuna battaglia e che era ora di iniziare a resistere con determinazione. Il re e i ministri gli permisero di sparare quattro fucilate, tanto per non perdere del tutto la faccia. In tutta la Danimarca vi furono tredici morti fra i danesi, e venti feriti fra i tedeschi, il che non sarebbe stato male se i nemici della democrazia non fossero stati i maggiori criminali di sempre. Così si dice che i danesi, al confronto dei norvegesi, in fondo furono quasi amici dei tedeschi. “(…) La presenza tedesca è tutto sommato benigna -continuò l’oratore- La Danimarca ha dimostrato che una parziale perdita di indipen- denza, dettata dalle esigenze della guerra, non deve portare inutili lotte e sofferenze. La lezione, per i giovani come voi, è che può esserci più onore nella sottomissione e nell’obbedienza che in una sconsiderata ri- bellione”, concluse e si sedette. Cfr. Ken Follett, Il volo del calabrone, Milano 2003, pag. 48
Quello di Ken Follett è solo un bel romanzo di guerra, d’accordo, e niente ci assicura che il preside del collegio danese interpretasse la co- scienza nazionale, ma non si può negare a livello storico che i rapporti fra tedeschi e danesi furono ottimi negli anni dell’occupazione. Alla Danimarca furono lasciate notevoli libertà, quasi a compensare la docilità con la quale furono accolti i nazisti e in un primo tempo, solo in un primo tempo, anche i settemila ebrei furono lasciati in pace. L’idea che la guerra non era affare loro ebbe un certo successo fra la popolazione danese, che tutto sommato si beveva le notizie tedesche dal fronte.
NORVEGESI TOSTI
La battaglia di Norvegia cominciò per mare. Vi fu subito uno scontro fra le vecchie corazzate norvegesi Eidsvold e Norge e dieci cacciatorpediniere tedesche. La Eidsvold fu silurata, la Norge fu rapidamente messa fuori combatti- mento, trecento marinai norvegesi persero la vita, in buona sostanza tutto finì alle 8 di mattina del 9 aprile. Il giorno dopo cinque cacciatorpediniere inglesi entrarono nel porto, diedero battaglia, affondarono due navi tedesche, nel rientrare vennero però attaccate da altre unità tedesche.
Brano tratto da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta vol.I di Pierluigi Raccagni. E book gratuito dal 18 agosto al 23: la guerra dei caporali nazifascisti
1940. NAZI: TOTALE ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA
I generali tedeschi erano convinti che la guerra contro la Francia non era da farsi.
Gli Alleati erano superiori, avevano più soldati, più aerei, più risorse, erano trincerati dietro la linea Maginot.
“Ci preparavamo alla guerra in vista di una campagna in Occidente, del resto in quel momento tutt’altro che certa (…) tra di noi, cioè gli ufficiali più anziani, tutti amici per la pelle, potevo discutere aperta- mente della situazione (…) la prospettiva di un conflitto con l’avversario in Occidente ci rendeva perplessi dato che non nutrivamo, a causa di un istintivo antagonismo, alcuna fiducia nelle supreme gerarchie del paese, e anche perché eravamo atterriti dal ricordo della prima guerra mondiale. Nutrivamo una certa fiducia in Brauchitsch e in Halder che nessuno pensava potevano essere nazionalsocialisti”.
Sono i pensieri di Fridolin Von Senger und Etterlin, nato nel 1891, generale antinazista.
Il suo libro “La guerra in Europa, il racconto di un protagonista”, rivela quanto fossero profonde le perplessità fra gli alti ufficiali della Wehrmacht sulla possibilità di un conflitto in Occidente ai danni della Francia.
E la Francia in quella primavera del 1940 non era certamente pronta alla guerra contro il nazionalsocialismo.
Visto che si erano così affezionati alla “guerra fasulla”.
Si diceva che a Parigi di quella finta guerra ci si annoiasse, che le signore al Ritz organizzassero collette per la Croce Rossa, che lo champagne si mischiasse ai buoni sentimenti patriottici.
Sembrava che non ci fosse nulla da combattere, sembrava che Maurice Chevalier potesse primeggiare con Wagner nella colonna sonora del tempo di guerra. Churchill diede un pessimo parere sulla guerra fasulla condotta dai francesi.
Per Winston Churchill, visitando il fronte francese, si era spesso colpiti dall’atmosfera di scontrosa tranquillità che prevaleva fra gli uomini, Era evidente, la mediocrità del lavoro che veniva svolto, dalla mancanza di qualsiasi tipo di attività.
Scrivendo a Simone de Beauvoir dal fronte, pure Jean Paul Sartre nutriva seri dubbi sulla consistenza militare delle forze armate francesi. Il filosofo al fronte sosteneva che il suo lavoro consisteva nel gettar in aria palloni e poi osservarli attraverso un binocolo da campo.
Questo passatempo veniva chiamato “eseguire osservazioni meteorologiche”.
Quando si telefonava agli ufficiali della batteria, si comunicava loro la direzione del vento.
“Che cosa poi se ne facessero di questa informazione erano fatti loro. I giovani facevano un certo uso dei rapporti del servizio segreto. La vecchia scuola li buttava direttamente nel cestino della carta poiché non si sparava”, scrisse Sartre.
C’era poi l’ombra inquietante del castello di Vincennes.
Là era morto Enrico V d’Inghilterra, entro quelle mura erano stati giu- stiziati Mata Hari e l’ultimo dei comunardi del 1871.
Erano uno dei più agghiaccianti castelli di Francia e “sembrava grondare sangue”, sostenevano alcuni detrattori della grandezza francese. Era però la residenza e il quartiere generale del generale Maurice Gamelin, capo di Stato Maggiore della Difesa nazionale, comandante supremo di tutte le forze di terra.
Era considerato fra i più grandi generali d’Europa, se non del mondo. Aveva frequentato la scuola militare da cui era uscito nel 1891, nel 1914 aveva fatto parte dello Stato Maggiore operativo di Joffre, aveva redatto gli ordini della grande battaglia della Marna: un eroe nazionale, dun- que.
Nel 1940 aveva 68 anni, ma era ancora snello, brillante, pronto alla battuta
Aveva difficoltà a relazionarsi con la truppa, ma all’interno del castello era l’idolo dello Stato Maggiore, sempre pronto ad adularlo per la sua competenza in fatto di pittura italiana e libri d’arte.
Vincennes e il suo castello in quel periodo erano il cuore della Francia repubblicana pronta a battersi in difesa della Terza Repubblica, peccato che il castello fosse sprovvisto di comunicazioni radio.
Gamelin aveva dalla sua un’opinione pubblica che condivideva la semplicità della strategia francese.
Risparmiare la vita dei francesi per non ripetere la carneficina del 1914l18 e tenere lontana la guerra dal suolo di Francia.
Per cui la letargia della Francia in fondo era considerata da tutti il minore dei mali.
Non si volevano aprire gli occhi sulla lezione della Polonia, si sperava in un qualche accordo dell’ultimissimo momento.
La primavera era stupenda e a Parigi la vita mondana continuava nel suo splendore, nonostante alcune inevitabili restrizioni.
Ma il Piccolo Caporale stava preparando per la Francia la più grande catastrofe militare della sua storia.
Da quando a gennaio era caduto l’aereo in Belgio, con i piani di attacco, i tedeschi pensavano che sia inglesi che francesi ne fossero a cono- scenza.
Hitler in quella circostanza dimostrò sangue freddo, intelligenza mili- tare, ed ebbe nel destino un maledetto alleato.
L’incidente del 10 gennaio cambiò il mondo.
Considerato che l’originale piano tedesco era finito nelle mani alleate il nuovo piano venne elaborato da Erich Von Manstein, capo di Stato Maggiore del gruppo armate A di Gerd Von Rundstedt, con l’appoggio di Guderian, ispiratore e padre della Panzer-Division.
La guerra contro la Francia era il terminale dell’odio contro quelli che erano stati i vincitori della Marna e della Somme e insieme gli affama- tori del popolo tedesco: ora si trattava di vendicarsi, senza dimenticare che l’odio a Hitler non bastava.
Buon Ferragosto all’Italia di chi si batte per i diritti civili
Soprattutto per chi è detenuto nelle patrie galere dove i diritti umani sono schiantati.
Suicidi che si consumano in carceri sovraffollate,dove dimorano quelli a cui il Santo padre fa la lavanda dei piedi.
I pensieri particolari sulle spiagge affollate e nei luoghi di vacanza raramente riguardano la salute di carcerati e carcerieri, che il garante dei detenuti ha denunciato vivere in un inferno sulla terra.
I benpensanti riflettono sul fatto che non è problema prioritario,forse perché il problema principale è la loro omertà verso l ‘incivilta di certe situazioni dell’universo concentrazionario.
Il suicidio in carcere di Donatella in settimana, ha persino costretto il giudice di sorveglianza a chiedere perdono alla famiglia e ad ammettere il suo errore per non aver capito il male profondo che affliggeva la detenuta.
E il male profondo nelle carceri sanno tutti di cosa si tratta: essere trattati come animali da mandare al macello, per essere adottati dalla democrazia imperfetta dell’inciviltà.
Un saluto a chi soffre in silenzio nelle carceri della repressione della dignità.
Brano tratto da operazione Barbarossa e Pearl Harbor e book gratuito 10,11,12 agosto Pierluigi Raccagni
La spartizione dei Balcani avvenne nel seguente modo: la Jugoslavia cessava di esistere come stato.
La Germania incorporava nel Reich la parte settentrionale della Slove- nia, assumendo il controllo militare della Vojvodina e del Kosovo set- tentrionale, così come capitò alla Serbia, dove i tedeschi affiancarono funzionari al governo collaborazionista del gen. Milan Nedić.
L’Ungheria si assicurò la ricca regione danubiana di Bačka.
La Bulgaria occupò la Macedonia jugoslava e alcune regioni meridio- nali della Serbia.
La parte più vasta del territorio jugoslavo smembrato venne onorato del titolo di stato indipendente di Croazia.
Qui entrava in scena l’Italia: il regno di Croazia venne affidato al Principe di Spoleto Aimone di Savoia, nipote del re Vittorio Emanuele III. Il potere di fatto venne esercitato da Ante Pavelić, fascista noto in Italia dagli Anni Trenta.
Pavelić aveva avuto aiuti per il suo movimento degli ustascia. Mise così in pratica una politica di genocidio contro serbi, comunisti ed ebrei.
All’Italia, comunque, fu assegnato un ruolo significativo, ma non auto- nomo.
Furono ammessi all’impero fascista Lubiana, Zara, già italiana sin dalla prima guerra mondiale, alcune zone vennero aggregate nel governatorato di Dalmazia, una striscia di terra fra la Slovenia e la Croazia fu accorpata al Regno italico.
Mussolini, come è stato notato da più parti, anche se ottenne un bottino non disprezzabile, mise solo un piede nello spazio vitale a Est. Il suo imperialismo debole lo vedeva relegato in una posizione subordinata anche nei Balcani, regione che il fascismo considerava naturale spazio di conquista se si pensa appunto, a Fiume, a Zara, alla Repubblica del Carnaro etc.
Per quanto riguarda la Grecia, i nazisti l’attaccarono con ventisei divisioni di cui tre corazzate attraverso la Bulgaria, base di partenza delle operazioni.
Una dopo l’altra le unità greche furono spazzate via.
Il giorno 9 aprile i greci pensarono ad un ripiegamento in Albania.
I nazisti temevano uno sbarco inglese a Salonicco, per cui occuparono a titolo precauzionale la zona della Tracia meridionale fra Salonicco e Alessandropoli.
La mossa spiazzò l’esercito greco che nell’aprile del 1941 era schierato in modo da presidiare i varchi montani che davano accesso alla Bulgaria.
Anche il corpo di spedizione britannico, che era composto da una divisione neozelandese, una australiana e una inglese, fu preso alla sprovvista.
Da parte tedesca ormai gli alti comandi sapevano come assecondare le intuizioni di Hitler apportandovi dinamismo e velocità di esecuzione. Se i piani sembravano a volte velleitari, non così era la fase operativa che anche in Grecia riuscì a tagliare fuori le divisioni elleniche schierate in Albania: invece di avanzare da Salonicco verso il monte Olimpo, i tedeschi sferrarono un attacco verso Monastir.
Il 27 aprile veniva occupata Atene e la bandiera della svastica faceva bella mostra di sé sull’Acropoli.
Gli inglesi sgomberarono a fatica dalla Grecia.
Hitler si sentiva gratificato ad aver vinto un popolo di antichi guerrieri. La vittoria di Hitler fu doppia, perché, come abbiamo osservato, gli inglesi, corsi in soccorso del valoroso popolo greco, poterono combinare poco contro i tedeschi che anche in mezzo ad alture e montagne maneggiavano i loro panzer a piacimento.
Winston Churchill, in dissenso con il ministro degli Esteri Anthony Eden, aveva inviato 68.000 uomini in aiuto alla Grecia, sottraendo le truppe dal fronte dell’avanzata in Libia.
Si ricordi che i greci fino alla morte di Metaxas erano contrari ad un intervento inglese a loro favore per paura di una ritorsione tedesca.
Quando compresero che i tedeschi avrebbero attaccato dalla Bulgaria accettarono l’aiuto degli inglesi che tentavano di costituire un fronte anti- tedesco e italiano nell’Europa Sud-orientale.
218.000 soldati greci e 12.000 inglesi finirono prigionieri come 334.000 soldati jugoslavi, l’equipaggiamento delle tre divisioni inglese, austra- liana e neozelandese dovette essere distrutto o abbandonata in mano ai tedeschi.
Gli inglesi sbagliarono quasi tutto in questa fase: non avevano supporti logistici vicino alla Grecia, non avevano la supremazia dell’aviazione, bombe e mine tedesche avevano bloccato il Canale di Suez. Quello che a Mussolini non riuscì in un anno, Hitler se lo prese in dieci giorni,
Brano tratto da e-book Operazione Barbarossa e Pearl Harbor: guerra totale,di Pierluigi Raccagni,gratuito dall’8 agosto al 12 agosto
22 giugno alle prime ore del mattino i nazisti invasero l’Unione So- vietica.
La guerra diventò una guerra di sterminio conclamata e autorizzata dalle gerarchie del Terzo Reich.
Tutti si aspettavano la guerra, ma non quella guerra.
In fondo, come abbiamo visto in precedenza, il preludio dello sterminio di massa c’era stato in Polonia fin dal 1939: ora si trattava di mettere in pratica quello che nel Mein Kampf il Signore della morte aveva già delineato con oggettiva precisione e determinazione.
Non c’era solo in ballo lo spazio vitale per fare della Germania un impero che si estendesse dall’Atlantico agli Urali.
Il pericolo era il bolscevismo ebraico, quella miscela di materialismo e capitalismo che era stato il nemico numero uno della concezione nazional-socialista del mondo.
La guerra doveva essere spietata, crudele, abominevole, perché l’umanità andava salvata dal cancro della borghesia capitalista dell’Occi- dente, ma anche dai barbari d’Oriente.
“(…) quattro erano gli obiettivi che si intrecciavano l’un l’altro nella concezione della guerra ad oriente di Hitler: lo sterminio della classe dirigente giudaico-bolscevica dell’Unione Sovietica inclusa la sua radice biologica costituita da milioni di ebrei dell’Europa centro orientale. La conquista di uno spazio coloniale per insediamenti tedeschi nelle zone della Russia ritenuti più fertili.
La decimazione delle popolazioni slave e la loro sottomissione al dominio tedesco nei quattro “commissariati del Reich” (…) retti da viceré tedeschi (…) i compiti affidati a questi commissariati del Reich consistevano nell’estirpare dalle masse slave qualsiasi ricordo del grande stato russo e di ridurre queste stesse masse in una condizione di ottusa e cieca obbedienza nei confronti dei nuovi “padroni”.
La realizzazione dell’autarchia in una grande “area” dell’Europa continentale sottoposta al dominio tedesco e a prova di blocco, rispetto alla quale i territori conquistati dell’Est avrebbero dovuto rappresentare il serbatoio presumibilmente inesauribile di materie prime e derrate ali- mentari”.
Cfr. Hillgruber, op. cit. pag. 79
Un simile programma poteva essere attuato da uomini divenuti automi, o meglio bestie.
Come il nazional-socialismo abbia fatto passare un massacro contro l’umanità per una guerra santa per il futuro dell’umanità, rimane e ri- marrà un mistero.
Gli stessi generali della Wehrmacht, che durante la campagna di Polo- nia, avevano timidamente protestato contro la condotta delle SS e degli Einsatzgruppen, si lasciarono andare alle più teutoniche e mitologiche considerazioni di guerra giusta contro il bolscevismo.
Quando il 30 marzo 1941 il Führer illustrò ai vertici militari il suo pro- posito di aggredire l’Unione Sovietica, non una voce ebbe da ridire sul carattere bestiale che avrebbe avuto la futura guerra: “Lotta fra due concezioni del mondo, l’una contro l’altra. Giudizio devastante sul bolscevismo che equivale a criminalità asociale. Il Comunismo è un pericolo enorme per l’avvenire”, cosi scrisse nel suo diario il capo di Stato Maggiore Halder sintetizzando l’esposizione fatta da Hitler il 30 marzo 1941 (…)”.
Quando poi le cose andarono male scaricarono tutte le responsabilità sul partito nazista di Hitler, anche se il 2 maggio 1941 gli ufficiali supe- riori della Wehrmacht acconsentirono di affamare 30 milioni di russi per trasferire le scorte di cibo in Germania. Il ministro dell’agricoltura…
Così le direttive del Führer furono chiare da subito.
“(…) si vietava la persecuzione legale di tutti gli aderenti alla Wehrmacht, per atti di rappresaglia contro i civili, il 6 giugno 1941 si stabiliva che tutti i commissari politici dell’Armata Rossa in quanto “portatori di metodi di lotta asiatici e barbarici”, dovevano essere liquidati seduta stante”.
Giorni caldi in tutti i sensi per la perdente ( stando ai sondaggi) coalizione di centro sinistra.
Mini storia
L”espressione metaforico -politica dei due forni,in modo da preparare un pane congeniale ai propri interessi, fu coniata negli anni sessanta dal solito Giulio Andreotti .
Il contesto della tattica andreottiana era quello di un centralità democristiana che sapesse cuocere il consenso sia coi socialisti,ma anche coi missini.
In epoca recente Berlusconi e Tajani,il cuore di Forza Italia, avevano rispolverato la doppiezza dei forni per accreditare Forza Italia come partito capace di flirtare con Salvini e Meloni,ma anche con quella destra del Pd fuoriuscita,( Calenda,Renzi ) che vuole occupare il centro.
Mister B,ad esempio, che si è dichiarato anche ieri estimatore di Draghi,è andato poi verso la destra estrema per avere un minimo spazio di manovra liberale e per contare qualcosa nella spartizione del bottino elettorale,confermando che il suo opportunismo e’ sempre funzionale all’anticomunismo dei fantasmi.
L’ accordo fra Calenda,Letta,Di Maio sui collegi uninominali e proporzionali di un giorno fa,ha fatto fallire l’ipotesi centrista,per scimmiottare un Ulivo 2.0 privo di Prodi e Rifondazione.
Mini market
La Sinistra Fratoianni – Bonelli,dopo l’accordo Letta – Calenda e’ tentata dal terzo polo con Cinque stelle e forse Unione popolare.
Che ci fa Fratoianni con la Gelmini? Niente,ma alcuni seggi potrebbero fare comodo nell’uninominale.
Come aveva notato intelligentemente Ezio Mauro il centro era diventato il nuovo paradiso terrestre: una cultura dell’indifferenziato a sinistra e a destra che potesse cogliere la volatilità dell’elettorato, oppure dare una chance all’astensionismo endemico.
Insomma il centro,nel sogno di Calenda e centrismo,andrà sicuramente incontro ai delusi della destra,diventata estrema. Si corre per le poltrone (seggi),nelle elezioni è l’ unica cosa che conta.
Così con Di Maio recalcitrante, Calenda,Brunetta,Gelmini , Il famoso centro di gravità permanente che sappia superare uno sbarramento elettorale del tre per cento, cioè un proporzionale tarato su misura per avere un posticino al sole, è pronto.
I cinque stelle, però, rischiano di essere il capro espiatorio della cacciata di Draghi,ma annientarli dal centro è un errore grossolano per una sinistra che punta,come dice,ai temi sociali.
Gli espertissimi dicono che ora che il populismo sta ritornando, il vero centro & sinistra è il nuovo che avanza,nel segno dell’Agenda Draghi,che però gli italiani non conoscono.
Una volta che destra e sinistra ridiventano conservatori e progressisti (la Meloni gioca a fare la conservatrice in Europa),si apre la caccia ad un moderatismo sinistrato insipido di lotte sociali,di ideali realizzabilii,di storie democratiche da rivendicare,ma sicuro di arginare la Destra orbanizzata.
Minima moralia
Il paradosso è che Conte,primo ministro con Salvini agli interni, forse potrà fare il leader di un terzo polo con Fratoianni,Bonelli,De Magistris,Acerbi.
L’opportunismo di certe posizioni centriste è stomachevole: vogliono andare a governare con manciate di voti senza badare troppo a prendersi cura dei giganteschi conflitti sociali.( Vedi Renzi).
Il paradosso è che il PD sta in una coalizione che non accontenta nessuno: da Calenda a Fratoianni comunque vada.
All’insegna del pragmatismo, il centrismo è quello delle promesse mancate,la sinistra quello delle lotte mai fatte negli ultimi tempi.
La Destra non ha problemi se non di supremazia fra liberali di destra e amici di Orban.
L’importante a questo punto è votare contro l’Estrema destra.