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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

12.5 Nè con lo Stato nè con Cosa nostra,educazione sentimentale da prima repubblica…..

Nè con lo stato nè con le Br non è stata la sola zona grigia dell’Italia della prima Repubblica.

Per le celebrazioni del 9 maggio, nella ricorrenza dell’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, riprendendo la vicenda degli “anni di piombo” recentemente tornata alle cronache con gli arresti di Parigi, ha ricordato come lo slogan nè con lo stato nè con le Br sia stato una pericolosa zona grigia che di fatto ha consentito l’indulgente protezione del fenomeno della lotta armata da parte di intellettuali, accademici ,giornalisti, opinione pubblica “sinistra”.

Mattarella, ha precisato che non c’è stato un rapporto diretto fra le lotte di massa per le riforme della fine anni sessanta e inizio settanta con il terrorismo o la lotta armata, come sostiene la pubblica opinione di destra.

E’ stata una precisazione degna di nota.

E poi grazie a Dio, la zona nera dello stragismo, dell’eversione e della mafia contro le istituzioni democratiche, non è stata dimenticata dal Quirinale.

Ma,” mi si consenta affermare”che il rapporto fra pezzi dello stato e la mafia è stato, dal dopoguerra in poi, la zona grigia più infida e delittuosa della nostra storia ( zona nera di fatto)

Il presidente non ha bisogno di palesare analisi dietrologiche.

Considerato che suo fratello Piersanti Mattarella venne trucidato nel 1980 quando ricopriva la carica di Presidente della Regione Sicilia con l’appoggio del Pci.

Piersanti Mattarella aveva osato denunciare le varie infiltrazioni mafiose nelle istituzioni siciliane: soprattutto era entrato fortemente in contrasto con Vito Ciancimino e l’ala andreottiana della Dc, cui faceva riferimento Cosa Nostra.

Così ogni volta che si vuole fare chiarezza sugli “anni di piombo” si cita quel connubio fra mafia e stragi nere che ha visto la presenza in Italia di vere e proprie formazioni paramilitari sparse sul territorio, come controparte dello stato repubblicano, come fosse una realtà storica risolta.

Diciamolo così, è verità quasi universale: è stato più facile fare chiarezza sulla lotta armata, che fare chiarezza sulle stragi del “nessun colpevole” fasciste, protette pure dalla mafia.

Perchè il vero problema era l’anticomunismo, il collante della reazione in Italia, erede del fascismo.

C’era la mafia, e c’è ancora, in forma diversa.

Ma non siamo di fronte ad una regia occulta perenne contro le istituzioni, ma davanti ad una propensione fisiologica nel considerare lo stato di diritto democratico una diligenza da saccheggiare costi quel che costi, nel segno del populismo mafioso e nel solco di una giustizia da Padrino.

Sulle collusioni fra partito americano ( Sindona,in primis), mafia e poi stragismo nero, non solo sono state scritte migliaia di pagine, ma purtroppo si sono scritti centinaia se non migliaia di epitaffi funebri a partire da Portella della Ginestra fino ad arrivare a Peppino Impastato, Mauro Rostagno, ad esempio, che forse non erano estranei all’equidistanza della zona grigia di stato e Br.

Quando si raccomanda ai professori di scuola di fare chiarezza sugli anni di piombo non bisognerebbe dimenticare il grido di dolore che viene portato nelle scuole da associazioni e fondazioni che hanno combattuto e continuano a combattere la mafia con coraggio ed eroismo, soprattutto al Sud.

I cattivi maestri non erano solo quelli della lotta armata, ma anche quelli che la lotta armata la combattevano con una pacca sulle spalle di incoraggiamento dalle zone NERE di una certa borghesia imprenditoriale, palazzinara e appaltatrice di opere pubbliche: sodale con servizi segreti criminali.

In fondo quegli anni erano anni di grande equilibrismo dossografico: nè con lo stato nè con le Br, ma anche nè con lo stato nè con Cosa Nostra:

La Dc si barcamenava fra Ciancimino e Donat – Cattin, il Pci fra Nato e legame con l’Urss, il Psi fra Bettino Craxi e Sandro Pertini…

La zona grigia del” nè – nè” era il modo di stare a galla di una democrazia mai compiuta, che pagava oneri e onori della guerra fredda.

Il giudice Rosario Angelo Livatino, ucciso a 38 anni dalla mafia nel 1990,sempre il 9 maggio scorso, è stato dichiarato beato con cerimonia solenne ad Agrigento…

Oggi le mafie e le zone nere sono ancora al loro posto.

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10.5 Si invoca la libertà, come surrogato di un individualismo meschino ed egoista…

Libertà, libertà..libertà….

Lo senti gridare con vigore dalla destra in parlamento, dai no mask e dai no vax in piazza, soprattutto da tutti quelli che credono che il rigorismo sui divieti in tempo di Covid sia una dittatura di governi corrotti in combutta con multinazionali ebraiche.

Dopo 14 mesi di limitazioni delle libertà personali non ne possiamo più, tutti, non è questione ideologica.

Ma farne una ragione di principio da libertà risorgimentale è un espediente politico da bassifondi.

La libertà di farsi gli affari propri, il “liberi “tutti dei guru antiproibizionisti, non è quella degli eredi dell’ illuminismo ,ma è una rappresentazione del manifesto di un qualunquismo gretto e menefreghista, che inneggia alla volontà di potenza del proprio ego.

Fu Silvio,Mister B, a fondare un partito delle libertà che espresse i suoi ideali in Ruby,la nipote di Mubarak.

La suggestione della libertà dei potenti veniva da un’idea fallimentare di uno stato veramente democratico, dove l’idea di una stravaganza liberaloide sopperiva alla mancanza di una libertà sostanziale, secondo i parametri dell’homo homini lupus.

Lo statalismo di conio comunista,troppo indulgente per arginare i nuovi desideri delle masse televisive, era retaggio del socialismo reale ante Muro.

Mentre l’iniziativa privata del conflitto d’interessi, era l’esempio illuminante di una libertà da Marchese del Grillo.( io so io e voi non siete un….. corno…..)

I liberal destroidi nostrani hanno in ogni modo sempre apprezzato con il cuore in mano la repressione del mondo libertario e antagonista,fin dai tempi di piazza Fontana.

Gli incidenti sul lavoro, la morte continua dei giovani e meno giovani che vogliono lavorare per vivere e non vivere per andare al macello, è certamente libertà… di libera concorrenza.

I liberisti reaganiani che ostentavano il ” meno stato + mercato”, meno tasse per i ricchi, libertà di sfruttare i più diseredati, si sono convertiti in Italia alla libertà d’impresa sotto l’ombrello del Recovery.
Amare l’umanità in generale, ma detestare lo sfigato è l’anticomunismo alla Briatore, l’individualismo borghese trova la sua ideologia in Costa Smeralda.

Ma i veri disperati del dopo Covid non inneggiano necessariamente ad una libertà generica, alla moda, di comodo.

E a nessuna ideologia.

Rivendicano lavoro, possibilità di emancipazione per se stessi con il buon senso che capisce la differenza fra uno stato ottuso e burocratico ( a cui hanno dato il loro appoggio i liberisti di oggi quando faceva loro comodo) e uno stato di diritto per tutti.

Libertà, fraternità, uguaglianza…..nobili e universali ideali sono calpestati da ubriachi di complottismo e di paranoiche visioni omofobe e xenofobe.

Grettezza morale da far rabbrividire, se questo è il corso del mondo.

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7.5 Il sogno nazista – fascista di un bagno di sangue: promemoria per sovranisti reazionari ( E book gratuito dal 7 all’11)….

Brano tratto da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta di Pierluigi Raccagni

“Una guerra che non sia spietata esiste solo in cervelli esangui”. Così parlò Hitler ai suoi generali nell’agosto del 1939.

La notte del 31 agosto tutto era pronto.

La direttiva inviata dal Führer alle forze armate era chiara più della sua balbettante messinscena vittimista:

“visto che non possiamo trovare nessun mezzo pacifico per porre termine alla situazione intollerabile sulla frontiera orientale…l’attacco alla Polonia dovrà essere eseguito secondo le disposizioni previste nel Piano Bianco”

Data dell’attacco:

1° settembre 1939

ora d’attacco: 04:45

Situazione intollerabile per la Germania? Che sarà mai?

Anche qui poca fantasia, ma molta attitudine verso il crimine. I nazisti, non si inventavano proprio niente.

Bastava organizzarsi, per una carneficina coi fiocchi.

Da sei giorni Alfred Naujocks, intellettuale delle SS, figlio di un droghiere di Kiel, si trovava in quel di Gleiwitz, sulla frontiera polacca, in attesa di effettuare un attacco simulato polacco contro la stazione radio tedesca di quella cittadina.

Ci dovevano essere tanti finti attacchi polacchi alla povera Germania, che a sua volta, sarebbe stata nel diritto di contrattaccare: la principale delle mistificazioni doveva avvenire appunto a Gleiwitz.

Uomini delle SS, con uniformi polacche, cominciarono a sparare contro la stazione radio tedesca.

Erano stati portati dei detenuti, drogati, che erano internati nei campi di concentramento con uniformi tedesche.

Dopo una breve sparatoria gli uomini di Naujocks entrarono nell’edificio e lo occuparono il tempo necessario per trasmettere un comunicato in lingua polacca in cui in pratica si legittimava lo stato di guerra fra Polonia e Germania.

Sull’episodio c’era la lunga mano di un criminale tra i più amati da Hitler: Reinhard Heydrich, capo del servizio segreto tedesco, che il 10 agosto aveva incontrato Naujocks per concordare l’azione.

Vediamo come lo racconta Laurent Binet ne “Il cervello di Himmler si chiama Heydrich”, Torino 2011: “Sono passati quattordici giorni da quando lo Sturmbannführer delle SS Alfred Naujocks è arrivato in incognito nella città di Gleiwitz, alla frontiera fra Germania e Polonia, nella Slesia tedesca: ha minuziosamente preparato il suo misfatto e ora attende. Heydrich lo ha chiamato ieri a mezzogiorno, per chiedergli di definire un ultimo particolare con” Gestapo” Muller, che si è spostato di persona e alloggia nella vicina città di Oppeln.

Muller deve conferirgli il cosiddetto “barattolo di conserva”.

“Sono le quattro del mattino quando suona il telefono nella sua camera d’albergo. Afferra il ricevitore, gli chiedono di richiamare la Wilhelmstrasse.

All’altro capo del filo la voce acuta di Heydrich gli dice “la nonna è morta”. È il segnale che l’operazione Tannenberg può iniziare”.

A Varsavia si nutriva la speranza di un intervento francese.

Le speranze andarono deluse ben presto, non solo i francesi non attaccarono, ma a Est i sovietici entrarono in territorio polacco.

E che l’intervento francese e inglese era considerato una grazia divina ce lo spiega W. Szpilman: ne “Il pianista, op. cit. pag. 30

“Apprendemmo così che non avremmo più dovuto affrontare da soli il nostro nemico: avevamo un alleato potente e la guerra sarebbe stata sicuramente vinta, sia pur fra alti e bassi, sicché la nostra situazione nell’immediato non sarebbe migliorata. È’ difficile descrivere ciò che provammo nel sentire quel comunicato alla radio.

Mia madre aveva le lacrime agli occhi, mio padre singhiozzava senza vergogna e mio fratello Henryk ne approfittò per sferrarmi un pugno e per dirmi in tono irato: “ecco, te l’avevo detto, no?”.

La campagna militare fu senza storia: 14 divisioni corazzate tedesche fecero la differenza con la cavalleria polacca!

E poi la presunzione dei polacchi fece il resto.

Invece di organizzare linee difensive, il comando polacco aveva preparato contrattacchi che non ebbero nessun esito.

Le forze d’invasione meccanizzate naziste non faticarono molto a trovare direttrici di avanzata.

1939. IL SOGNO DI UN BAGNO DI SANGUE

Tutto si svolse come in un sogno.

Prima lo spavento per il richiamo dei riservisti, la soppressione dei treni viaggiatori, le restrizioni alimentari e l’introduzione delle tessere con la nazione allarmata che si vedeva rigettata nelle tragiche giornate del 1917.

Quindi il cielo sopra la Polonia che all’improvviso si oscurò.

Sulle teste dei polacchi cominciarono a cadere tonnellate di bombe.

In poche ore tutto il territorio fu messo a ferro e fuoco e Varsavia in quanto capitale, fu oggetto immediatamente di un attacco di inaudita ferocia da parte della Wermacht e degli Stukas.

Le autoblindo tedesche operavano a tenaglia, seguite dalla fanteria, effettuavano abili manovre, schiacciavano, massacravano proprio come sognava Hitler, proprio come desiderava Goebbels, proprio come Himmler e Göring si erano ripromessi di fare nelle loro suppliche al loro dio della guerra e della morte.

Non inizia solo la seconda guerra mondiale, è l’inizio di quello che doveva essere la fine della civiltà greco-cristiana: la trasmutazione dei valori nicciana era diventata filosofia della prassi, filosofia dello sterminio.

Il 3 settembre l’Inghilterra dichiarava guerra alla Germania, sei ore dopo gli inglesi, subito molto decisi, fu la volta della Francia, non altrettanto determinata.

Il metodo di Hitler fu quello del Blitzkrieg, cioè della guerra lampo. Più che della guerra lampo qui si fecero le prove generali dello sterminio in Russia e nell’Est europeo. Ma questa volta non si trattava di un bluff come quello del 26 agosto, quando Hitler aveva annullato l’ordine di attacco alla Polonia delle ore 04:30 del 27 agosto.

“Per la prima volta, questa notte, truppe regolari polacche hanno aperto il fuoco contro il territorio del Reich. A partire dalle 05:45 noi abbiamo risposto al fuoco, d’ora in poi alle bombe replicheremo con le bombe”, latrano i nazisti “vittime” della violenza polacca.

La condanna a morte della Polonia era stata decretata da Hitler il 23 maggio 1939.

Durante una riunione coi suoi generali il Führer aveva detto: “(…) Signori, non aspettatevi una ripetizione dell’affare Cecoslovacco. Questa volta avrete la guerra. Ho giudicato i loro capi a Monaco, Daladier, Chamberlain dei vermiciattoli.”

Immediatamente in tutto il mondo si ebbe la sensazione che non era scoppiata solo una guerra, ma un vero e proprio massacro di civili e innocenti.

Nell’invadere la Polonia Hitler era intenzionata a iniziare la sua politica di terrore e morte in Europa, per batterlo non ci volevano solo eserciti preparati, ma soprattutto occorrevano uomini realmente democratici e antifascisti, buoni sì, onesti pure, ma disposti a usare la violenza e la forza.

Anche se i polacchi avevano dichiarato di non temere l’esercito tedesco, questi, seppur ancora non al meglio, fece a pezzi i polacchi in poche settimane.

L’esercito tedesco, comandato da Walter Von Brauchitsch, contava cinque armate ripartite in due gruppi:

  1. gruppo delle armate del Nord, comandato da Fedor Von Bock;
  2. gruppo delle armate del Sud comandato da Gerd Von Rundstedt.

Il primo gruppo comprendeva l’armata di Günther Von Kluge, forte di 20 divisioni e l’armata di Georg Von Küchler, composta da dieci divisioni.

Il secondo gruppo comprendeva le armate dei generali Johannes Blaskowitz, Walter Von Reichenau, Wilhelm List, distribuite a semicerchio da Francoforte sull’Oder alla Slovacchia.

Al gruppo delle armate del Nord era stata aggregata un ‘armata aerea al comando del gen. Albert Kesselring, al gruppo di armate Sud una equivalente forza aerea al comando del gen. Alexander Löhr.

La Germania era così schierata: 1.200.000 uomini ripartiti in 70 divisioni, delle quali solo 46 in linea, le altre in riserva d’armata e in riserva generale.

Di queste settanta divisioni dieci erano blindate, quattro motorizzate, tre di montagna.

Lo stesso Hitler aveva ordinato che tre divisioni di SS denominate “testa di morto” seguissero l’avanzata della fanteria per instaurare quelle che venivano chiamate misure di ordine e di pulizia. Su una vettura ferroviaria si poteva leggere: “Andiamo a bastonare gli ebrei”

continua.

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5 Maggio- Ei fu:la classe dirigente ex anni settanta si è adattata al mercato come idea di valore…

Se i compagni che” sbagliarono” sono solo reduci para criminali over 60 in genere, quelli che la scelta la fecero giusta dove stanno?

Si sa che i predestinati figli della buona borghesia sono diventati classe dirigente passati dalla bohemien intellettuale da frigorifero vuoto da Anni Settanta, alla democratica compiacenza di averla svangata con successo tangibile del proprio 730.

La rivoluzione perduta per loro non c’è mai stata.

I professionisti dell’informazione e del marketing,passati dal tribunale della storia della classe operaia alla vanità autoassolutoria del servizio pubblico targato Rai – Mediaset, in pieno conflitto d’interessi, hanno fatto dell’apocalisse della rivoluzione uno dei palinsesti spendibili degli ultimi 40 anni.

Senza rischiare nulla.

Una presuntuosa e arrogante superficialità che costò lacrime e sangue al genere umano e’ passata in giudicato per chi non si era macchiato del reato di omicidio.

Ormai, però, i dirigenti della vittoria e i digerenti della sconfitta sono in pensione.

Tutti anziani, la verità se la terranno stretta, inutile pretendere assunzioni di responsabilità, meglio farsi passare per comparse tutti quanti perchè parafrasando Giuseppe Stalin,migliaia di morti sono una statistica, un morto è una tragedia.

Un cinico impenitente potrebbe liquidare il fenomeno della militanza degli anni settanta come una sorta di spirito di avventura un po’ infantile, per certi Napoleone in potenza d’allora.

La Vita Nova di quegli anni di scontri e guerriglie era un’ottima evasione alla routine e frustrazione per figli di una borghesia che odiando se stessi erano corsi al parricidio di classe.

Ma questi funesti pensieri possono risultare un’analisi semplicistica per un processo complesso come quello insurrezionale di quel periodo: c’era idealismo sincero, maoismo antirevisionista ,guevarismo ribellista , maggio francese, primavera di Praga,la striscia di Gaza, i tunnel dei vietcong, il Portogallo, il Cile…: all’altro consumo della rivoluzione nessuno poteva lamentarsi…

Solo che tanti ci hanno creduto,tanti ne hanno patito le conseguenze.

Insomma chi militò nel mondo di mezzo della piccola borghesia e del proletariato alla fine del grande ciclo di lotte,non scese dalla giostra con grandi prospettive.

La controrivoluzione lasciò ampi spazi ai termidoriani che sputarono sul cadavere dell’utopia, che indicarono negli esaltati giacobini della lotta armata l’impossibilità a proseguire la lotta di classe.

I professionisti del “c’eravamo tanto armati per un decennio e forse più” forse non hanno nessun diritto di spietata ritorsione esistenziale fra chi è migrato fra i bistrot di Parigi, invece di andare a parare in strategie liberiste all’italiana.

L’ideologia non è morta per quelli che hanno abbracciato il mercato: così si vince in ogni tempo conosciuto dalla Storia sono loro.

Nessun moralismo dunque.
L’unico interrogativo che rimane è atroce:
E se avessimo vinto?

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3.5 I M Recovery: Rifondazione capitalistica al supermarket delle riforme mai fatte….

Il piano del Recovery inviato dal governo Draghi il 30 aprile alla commissione europea ora è al vaglio dei ragionieri dell’Europa Unita.

La versione finale del documento che si chiama “Piano nazionale di ripresa e resilienza” è una vera ristrutturazione capitalistica del Paese e lo scrivo senza nostalgia per i piani quinquennali di matrice sovietica.

In pratica riguarda il “Tutto” di una nazione che siede nel G8 e che in questo secolo non ha saputo fare altro che arretrare in ogni campo della società civile e delle istituzioni.

Già a luglio la commissione potrebbe autorizzare l’Italia alla spesa della prima tranche dei fondi del Recovery, cioè 25 miliardi di euro, poi arriveranno soldi per le riforme cominciando dai 36 miliardi per le infrastrutture compresa l’alta velocità Salerno- Reggio Calabria.

Poi, come già visto sopra, nel documentone di 337 pagine c’è una lista della spesa che comprende riforme in ogni settore: ci siamo accorti che siamo maglia nera in tutto, che non cresciamo da almeno 20 anni, che non bastano i capitali di stato se non si attraggono nella ripresa i capitali privati.

Tutti i partiti di governo hanno approvato quindi quel piano di ricostruzione nazionale di 248 miliardi e passa che dovrebbe essere un nuovo Rinascimento, un nuovo Risorgimento e pure una nuova Resilienza.

La Resistenza che si è celebrata il 25 aprile ricorda troppo i partigiani e la sinistra comunista che non c’è più.

Ora o mai più dicono tutte le istituzioni; così come dalla politica ai sindacati, dalla Confindustria alle gente comune, si capisce che se toppassimo l’ennesima rinascita saremmo non solo degli incoscienti, ma dei falliti.

L’antinomia salute ed economia che ha portato e porta inevitabilmente alla guerra fra chi vuole riaprire tutto e subito perchè è sul lastrico e chi, più economicamente al sicuro, vorrebbe comunque più prudenza,( generalizzazione consapevole) ha trovato il suo crocevia nella data del 26 aprile con il piano di riaperture parziali.

Rimane la battaglia sul coprifuoco alle 22 o alle 23, anche se per lo scudetto dell’Inter, poteva essere di qualsiasi squadra, è andato tutto in vacca nel giro di un’ora

Quando all’Olimpico l’11 giugno la partita inaugurale degli Europei di calcio potrà essere seguita da almeno 15.000 spettatori a distanza, secondo protocolli e norme di sicurezza, molti sperano nel segnale di liberazione dal Covid. ( è sempre il calcio a dettare l’agenda….)

Anche i teatri, gli spettacoli all’aperto, le varie manifestazioni culturali,i cinema hanno visto la riapertura in varie modalità oltre a ristoranti, palestre, piscine etc.

E poi ci sono tutti quelli che massacrati da lockdown stanno giustamente e finalmente preparando la tappa di metà maggio, quando in teoria dovremmo passare alla fase di una zona gialla generalizzata.

Ma per la politica che canta e conta l’importante è dare il via ad una speranza condivisa, che per chi scrive e credo anche per chi legge, spera non sia la solita illusione/delusione.

Succede però che il virus stia girando ancora in gran parte d’Europa, con varianti esotiche che non lasciano tranquilli anche se le somministrazioni di vaccini vanno finalmente bene.

Situazione di stallo, dunque, con divisioni cromatiche fra regioni, con 120.000 morti e con il corollario di tragedie quotidiane non solo economiche, ma anche psicologiche ,con depressioni, angosce, tentativi di rivolta di esercenti, ristoratori etc.

L’Italia, che non può far finta che ci siano sostegni – risarcimenti per tutti visto l’alto debito, si arrangia come sempre a stare a galla, sperando che passi la tempesta con l’immunità del 60% dei cittadini entro luglio e appunto con la botta di vita dei primi soldi del Recovery.

Mario Draghi in parlamento ha pregato i partiti di non abbuffarsi di promesse elettorali, di appalti, di corruzioni già messe in cantiere, di altre amenità alla Durigon, il leghista amico della Guardia di Finanza.

Alto il debito pubblico, farraginosa la burocrazia, pletore di mafiosi speculano da tempo sulla mancanza di liquidità: evasori fiscali protetti dal sistema mafioso parallelo dell’usura stanno aspettando il via libera definitivo.

Il sistema non può essere cambiato dal governo Draghi, come non poteva essere cambiato dal governo Conte per decretazione: il Recovery si presenta come keynesiano, un new Deal necessario all’Italia e all’Europa.

La tradizione è dura a morire e il pessimismo c’entra poco.

Alla festa del primo maggio dai sindacati è stato ribadito che bisogna ripartire dal lavoro per le donne,per i giovani…e il Sud…no comment …la retorica qui è quasi una farsa perché Il copione è logoro.

Questo è un dato di fatto.

Speriamo che il capitalismo dal volto umano ci dia una mano….

Per gli invisibili notte fonda, ma questo sta nelle leggi del capitale.

Gli unici a constatarlo sono gli antagonisti, i centri sociali, gli anarchici, gli oratori, le Ong, il movimento delle donne, il movimento in generale, le persone intellettualmente oneste, che non vogliono passare per il filtro dell’umanesimo capitalista senza un briciolo di giustizia sociale.

Sarà un caso.

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30.4 – Gli arresti di Parigi: “Terroristi come partigiani” dixit Cossiga…. promemoria che non cancella dolore e rimpianto..

L’operazione Ombre rosse Draghi – Macron con la cattura a Parigi di 7 ormai anziani “terroristi” dei cosiddetti Anni di piombo, fuggiti in Francia con la dottrina Mitterand, ha riaperto una ferita mai rimarginata della storia d’Italia.

Proprio su quegli anni in un ‘intervista del 2003, Francesco Cossiga, quello che si scriveva con la K, si dichiarò favorevole a concedere un’amnistia a chi negli anni settanta e ottanta si era messo fuorilegge con la lotta armata, facendo, parole sue, una scelta partigiana nel segno della guerra civile.

Evidentemente Cossiga conosceva molto bene come una parte dello stato democratico nato dalla Resistenza avesse scelto nell’ambito della guerra fredda lo stragismo nero, la P2 di Gelli,la collusione con la mafia, l’omicidio di militanti di sinistra ( non terroristi) come prassi strategica per fermare le conquiste della classe operaia e in generale il vento di sinistra che in Italia faceva balenare un cambiamento radicale .

D’altronde se proprio Cossiga era stato uno degli ideatori di Gladio, organizzazione nata sotto l’egida della Nato durante la guerra fredda per fermare il comunismo, lo stesso, nella famosa intervista, ammette che chi fece la scelta della lotta in pratica continuava la lotta nel segno della Resistenza.

L’album di famiglia di Rossana Rossanda, la storia stessa del Pci,le simpatie non troppo velate da parte di forti settori di proletariato per chi si batteva in quegli anni contro lo stragismo di stato non sono posizioni estremiste o fiancheggiatrici.

Sono considerazioni di carattere storico accreditate da milioni di documenti, da testimonianze dei protagonisti, da trasmissioni cult come ” La notte della Repubblica” di Zavoli, dalle prese di posizione di Pertini, di Bocca,dei vescovi, del mondo cattolico in generale.

La lotta armata non fu un male necessario, nè una deviazione sulla via di una improbabile rivoluzione: lo strazio, il dolore, per quegli anni è universale, vi sono libri di storia su quegli anni che sono pagine di democrazia e di umanesimo, come quello di Giorgio Galli, Piombo Rosso, che invito a leggere.

La comunità che per evitare la galera, rifugiatasi in Francia, ha continuato a vivere nella bolla degli anni settanta come fosse un periodo nel quale la scelta era fra arrendersi, pentirsi, costituirsi è giudicabile dai vincitori, come in ogni insurrezione fallita.

Il tributo di sangue alla Storia è stato pesante, le vittime della lotta armata fra le forze dell’ordine e dello stato sono state tante, così pure fra i militanti di una galassia di giovani che hanno creduto nella scelta senza ritorno o che hanno militato nella sinistra estrema negli anni settanta.

Cossiga, Rossanda, universi democratici, radicali ricordarono in sede di dibattito storico che nell’Irlanda del Nord e nei paesi Baschi, vi fu un’ amnistia dopo anni di guerra civile strisciante e lutti.

In Italia vi è stata la legge sui pentiti e il criminale depistaggio per quanto riguarda le stragi fasciste e di mafia ( Falcone, Borsellino, il generale Dalla Chiesa, Ambrosoli etc non li hanno uccisi le BR.)

Chi parla di ultimo atto degli anni di piombo non sa cosa dice : i segreti che si sono portati nella tomba Giulio Andreotti, Francesco Cossiga,i vari generali dei servizi deviati, non sono un depistaggio della verità.

E le stragi impunite nere?

Benedetta Tobagi, ha fatto notare che Carlo Maria Maggi, stragista di Ordine Nuovo condannato in Cassazione per la strage di Brescia è morto ai domiciliari…

E Gelli libero di discettare sulle sorti della repubblica fino alla morte naturale…?.

E si potrebbe andare avanti per pagine.

Giorgio Pietrostefani ex Lotta continua condannato per l’omicidio Calabresi ha 78 anni ed è malato, non è un grande vecchio della Rivoluzione, è solo vecchio.

Come gli altri arrestati, che sono 9, visto che due ancora a piede libero si sono consegnati alla giustizia francese.

Guai ai vinti, sì, ma non vendetta.

Tra i vincitori ci sono canaglie che non pagheranno mai perchè sono ” strutturali” alla malata democrazia italiana.

Grande cordoglio per tutte le vittime dell’ennesima e irrisolta tragedia italiana.

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28.4 “Chi non ha nulla da dire sul capitalismo deve tacere anche sul fascismo” Max Horkheimer

Max Horkeimer, filosofo ebreo tedesco morto nel 1973, che insieme ad Adorno e Marcuse costituì la Scuola di Francoforte ( accademia più marxista che leninista), andò giù pesante contro chi non si era accorto che dagli Anni Trenta il fascismo era la forma più reazionaria del capitalismo da monopolio, dominato dal capitale finanziario.

La critica della scuola di Francoforte al capitalismo paradossalmente coincise nel primo dopoguerra con la posizione sovietica staliniana nella guerra fredda: chi era per il capitalismo non era sincero antifascista, anzi giustificava le nostalgie della borghesia per il massacro contro i rossi.

Non andò proprio così.

La borghesia liberale europea scelse la strada della democrazia a sovranità limitata dall’imperialismo americano ,anticomunisti e antifascisti allo stesso modo, ( in Italia meno in Grecia, i colonnelli etc)

Lo scrivo per una semplice constatazione.

In questi giorni di discussione sul Recovery, dall’ estrema destra contro Draghi si leva la solita litania del complotto giudaico massonico in salsa salviniana – meloniana che rovescia completamente la storia del rapporto fra capitalismo e fascismo.

L’anticapitalismo, infatti, non sempre è stato democratico, il fascismo e il nazismo si sono rappresentati nella menzogna di un anticapitalismo di facciata.

L’incenso della funzione anticapitalista è sempre quello: la sinistra è con il capitalismo del coprifuoco, scemenza inaudita, perchè non si accorge che il Volkish, il popolo del nazional socialismo in un solo paese, vuole ritornare alla vita dopo che la borghesia rossa gli ha negato pure il pane che dà ai migranti.

Certamente è una visione non solo falsa della realtà, ma decisamente reazionaria come tutto il fascismo psico ideologico del leghismo e del melonismo.

Ma dall’altra parte non si può, secondo me, accettare le regole del capitale come se queste non includessero in certi presupposti la convivenza con il fascismo, almeno in Italia, paese fondatore del fascismo corporativo.

Per alcuni storici il nazismo fu il miglior interprete del capitalismo e il fascismo italiano il suo meschino servitore.

La vicenda dei migranti che muoiono in mare con l’Europa compatta nel girarsi dall’altra parte e che considera la salute dei propri cittadini come la salvezza dell’intera umanità, ad esempio, coincide con una cultura che trova la vergogna del proprio egoismo funzionale al migliore dei mondi possibili nel capitalismo.

In questo non prendo nemmeno in considerazione il Salvini di governo insieme alla sinistra moderata.

E’ un entrismo solo strumentale al consenso che storicamente non ha nulla da dire al capitalismo, perchè considera l’antifascismo la massima espressione di una idea rivoluzionaria che va combattuta in ogni sua manifestazione ( dal proibire Bella Ciao, a Imagine di Lennon nelle canzoni dei bambini a scuola).

Pretendere, però, che Draghi abbia un senso gramsciano dello stato oppure che Conte sia stato il Leon Blum di un Fronte popolare, dall’altra parte, è da mediocri semplificatori della realtà.

E’ l’altra faccia della medaglia di chi non percepisce che le forme di razzismo e di fobia contro le minoranze sono la concretezza del fascismo odierno che si nasconde dietro il capitalismo.

Bolsonaro nè è l’esempio più eclatante, Salvini e Meloni sono i garzoni di bottega del nazionalismo italiota che ha l’orticaria non verso il capitalismo, ma verso chi non vuole un capitalismo votato all’esclusione e all’emarginazione di interi settori di popolazione. cominciando dai non inclusi per ” razza”.

Sono terrificanti incubi da fantasie biologico razziali coltivate nel sottobosco dell’amor di patria.

Così come il next generation Ue non ha nulla a che fare con il My generation degli Who.

Insomma non esiste antifascismo,se non si lotta contro lo sfruttamento capitalistico.

Se no , è retorica.

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26.4 Chi giace sul fondo del Mediterraneo è come se dormisse sul fondo del Sand Creek: urliamo la ns. rabbia…..

I 130 morti dell’ultimo naufragio nel Mediterraneo sono la conferma di quanto l’Europa delle banche, dei sovranisti, dei fascisti sia compatta al di là delle differenze sul Recovery.

Questi bambini, donne e uomini non portano niente al Pil, se muoiono sono un grattacapo in meno.

Sono questioni di difficile soluzione, dicono gli esperti, che fanno della ragioni del cuore una testimonianza di buonismo, senza rendersi conto della loro miseria morale e intellettuale, della loro nullaggine, e della loro malafede.

Sono morti di ipotermia i 130 naufraghi che hanno dato il loro contributo alla ricerca di una felicità perduta: gli accordi con la Libia, i taxi del mare, gli accordi di Dublino, il fascismo senza se e senza ma dei leghisti e dei giallisti, che berciano sul coprifuoco, sono solo contumelie contro i diritti della persona, i diritti del mare, i diritti di essere salvati anche se vieni dall’Africa o da Marte.

Mentre scrivo leggo che tutt’ora vi sono dispersi su gommoni introvabili, che le uniche organizzazioni che si battono per salvare povera gente uccisa sempre due volte nel corpo e nello spirito sono le famigerate Ong.

Ha scritto bene Maso Notarianni su Domani che quello che accade nelle acque della cultura della civiltà è un crimine dell’Europa, un darwinismo sociale che l’egoismo dei bianchi ha sempre fatto scontare a quelli che sul pianeta terra sono nati per essere schiavi.

Su questa corta pagina non c’è posto per sofisticate analisi politiche, che a me non servono.

O si è dalla parte della vita e della pienezza del vivere, o si è dalla parte della morte, della razionalizzazione del patire, della psicanalisi della paura.

Le scienze umane dell’illuminismo europeo sono spazzatura di fronte al grido di dolore di persone lasciate morire in mare, sole, al freddo calcolo delle ragioni di stato.

I bambini che dormono sul fondo del Mediterraneo sono lì a dare a me e tutti voi una ragione per vivere.

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25.4″La Resistenza fu guerra patriottica, guerra civile e guerra di classe.. ” promemoria per fascio – leghisti – di lotta e di governo

La pacificazione non c’è mai stata, tanto meno può esserci oggi ,che vede il rinascere e il consolidarsi di forze nazionaliste, reazionarie e fasciste che non perdono occasione vilipendere la Resistenza e i partigiani che hanno dato loro la libertà.

Su questo è anche inutile soffermarsi, il 25 aprile è festa nazionale divisiva

L’antifascismo è un valore assoluto.

Questo brano è tratto da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta, La vittoria della democrazia, vol II di Pierluigi Raccagni

1943 LA GUERRA CIVILE

Dopo l’8 settembre e dopo il costituirsi della Repubblica di Salò, la catastrofe italiana si trasformò in guerra civile. Non è in queste pagine però che si può parlare del fenomeno resistenziale italiano nei suoi molteplici aspetti.

La dizione di “guerra civile”, e non resistenza con le sue varie distinzioni, è ormai entrata nel linguaggio storico.

Prima “la guerra civile” era un’espressione che veniva usata da ex – fascisti, neofascisti e reazionari per indicare in termini provocatori una situazione di fatto.

Grazie all’opera di Claudio Pavone, “Una Guerra civile , saggio storico sulla moralità nella resistenza”, sintesi veramente grandiosa di decenni di ricerche storiografiche, la resistenza in Italia si è liberata anche da interpretazioni negazioniste, ( a parte qualche furbesca interpretazione italiana contro la resistenza molto in voga in questi ultimi anni), da parte dei vinti e retoriche da parte dei vincitori.

Pavone, nel suo libro, divide il periodo che va dal 1943 al 1945 in tre capitoli centrali che prendono il titolo di guerra patriottica, guerra civile, e guerra di classe.

Le chiavi di lettura della tragedia italiana sono le chiavi di lettura di avvenimenti diversi, di stati d’animo, di scelte esistenziali, politiche, culturali che hanno attraversato l’anima o la pancia del popolo italiano in quel periodo.

Indubbiamente la resistenza proiettava gli italiani nel “nuovo”: la ricerca di nuovi valori era la sostanza dell’azione antifascista.

Ed era la parte giusta.

Chi si opponeva ai “ribelli”, anche con coraggio e credo politico era comunque ancorato alla tradizione fascista, a quei valori di patria che si identificavano con il Duce, con la sua demagogia, con il suo trionfalismo di facciata e di parata.

Ma rimasero servi dei nazisti, e lo rimarranno nella storia collettiva.

Onore, patria, rispetto, fedeltà alla parola data da una parte, odio verso il nemico tedesco, odio verso i collaborazionisti e i padroni: la Resistenza in Italia e in Europa diventerà guerra civile europea.

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