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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

Primo maggio: proletari in Occidente   schiavi in libertà, all’Est liberi in catene…

Il primo maggio è la festa del lavoro,meglio dell’emancipazione del proletariato, pure a Kiev e a Mosca.

Essere liberi e uguali credo sia la massima aspirazione di una socialdemocrazia diventata utopia, o meglio di una liberal democrazia non disumana nello sfruttamento.

E proprio contro lo sfruttamento che si riempiono le piazze di tutto il mondo dentro e fuori dalla Nato, dall’Europa,dal G 20,dalla dissertazione sulla guerra che oscura la quotidianità delle morti sul lavoro,del lavoro minorile,dello sfruttamento della donna… di quelli che una volta erano chiamati proletari.

In Europa e più in generale nell’Occidente, la libertà percepita, detto milioni di volte, non sempre coincide con la giustizia sociale.

Anzi.

Proprio negli States l’essere liberi si accompagna a razzismo,bulimia da consumi,privatizzazione della sanità,milioni di poveri,disuguaglianze sempre più marcate.

Inutile,secondo me, andare a trovare Satana solo nel capitalismo yankee,che ha vinto in tutto il mondo,compreso Cina e Russia,occidentalizzate non solo nel modo di vestire Armani delle classi dirigenti,ma nella divisione di classe fra ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati.

Ma da noi,mi pare,sei libero di dissentire anche se sei schiavo di consumi imposti dal libero mercato.

Anche in Russia,oggi, puoi essere libero.

Con addosso le catene degli oligarchi, però.

Mi risulta che proprio in Russia la lotta di classe non è più considerata il motore della storia.

La retorica del denazificate l’Ucraina non riguarda il lavoro, anche se sulla Piazza Rossa ci saranno stinte bandiere rosse.

In Ucraina il primo Maggio sarà giorno di lutto,visto quello che succede.

Nell’est Europa lo sfruttamento a bassi salari non è in discussione.

La corsa all’avere,  riguarda miliardari che si sono garantiti la pensione, prima comprando le macerie del socialismo reale,poi svendendole all’autocrazia del capitale occidentale.

Da sempre abituati a subire il dispotismo come condizione naturale dell’esistenza, proletariato e ceto medio russo,ad esempio, trovano nel nazionalismo un coagulante nella repressione dei diritti anche sul lavoro.

Troveranno la forza di liberarsi dai bassi salari degli oligarchi?

Se qui da noi il pauperismo relativo consiste nella privazione dei consumi e quello assoluto nella negazione dei bisogni primari,in Russia sei senz’altro più libero di morire di fame senza sentirti un fallito, perché non hai la ricarica del telefonino.

Essere vessati per le proprie idee consumando pure tre pasti  al giorno può essere il grande merito del capitalismo dal volto umano occidentale, che nelle sue contraddizioni ha anche avuto il merito di fare dei diritti civili un punto di non ritorno anche in schiavitù consumistica.

Ma la metafisica dell’Occidente non corrisponde in Italia ad un legale rispetto di chi vive di lavoro subordinato.

In Russia la guerra che mette i coscritti nella condizione di inviare a mamma e papà frigoriferi e lavastoviglie ci dice forse che la decadenza dell’Occidente non è poi così definitiva.

Migliorare il proprio tenore di vita anche accedendo alle possibilità del supermarket è  considerata democrazia reale anche nel post sovietismo.

Putin non è diverso da tanti dittatori,nega la democrazia come forma di decadenza,se te ne stai in catene puoi essere libero di calpestare i diritti di chi vuol vivere in libertà lasciando il primo Maggio alla retorica.

Gli oligarchi vivono nello sfarzo,facendo la guerra sorseggiando champagne,non solo vodka.

Immagini di repertorio

29.4 Storia – Stalin commerciava con Hitler e non credeva all’Operazione Barbarossa..

Brano tratto da ” 1941 Operazione Barbarossa e Pearl Harbor: guerra totale”,e book, Pierluigi Raccagni

LE COLPE DI STALIN

Certamente Stalin aveva sbagliato qualcosa se il suo alleato Hitler si apprestava al genocidio della popolazione sovietica.
Stalin fu travolto dal 22 giugno 1941 al punto da abbandonare il posto di comando per un certo periodo di tempo.
La valanga che travolse nei primi giorni di guerra le frontiere dell’URSS partiva da lontano, soprattutto dal fallimento del trattato dell’agosto 1939 con la Germania.
Come vedremo in seguito, il bilancio della guerra nei primi cinque giorni fu una catastrofe per i russi.
L’aeronautica sovietica fu eliminata dalle regioni occidentali, nei primi cinque giorni le forze tedesche avevano già preso Minsk, la capitale della Bielorussia, tutte le regioni annesse dall’URSS nel 1939 furono quindi occupate: Bielorussia, Ucraina Occidentale, Lituania, Estonia, Lettonia; i finlandesi si diressero verso Leningrado.
Stalin nella notte in cui le armate naziste invasero l’URSS dormì poco, non più di un’ora, spaventato dalla sorpresa totale dell’attacco.
Riassumiamo brevemente la posizione di Stalin sul rapporto fra l’URSS comunista e la Germania nazista.
Da un certo punto di vista l’alleanza criminale aveva una ragione d’es- sere, in fondo la Russia sovietica era rimasta fuori dalla guerra, le po- tenze capitaliste stavano soccombendo sotto il tallone dei nazisti, i territori della Polonia e degli stati baltici erano incorporati nell’impero sovietico.
C’era da stare allegri, il Patto di non aggressione dall’inizio della guerra nel settembre del 1939, era diventato un’amicizia bella e buona con reciproci scambi di informazioni e soprattutto con un sostanzioso scambio commerciale.
A proposito, tanto per descrivere la confusione che regnava nella testa di Stalin, secondo Paul Schmidt, capo dell’ufficio stampa del ministro degli Esteri di Von Ribbentrop, conosciuto con lo pseudonimo di Paul Carell, brillante scrittore di eventi militari negli Anni Sessanta del secolo scorso, fino all’ultima ora di pace gli accordi bilaterali avevano fun- zionato soprattutto per merito dei russi: “(…) dal 10 febbraio 1940 fino

alle ore 2 del 22 giugno 1941 Stalin aveva fornito a Hitler un milione e mezzo di tonnellate di grano. Con questo l’Unione Sovietica era diventata la principale fornitrice di cereali della Germania. Ma non solo carichi di segale, frumento avena. Erano passati anche un milione di tonnellate di petrolio grezzo, 2.700 chilogrammi di platino, manganese e cromo. Non basta. Tonnellate di cotone a non finire erano state fornite da Stalin durante i sedici mesi di amicizia, al Terzo Reich, come scriveva il trattato”.
Paul Carell, La campagna di Russia, Operazione Barbarossa – Terra bruciata, Vol. 2, Milano, 2000, pag. 23

L’URSS teneva rapporti migliori con la Germania nazista che con la Francia e l’Inghilterra, questa era la verità, poi qualcosa si incrinò.
La prima mossa o passo falso lo fece Stalin, con la guerra contro la Fin- landia.
La campagna finlandese costò sangue ai russi e modeste concessioni territoriali.
Oltre a ciò, l’aggressione contro la Finlandia lasciò rancori soprattutto in Francia e in Inghilterra, pronte a inviare corpi di spedizione in aiuto ai finlandesi. L’amicizia con la Germania provocò uno sconcerto internazionale delle forze antifasciste che si erano battute contro il fascismo. Da parte dei sovietici non solo non vi fu rimpianto per la scomparsa della Polonia, ma ogni riferimento al fascismo venne bandito come pro- vocatorio verso i tedeschi.
Per non colpire il Male Assoluto, per non disturbare chi in Polonia, ma anche in Grecia, stava iniziando a liquidare milioni di ebrei e di comunisti, liberali e socialisti, il Politburo preferì addossare tutte le colpe alla socialdemocrazia che simulava una guerra antifascista per accordarsi con la borghesia.
La speranza di Stalin che i popoli stanchi delle guerre imperialiste si volgessero a guardare il comunismo sovietico come una speranza di vita si risolsero in un nulla di fatto.
Stalin sapeva che la guerra sarebbe durata a lungo, il disagio dell’anti- fascismo mondiale non era diverso dal disagio all’interno dell’URSS.

In patria non vi erano sentimenti pro nazisti da parte dei russi, il non capire da parte delle masse era compensato da una fiducia taumaturgica nel capo “che sapeva quello che faceva”. Si potrebbe dire che “Stalin aveva sempre ragione”, come si diceva di Mussolini in Italia e di Hitler in Germania.
Tutti sapevano che la guerra di Hitler era in preparazione almeno da un anno, Stalin non voleva crederci, l’aveva rimossa, non certo in malafede, ma da buon comunista si era trasformato in un paranoico anti- imperialista, finendo col diventare un cattivo antifascista.

26,27 -Sinistra:rissa continua,polemiche e poco rispetto della Resistenza

Un 25 aprile che mai ti saresti aspettato.

Dopo due anni di pandemia ci voleva sì una celebrazione in piazza della guerra di Liberazione partigiana .

Corteo gioioso dicono i media,ma per chi bazzica il giorno della Liberazione da più di 60 anni,( mio padre partigiano mi portava al corteo da quando avevo 10 anni), per certi versi è sembrato nefasto,triste, perché l’antifascismo è stato praticato come fosse terreno di rissa,gazzarra,insulto,rancore.

L’unità antifascista, dall’ANPI ai centri sociali,dal pacifismo dei radicali,alle delegazioni ucraine,dai comunisti di Rizzo in viale Monza,alle bandiere ucraine,a quelle della Nato ai vari comitati sparsi in tutta Italia, è stata una gara a dividersi in uno spettacolo super identitario.

“Letta servo della Nato”,Brigata ebraica sionista, c’è libertà di parola, nulla di grave, il copione però è logoro e non è foriero di idee incoraggianti.

Una giornata così importante per la nostra democrazia dovrebbe essere ricordata nel solco dei partigiani,del loro sacrificio,della loro ribellione

Invece vince il” io sono più di sinistra di te” più imparato” di te,più comunista di Lenin,Stalin,Mao, più pacifista del Papa, più anarchico di Bakunin, più antiamericano di Putin ecccccetera.

Meno male che l’Anpi c’è.

La cosa più evidente è che se questa è la sinistra,la destra vincerà a mani basse:in fondo gli amici della Le Pen in Italia arrivano al 36 per cento.

Il pacifismo si addice poco alla Resistenza che fu lotta armata vs.l’oppressore,il parallelismo fra Ucraina e Italia è suggestivo e cordiale come un liquorino per la pressione:appunto un aiutino per non cadere per terra

L’inviare armi agli Ucraini è una bestemmia anche per Maurizio Landini,così alla fine siamo punto e a capo.

Nessuno è innocente,tutti colpevoli:questa volta ha ragione Michele Serra quando scrive che la estrema destra in questa guerra si è defilata,mentre la sinistra si sta autoaffondando.

Chi tenta di ragionare prende insulti comunque, perché il ragionare è visto come mediazione e non come ricchezza di rapporti umani.

Le foto in bianco e nero dei partigiani lasciano il posto allo sbandieramento delle rappresentanze: siamo ai giochi olimpici dell’antifascismo.

Poi è vero che in piazza a Milano c’erano 70 mila persone desiderose di esprimere il proprio no alla guerra vera.

Quella delle parole andrà avanti in eterno.

Meglio:fino a quando la recessione non toccherà le tasche degli Italiani siamo alla doxa della volgarità.

Se la guerra diventerà compagna di vita come la pandemia, questa volta trovare il vaccino sarà dura.

25 aprile -Bella ciao al partigiano, che cacciò il Duce da Milano..

Brano tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta vol.2 di Pierluigi Raccagni

MUSSOLINI ULTIMO ATTO

I fascisti e i nazisti comprendevano benissimo che le strade da prendere erano solo due: o l’annientamento, dopo una difesa disperata, oppure la resa senza condizioni.

Benito Mussolini, che ormai diffidava di tutti, aveva confidato alla moglie il desiderio d’incontrare il Cardinale Schuster di Milano, parlando con la sorella aveva accennato alla difesa del ridotto della Valtellina con la volontà di morire sul suolo italiano.

L’idea di chiudere la grande epopea fascista, andando in Svizzera, certamente non lo allettava.

Ma lasciava le porte aperte a qualsiasi soluzione.

Non aveva più niente da perdere.

Il 17 aprile alle ore 21 Mussolini arrivò a Milano con un piccolo seguito e un distaccamento tedesco, fissando la sua residenza alla Prefettura di corso Monforte.

Voleva giocarsela politicamente fino all’ultimo.

Pensava di rivolgere un solenne discorso di commiato il 21 aprile, facendo uscire nello stesso giorno il suo nuovo libro “ Per la resurrezione della Patria”, edito da Mondadori.

Non se ne fece niente.

Le notizie che provenivano da Bologna mettevano i circoli fascisti di Milano in uno stato d’angoscia opprimente.

Iniziava lo squagliamento delle forze Repubblicane.

Il 20 aprile si riuniva d’urgenza in Prefettura il Consiglio dei Ministri per decidere finalmente lo spostamento del governo e dei fedelissimi in Valtellina, come previsto da tempo.

I pareri erano fortemente discordi, come è normale nei casi dove all’interesse generale della patria si contrappone l’interesse personale di salvare la pelle.

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Mentre l’esempio nazista, che trasformava ogni città in fortezza, aveva portato alcuni estremisti come Barracu ad immaginare di fare della capitale lombarda, “l’Alcazar del fascismo”, trasformando il palazzo della prefettura e gli adiacenti edifici in bunker, altri, come Pavolini, insistevano sulla Valtellina che lui stesso aveva ispezionato pochi giorni prima.

Non c’era il clima che aleggiava nel bunker di Hitler, dove al personale veniva consegnata una compressa di cianuro e dove Hitler con signora si apprestavano al suicidio.

Mussolini fidava nelle trattative in corso, si appellava al desiderio della maggioranza del popolo italiano di giungere ad un compromesso che evitasse uno spargimento di sangue in tutta la città di Milano.

I ministri della Repubblica moribonda si davano da fare.

Angelo Tarchi, ministro dell’Economia, aveva preparato una bozza di accordo con il CLN nella quale era prevista addirittura la consegna dei criminali Pietro Koch e del maggiore Carità.

Il 22 aprile, sentite tutte le discordanti campane di quel consiglio dei ministri, preda del panico, il Duce dava disposizione al ministro dell’interno Paolo Zerbino, che aveva sostituito Buffarini – Guidi, considerato troppo vicino ai tedeschi, e al capo della polizia Renzo Montagna, di trattare un formale passaggio di poteri fra le autorità di Salò e il Comitato di Liberazione.

Nel contempo, tanto per dimostrare la sua volontà di trattare anche coi socialisti, dava incarico a Carlo Silvestri, (un giornalista socialista confinato ai tempi del delitto Matteotti, perché aveva scritto come il capo fosse complice del delitto), passato poi alla repubblica di Salò, di cedere la repubblica allo PSIUP, con la speranza che questi difendesse la socializzazione delle forze produttive, attuando il piano di riforme sociali previsto dal Congresso di Verona.

La soluzione era sconcertante.

Mussolini voleva dimostrare a tutti i costi che lui era ritornato Repubblicano e socialista: Riccardo Lombardi e Valiani respinsero sdegnati la proposta portata da Silvestri.

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Si arrivò così al famoso incontro dell’Arcivescovado fra Mussolini e gli esponenti della resistenza, unico serio tentativo di negoziato da parte della Repubblica sociale.

L’incontro era stato organizzato dall’industriale Gian Riccardo Cella, che aveva acquistato il Palazzo e i macchinari del Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini.

Il Duce lasciò il cortile della Prefettura in Monforte il giorno 25 aprile, il Cardinale gli aveva inviato una vecchia limousine che lo accompagnasse.

Con lui c’erano Zerbino, Barracu, il prefetto di Milano Bassi, Barra e Cella.

Si aggregò anche un tenente delle SS che fungeva da scorta personale.

Il generale Graziani venne invitato all’incontro un po’ più tardi.

Alle 3, 30 ebbe luogo una specie di riunione del Comitato di
Liberazione nazionale, nel quale il generale Cadorna, Marazza e
Lombardi furono designati a trattare coi fascisti.

I tedeschi intanto avevano promesso di arrendersi alle 17,00.

Mussolini, quando arrivò al palazzo arcivescovile, fu ricevuto da solo dal cardinale Schuster che, con grande gentilezza paragonò Mussolini a Napoleone, regalandogli anche un libro su S. Benedetto.

Come annoterà poco dopo il Cardinale nelle sue memorie, ad un certo punto Mussolini disse che il suo programma comprendeva

“…due parti e due tempi diversi. In un primo tempo, domani l’esercito e la milizia Repubblicana verrebbero disciolti: egli poi si sarebbe ritirato in Valtellina con una schiera di tremila camicie nere”.

Il Cardinale replicò:” E così…ella ha intenzione di continuare la guerra sulle montagne? Il Duce mi assicura: ”Ancora per un poco, ma poi mi arrenderò….” Il Cardinale notò che la cifra di 3.000 camicie
nere era più vicina a 300 e Mussolini rispose sorridendo:

“Forse saranno un po’ di più, ma non di molto. Non mi faccio illusioni”.

Cfr.W. Deakin, opera cit. pag.787

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Bisogna ricordare a questo punto che sugli ultimi giorni di vita di Mussolini quasi tutte le fonti sono memorialistiche e anche discordanti e contradditorie.

Ma su alcune circostanze storici e studiosi di parti avverse comunque concordano.

Uno dei punti unificanti è il senso di quello che successe in Arcivescovado.

Mussolini in Arcivescovado venne a trovarsi veramente solo in senso politico e umano.

Il cardinale Schuster e monsignor Bicchierai erano al centro di colloqui e segreti sondaggi che da mesi intercorrevano fra gli Alleati, i partigiani, i fascisti e i tedeschi.

Mussolini si illudeva di essere ancora una volta in grado di dettare delle condizioni.

Il colloquio preliminare del 25 aprile in Arcivescovado fra il Cardinale e Mussolini, però, rivelava già che, al di là delle apparenze, il Duce era un “uomo inebetito dall’immane sventura”, come scrisse poi Schuster.

Alle 18 finalmente arrivarono i membri del comitato.

L’accoglienza del Cardinale fu cordiale.

Furono introdotti immediatamente nel salotto.

Attorno al tavolo, accanto a Mussolini, come a fargli coraggio prese posto Schuster, Cadorna prese posto dirimpetto con Lombardi e Marazza.

Seguivano poi Barracu, Graziani e Bassi.

La conversazione all’inizio non andò malissimo per il Duce.

Quando Marazza disse che “aveva soltanto da chiedere una resa senza condizioni”, il Duce rispose che l’avevano ingannato perché gli avevano assicurato che le famiglie dei gerarchi si sarebbero potute radunare a Varese e le truppe concentrare in Valtellina.

Marazza rispose che queste erano le modalità dell’accordo dopo che fosse stata accettata la resa.

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Mussolini si dichiarò disposto a discutere, anche perché Cadorna precisò che gli Alleati avevano deciso di garantire a tutte le milizie Repubblicane coscritte e volontarie il trattamento dei prigionieri, secondo le regole internazionali, ad eccezione, ovvio, dei criminali di guerra.

Il colloquio, che si manteneva sulla lama del rasoio sembrava aver trovato un punto di congiunzione quando Graziani, con durezza intempestiva, interveniva dicendo in pratica al Duce che era poco decoroso accettare le condizioni dei ciellenisti senza aver consultato i tedeschi.

A questo punto vi fu il colpo di scena.

Marazza rispose a Graziani che da dieci giorni i tedeschi trattavano la resa con i partigiani.

Anzi, come in precedenza ricordato, i tedeschi erano sul punto di arrendersi proprio in quel momento.

Mussolini restò folgorato dalla notizia.

Si mise a insultare i tedeschi che lo avevano trattato come un servo, si alzò e lasciò l’Arcivescovado furibondo con tutti, impegnandosi a dare al comitato una risposta entro un’ora.

Nel frattempo alla sede arcivescovile era arrivato Sandro Pertini che incrociò la delegazione fascista che stava scendendo le scale.

Pertini era contrarissimo al fatto che il Duce si consegnasse agli Alleati, voleva istituire immediatamente un processo a Mussolini mediante un Tribunale del popolo incaricato di giudicarlo.

L’ex prefetto Tiengo, che era rimasto in un angolo della sala quando udì il senso giacobino delle parole di Pertini, avvisò la Prefettura dicendo di riferire ai gerarchi che ormai la situazione era nelle mani delle forze di sinistra,” dalle quali nulla di buono vi era da sperare”.

Mussolini, tornato in Prefettura con un viso “pallido come la morte”, inveiva contro tutti, Cella compreso, che lo aveva attirato in una simile trappola.

Poi. verso le 19,30, decise la partenza per Como.

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22.4 – Aprile 1945: La guerra giusta vs. i nazifascisti, fondamento di civiltà….

Brano tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta,vol 2 di Pierluigi Raccagni

1945 L’INSURREZIONE

L’offensiva alleata cominciata il 4 aprile travolse le forze tedesche nei pressi del Po.

La 10a Armata tedesca agli ordini del generale Heinrich von Vietingoff, comandante del settore italiano dal marzo del 1945, dopo il trasferimento di Kesserling in Germania, non potè resistere a lungo.

Il 12 aprile, infatti, i polacchi presero Castel Bolognese.

Il 17 fu la volta di Imola, il 21 aprile fu conquistata Bologna.

Il 22 aprile venne sfondata la Linea Gotica.

Ma il 10 aprile era stata la resistenza a mettersi in moto per l’insurrezione generale.

La Direttiva n.16 del PCI, redatta da Luigi Longo e pubblicate sulla “Nostra lotta” erano una sentenza definitiva sul nazi – fascismo in Italia che non lasciava spazio a nessuna apertura diplomatica.

Nel documento, dopo un incitamento “all’assalto finale”, venivano indicate norme precise di comportamento per i militanti comunisti arruolati nella resistenza:

“Predisporre vere e proprie azioni insurrezionali;

iniziare gli attacchi in forze ai presidi nazifascisti e spingere a fondo la liberazione di paesi, vallate e intere regioni;

sviluppare azioni più ampie nelle città per la liquidazione dei posti di blocco, di sedi fasciste e tedesche, di commissari di polizia;

avviare lo sciopero generale insurrezionale”.

Nella seconda parte del documento si specificava la condotta da tenere davanti ad ogni forma di attendismo.

Era questa una sezione decisiva, che mandava praticamente a monte i tentativi dei moderati e degli Alleati di una consegna soft dei pieni poteri nelle mani delle armate inglesi e americane:

“…per nessuna ragione il nostro partito e i compagni che lo rappresentano in qualsiasi organismo militare o di massa, devono

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accettare proposte, consigli, piani tendenti a limitare, a evitare, a impedire l’insurrezione nazionale di tutto il popolo.

Ma se, nonostante tutti i nostri sforzi, non riuscissimo, in simili casi, a dissuadere i nostri amici e alleati, noi dobbiamo anche fare da soli, cercando di trascinare al nostro seguito quante più forze possibili ed agendo sempre, però, in nome del CLN e sul piano politico dell’unione di tutte le forze popolari e nazionali per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti e mettendo bene in chiaro che con la nostra attività noi ci proponiamo affatto degli scopi e degli obiettivi di parte…..”.

Cfr. Gianni Oliva, I Vinti e i Liberati, Milano 1994, pag.544.

Di fronte all’iniziativa di Mussolini di trovare in extremis una soluzione politica anche attraverso la mediazione della Chiesa, tramite l’Arcivescovado di Milano, il 12 aprile il CLNAI ribadiva che non era possibile nessun compromesso e ordinava al Corpo Volontari della Libertà di “procedere alla cattura di Mussolini, Pavolini, Graziani, Zerbino, Vidussoni, Ricci e altri tredici gerarchi del direttorio fascista”.

Il partito comunista, che controllava almeno il 40 per cento delle forze armate partigiane, ebbe un’importanza determinante nel non trattare coi fascisti.

Ma bisogna dire che anche il partito d’azione e i socialisti erano pronti per l’insurrezione finale.

Così come all’insurrezione non si opposero democristiani e liberali.

In Emilia la resistenza tedesca durò per circa una settimana, prima che le armate alleate entrassero a Bologna il 21 aprile con gli italiani della Legnano e i polacchi.

Sempre il 21 Ferrara insorse, Modena, Reggio, Parma furono liberate dalle forze patriottiche.

Seimila tedeschi furono imprigionati nella valle del Taro.

In Liguria la 5a Armata americana, dopo aver liberato Carrara, stava viaggiando in direzione di Genova.In Piemonte l’insurrezione fu preceduta da uno sciopero generale: il 18 aprile, a Torino , gli operai uscirono dalle fabbriche assaltando le sedi fasciste, i combattimenti furono aspri a Cuneo.

1945 MUSSOLINI ULTIMO ATTO

I fascisti e i nazisti comprendevano benissimo che le strade da prendere erano solo due: o l’annientamento, dopo una difesa disperata

continua

20.4 – Anche il patto Molotov – Von Ribbentrop,divise il fronte antifascista..

Brano tratto da 1939 -1945 il racconto della guerra giusta,vol I di Pierluigi Raccagni

13.MA GIUSEPPE STALIN LA SAPEVA LUNGA
Come si fa a dire che Giuseppe Stalin stava dalla parte giusta quando stipulò un accordo con Hitler sulla pelle dello stato polacco? Eppure Stalin la sapeva lunga.
” Il programma di Hitler era rivolto: all’Unione Sovietica in quanto obiettivo di conquista (“ spazio vitale all’Est”), una volta assicuratasi la libertà alle spalle sul continente con l’eliminazione della potenza militare francese; alla Gran Bretagna in quanto junior patner di un Impero Germanico sul continente europeo( con uno spazio” integrativo” coloniale in Africa); e infine agli Usa in quanto avversari principali, in un lontano futuro, nella lotta per il “predominio mondiale”.
Andreas Hillgruber, Storia della 2a guerra mondiale,Bari,1984 pag. 7.
La guerra era alle porte. Lo spazio vitale, quello spazio vitale a Est che stava diventando l’alibi morale per la carneficina orchestrata da Hitler e dai nazisti, trovava nuovi obiettivi tattici.
E Stalin voleva cautelarsi dall’agenda nazista che aveva calendarizzato le seguenti tappe:
1.l ’imposizione alla Lituania di cedere la città di Memel, 22 marzo 1939;

  1. la denuncia del patto di non aggressione con la Polonia, 27 aprile;
  2. conclusione del patto d’Acciaio con Mussolini il 22 maggio;
    4 .L’annessione della Boemia e della Moravia diventati protettorati tedeschi.
    In quelle settimane di frenetiche trattative che preparavano la guerra, a stupire il mondo era stata la firma del 23 agosto a Mosca del patto di non aggressione fra la Germania nazista e l’Unione Sovietica di Stalin.
    Oltre al patto di non far guerra per dieci anni, un protocollo segreto stabiliva le rispettive zone di influenza nel caso di spartizione della Polonia.
    Ribbentrop, ministro degli Esteri del Terzo Reich, era partito in aereo per Mosca.
    Hitler capì immediatamente che si sarebbe raggiunto un accordo con Mosca.
    La spartizione con i sovietici della Polonia non presentava alcuna difficoltà riguardo alle regioni degli stati Baltici.
    Con la sua abilità politica Hitler portava a casa un risultato senza precedenti dividendo il fronte dell’antifascismo cioè l’alleanza fra Inghilterra, Francia e Russia.
    In una lettera a Mussolini del 25 agosto il Piccolo Caporale preannunciava le imminenti ostilità verso la Polonia data, la situazione favorevole determinata dal patto nazi – sovietico.
    Ecco alcuni articoli, in sintesi, del patto di non aggressione tedesco – sovietico.

Art.1 Le due Parti contraenti si impegnano ad astenersi reciprocamente da qualsiasi atto di violenza, da qualsiasi azione aggressiva …tanto isolatamente quanto in collegamento con altre Potenze……..

Art.3 Governi delle due Parti contraenti resteranno in avvenire costantemente in contatto consultivo, per informarsi reciprocamente sulle questioni che toccano i loro comuni interessi…..

Art.5Nel caso che sorgano divergenze o conflitti fra le Parti contraenti di qualsiasi natura, i due contraenti appianeranno questa divergenza o questo conflitto esclusivamente a mezzo di scambi amichevoli di vedute, o, in caso di necessità, a mezzo di commissioni arbitrali. continua

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18 19.4-Polemiche sull’ ANPI che si schiera per la pace: vana chiacchiera da perdigiorno….

Il 25 aprile sarà veramente una giornata di lotta e non un anniversario?

Chi non ha nulla da fare,infatti, potrà trovare nel giorno della liberazione circostanze cronachistiche sulla quali polemizzare con l’ANPI.

Ma soprattutto lanciare feroci accuse di filoputinismo e antiatlantismo contro Gianfranco Pagliarulo,rieletto segretario,che ha ribadito il netto no all’invio di armi a Zelensky, nel solco del no alla guerra di Papa Bergoglio.

Troppo filorusso perché non gradisce l’esposizione delle bandiere della Nato, come simbolo di pace nel prossimo corteo del 25 aprile,poco incline a riconoscere nella resistenza Ucraina tracce significative della nostra Resistenza (storicamente non sono la stessa cosa,secondo me,per altri è diverso, ma dividersi sul che fare a breve per cercare di fermare la guerra è accademia)

La guerriglia parolaia all’Anpi è l’ennesima conferma di una sinistra istituzionale e non,che non ha più una bussola a cui affidare il suo cammino: sempre più divisa,sempre più concentrata sulla appartenenza al proprio cerchio magico,per nulla disposta a rimettersi in discussione.

È vero che l’Anpi non ha il monopolio del ricordo della Resistenza,ma questo solitamente viene detto ad ogni 25 aprile da una destra liberal moderata che vede nell’associazionismo istituzionale antifascista la presenza costante dei vecchi comunisti.

Sono polemiche sterili,copioni già visti di un dibattito che si pone problemi identitari in un paese che stenta a dimenticare le cose buone che ha fatto il Duce,anche per demerito di Lega e Fratelli d’Italia che,insomma,hanno più simpatie per Putin che per i fratelli Cervi.

Quelli del ” mi vergogno dell’ANPI filorusso” Gramellini,d’Arcais etc, e che sono accaniti sostenitori dell’invio delle armi, dovrebbero ricordare che sono le migliaia di sezioni che portano avanti tutto l’anno i valori fondanti della Resistenza sulla quale è stata costruita la costituzione repubblicana che ripudia la guerra.

Poi all’ANPI si può dire di tutto,meno che con questa “operazione speciale” abbia tradito lo spirito dei nostri padri, resistenti in atto al nazifascismo.

Mio padre era partigiano,la mia famiglia antifascista da sempre,sono iscritto all’ ANPI anche in loro nome,durante lo stragismo nero degli anni settanta il legame con l’Anpi anche da parte della sinistra extraparlamentare,era innegabile.

Non mi va di far scadere l’antifascismo sincero a rissa da bar.

15 .4 Meglio cercare la speranza fra le macerie,che le anime morte fra i bla ,bla, bla….

Un sondaggio,naturalmente confezionato dalla Cia per un boccalone come me,ci dice che il 5 per cento degli italiani è per Putin,solo il 57 sta apertamente con l’Ucraina,mentre per il 38  Putin è un criminale,pur se Biden non scherza.

È già buono,perché in sintesi per la maggioranza  lo Zar  è poco affidabile, certamente non un criminale.

L’equidistanza fra i poli est – ovest, non ci sono ideologie contrapposte come ai tempi della guerra fredda.ma materie prime,miniere e gas valutati in borsa,(anche se alla lunga assisteremo a un vero e radicale mutamento del mondo dal 1989),sembra apparire la più ragionevole nel paese dell’inazione, che è abituato a volere guerre perfette del “però” anche “oggi si muore di fame e di guerra in altre parti del mondo e nessuno ne parla”.

Le guerre perfette,infatti, sono quelle che oscurano i problemi della quotidianità,ubi maior minor cessat tiene compagnia all’autocoscienza dell’essere normali.

Il  generico sfogo contro un governo che aumentando le spese di guerra, potrebbe aumentare ancora accise su gas,energia,e pure sigarette non è catalogabile come deriva populista.

  Il chi pagherà la guerra per avere la pace fa parte dei ricorsi storici: una patrimoniale che incida sul reddito dei più  abbienti è un grido di dolore  che Draghi non vuol sentire.

Perché se a pagare gli aiuti alla resistenza Ucraina sono i disvalori di una cattiva gestione,anche la Resistenza può diventare un lusso per chi ogni giorno resiste alle indigenza.

La recessione che inevitabilmente arriverà nei paesi più poveri di noi,in Africa e Medioriente,privi del grano ucraino, potrebbe diventare un altro segnale:il tempo della relativa pace  è davvero finito.

In tutto questo chi ancora si aggira  con determinazione fra le macerie per aiutare chi sta soffrendo, cerca sul campo una fonte di luce fra le nebbie della guerra : soldati  russi di leva, ucraini rimasti nelle sacche dell’ Armata di Putin, sono accomunati dalla speranza di essere salvati, forse anche da chi porta una divisa diversa, o mette in pratica la Convenzione di Ginevra.

Per chi stupra e ammazza nel segno di una causa santa come quella di appartenere al sacro suolo della Madre Russia uccidere con il pugnale o coi droni e’ la stessa cosa: la guerra è bella anche  se fa male.

I morti fra i vivi,metafora  per chi tramuta la passione triste del voi” dove eravate , e del né – né”  ricorda le anime morte che veicolano oltre lo  spazio e il tempo le proprie incertezze.

Morti fra i vivi ce ne sono tanti, per una maledetta presunzione di voler comprendere tutta la tragedia di questa guerra come se la vita fosse un catalogo dell’Ikea.

Dopodomani è Pasqua,il  figlio di dio che muore in ogni guerra,risorge per chi ha fede.

Per chi non ce l’ha non rimane che cercare chi vive di dentro,e non solo di fuori.

L’importante forse non è dire la propria, ma fare il proprio.

Pax et bonum,Buona Pasqua.

Gratuito fino al 17 aprile

13.4 In TV lo show business sulla guerra è inevitabile: invera la società dello spettacolo

Non c’è modo di sentire o vedere, tranne in rare occasioni ,qualcosa di istruttivo sulla guerra in corso.

Non perché tutta l’informazione sia necessariamente di parte,puoi sempre cambiare canale.

Siamo tutti onnivori di notizie e immagini,alcuni,poi, più sono antiamericani più usano Facebook.

Cercare senso educativo,maieutico,in modo da comprendere non in funzione solo dell’intelletto,ma anche dell’anima,sempre che averne una non sia una colpa,non è da popolino insipiente:fa parte dello stare nel mondo dell’immagine.

A me,ad esempio,sembra che tutti quanti gli analisti e i giornalisti accreditati al talk show abbiano ragione.

Ma anche torto,nel senso che molte volte prevale la sofistica e la retorica sul ragionamento dialettico.

Lucio Caracciolo,ad esempio, è uno dei pochi esperti che usa argomentazioni non pregiudiziali ,partigiane ,sicure di tutte le verità disponibili su telefonino.

Anche Marco Tarquinio direttore di Avvenire, dichiaratamente contro la guerra. è sempre pacato: non usa la retorica sofistica alla Scanzi – Travaglio,si risparmia la dietrologia dei Cinque Stelle e della Lega etc.

E anche il prof.Orsini,comunque, che si autopone con professionalità narcisistica,non sembra un ciarlatano, anche se le sue opinioni non sono le mie.

Senza dare pagelle a nessuno è inevitabile che la perorazione di Santoro pro Putin alla 7, però, abbia fatto epoca per via del negazionismo del Michelino staliniano, che ha considerato le stragi di Milosevic in Kossovo come un effetto collaterale…della politica della Nato nei Balcani.

Sono solo degli esempi, rimasti nella testa, perché appartengono ad una minoranza pensante che anche quando non si trova d’accordo rimane nella vicendevole tolleranza con chi dissente da loro.

( Santoro nel suo comizio ha usato la professionalità che gli compete).

In genere,comunque, il talk show qualcosa lascia nel senso comune, che fa della audience una nazione.

Siccome in “verità verità vi dico” lo ha potuto dire solo il Cristo, soprattutto per altri dispensatori generici di opinioni raccattati nelle varie lobby propagandistiche giornalistiche,c’è solo la consolazione che fare dell’ermeneutica guerresca anche in modo cruento, e’ un lavoro di routine che oltre al gettone di presenza,non può andare.

Ci sono opinionisti improvvisati e riciclati alla bisogna, ad esempio ,che non distinguono guerra di liberazione da guerra imperialista, come se le anime belle non avessero vissuto in Europa, tutto sommato in pace per 80 anni, grazie alla vittoria della seconda guerra mondiale scaturita dall’alleanza fra Unione Sovietica,Gran Bretagna,Stati Uniti e Cina e la guerra partigiana in tutti i paesi occupati dai nazi fascisti a Occidente e a Oriente dall’impero del Sol Levante.

Poi ci sono i fautori della resistenza Ucraina senza se e senza ma: ad esempio io sono con loro istintivamente senza tante elucubrazioni.

Ma quando si comincia a parlare di aumento della spesa militare da parte dell’Occidente targato Nato, non mi trovo d’accordo nello scavare di nuovo un solco fra Est e Ovest a scapito della spesa sociale, auspicando invece una pressione subitanea per il cessate il fuoco o una tregua armata.

È l’istinto che mi fa volare cantava Bennato in “sono solo canzonette”.

Poi ci sono quelli della guerra che eviti la terza guerra mondiale,non si sa come.

Oppure sì, consigliando all’aggredito di arrendersi…..

Per cui in sintesi è normale avere più opinioni anche contraddittorie , perché una guerra di questo genere tutti i viventi( televisivi) non l’hanno mai vissuta, se non appartengono agli over degli over.

Molti anziani di oggi negli anni quaranta erano bambini.

I bombardamenti alleati contro l’Italia dal 1940 al 1943 e contro la repubblica sociale italiana nazi fascista nel 1944, mentre infuriava la guerra civile, sono immagini sbiadite forse, ma che fanno ancora orrore a molti italiani che le hanno raccontate a figli e nipoti.

Trovare coerenza nella guerra è impresa impossibile ,cercare verità autoreferenziali è da guardoni delle tragedie altrui.

Si tende comunque a fare spettacolo,inevitabilmente.

Tutto è vero alle 20,tutto falso alle 23, dipende dall’opinione, perché l’analisi dei fatti deve sempre avere il beneficio del dubbio.

Quando inizia il dibattito fra giornalisti ed esperti che solitamente richiama la vulgata del siamo tutti con l’Ucraina, però la brigata Azov e il filo atlantismo sono una minaccia anche per noi perché portano alla terza guerra mondiale,siamo al cominciamento della Fenomenologia della guerra.

Intanto dietro l’Ucraina c’è Biden e gli Stati Uniti che bombardarono con il fosforo in Iraq,nel Kossovo etc.

Quando viene data la parola a opinionisti russi e ucraini siamo al sangue che scorre, all’odio razziale,alle minacce: l’audience sale.

Piccola baruffa in studio fra partecipanti sulle storie passate con riferimenti personali a cambi di bandiera nel mezzo di una discussione nella quale, visto che le voci si sovrappongono, il più educato è quello che non può parlare per collegamento out.

Poi c’è il collegamento con l’inviato sul campo che trasmette, preferibilmente, anche con uno sfondo di case sfondate, bruciate, con il corollario di qualche corpo esanime al suolo.

Poi si ritorna in diretta studio con gli occhi lucidi.

Ma c’è la pubblicità dei pannolini con infante che sorride al mondo, che è una speranza di vita per tutti.

Le posizioni radicali degli intervenuti,divise fra Guelfi e Ghibellini della guerra altrui,irrigidite nella propria sicumera, fanno dire che, siccome non si capisce niente , l’ unica cosa che conta è che non vi siano missili in casa nostra.

Speriamo poi che la crisi energetica ci consenta comunque di pensare finalmente anche alle vacanze.

È tutto umano,troppo,umano.

Ma sul da farsi è difficile pensare a qualcosa che sia di questa terra.

E infatti il possibile viaggio del Papa in Ucraina è per ora l’unica possibilità di fare fronte al massacro .

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