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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

3.9 Il settembre nero della storia (poca memoria in genere)

Da ” 1939 attacco nazifascista all’Europa” ebook gratuito dal 3 al 7 settembre di Pierluigi Raccagni

Fin dalla primavera del 1939 il piano tedesco di invasione della Polonia era stato elaborato con un obiettivo strategico ben definito che andava al di là del corridoio di Danzica: secondo l’imbianchino criminale bisognava distruggere la Polonia come popolo, per cui il massacro dell’élite culturale era il minimo che si potesse fare per togliere alla Polonia qualsiasi speranza nel futuro.
“Ogni guerra costa sangue e l’odore del sangue risveglia negli uomini tutti gli istinti che albergano in noi fin dai primordi: brutalità, follia omicida, e tanti altri. Tutto il resto è futile chiacchiera.
Una guerra che non sia spietata esiste solo in cervelli esangui”. Così parlò Hitler ai suoi generali nell’agosto del 1939.
La notte del 31 agosto tutto era pronto.
La direttiva inviata dal Führer alle forze armate era chiara più della sua balbettante messinscena vittimista:
“visto che non possiamo trovare nessun mezzo pacifico per porre termine alla situazione intollerabile sulla frontiera orientale…l’attacco alla Polonia dovrà essere eseguito secondo le disposizioni previste nel Piano Bianco”

Data dell’attacco:
1° settembre 1939
ora d’attacco: 04:45

Situazione intollerabile per la Germania? Che sarà mai?
Anche qui poca fantasia, ma molta attitudine verso il crimine. I nazisti, non si inventavano proprio niente.
Bastava organizzarsi, per una carneficina coi fiocchi.
Da sei giorni Alfred Naujocks, intellettuale delle SS, figlio di un droghiere di Kiel, si trovava in quel di Gleiwitz, sulla frontiera polacca, in attesa di effettuare un attacco simulato polacco contro la stazione radio tedesca di quella cittadina.


Ci dovevano essere tanti finti attacchi polacchi alla povera Germania, che a sua volta, sarebbe stata nel diritto di contrattaccare: la principale delle mistificazioni doveva avvenire appunto a Gleiwitz.
Uomini delle SS, con uniformi polacche, cominciarono a sparare contro la stazione radio tedesca.
Erano stati portati dei detenuti, drogati, che erano internati nei campi di concentramento con uniformi tedesche.
Dopo una breve sparatoria gli uomini di Naujocks entrarono nell’edificio e lo occuparono il tempo necessario per trasmettere un comunicato in lingua polacca in cui in pratica si legittimava lo stato di guerra fra Polonia e Germania.
Sull’episodio c’era la lunga mano di un criminale tra i più amati da Hit- ler: Reinhard Heydrich, capo del servizio segreto tedesco, che il 10 agosto aveva incontrato Naujocks per concordare l’azione.
Vediamo come lo racconta Laurent Binet ne “Il cervello di Himmler si chiama Heydrich”, Torino 2011: “Sono passati quattordici giorni da quando lo Sturmbannführer delle SS Alfred Naujocks è arrivato in in- cognito nella città di Gleiwitz, alla frontiera fra Germania e Polonia, nella Slesia tedesca: ha minuziosamente preparato il suo misfatto e ora attende. Heydrich lo ha chiamato ieri a mezzogiorno, per chiedergli di definire un ultimo particolare con” Gestapo” Muller, che si è spostato di persona e alloggia nella vicina città di Oppeln.
Muller deve conferirgli il cosiddetto “barattolo di conserva”.
“Sono le quattro del mattino quando suona il telefono nella sua camera d’albergo. Afferra il ricevitore, gli chiedono di richiamare la Wilhelm- strasse.
All’altro capo del filo la voce acuta di Heydrich gli dice “la nonna è morta”. È il segnale che l’operazione Tannenberg può iniziare”.
A Varsavia si nutriva la speranza di un intervento francese.
Le speranze andarono deluse ben presto, non solo i francesi non attac- carono, ma a Est i sovietici entrarono in territorio polacco.
E che l’intervento francese e inglese era considerato una grazia divina ce lo spiega W. Szpilman: ne “Il pianista, op. cit. pag. 30

“Apprendemmo così che non avremmo più dovuto affrontare da soli il nostro nemico: avevamo un alleato potente e la guerra sarebbe stata sicuramente vinta, sia pur fra alti e bassi, sicché la nostra situazione nell’immediato non sarebbe migliorata. È’ difficile descrivere ciò che provammo nel sentire quel comunicato alla radio.
Mia madre aveva le lacrime agli occhi, mio padre singhiozzava senza vergogna e mio fratello Henryk ne approfittò per sferrarmi un pugno e per dirmi in tono irato: “ecco, te l’avevo detto, no?”.

La campagna militare fu senza storia: 14 divisioni corazzate tedesche fecero la differenza con la cavalleria polacca!
E poi la presunzione dei polacchi fece il resto.
Invece di organizzare linee difensive, il comando polacco aveva preparato contrattacchi che non ebbero nessun esito.
Le forze d’invasione meccanizzate naziste non faticarono molto a tro- vare direttrici di avanzata.

bollettino tedesco n. 1
Dietro ordine del Führer, capo supremo dell’esercito, le forze armate hanno assunto la difesa attiva del Reich.
Nell’adempimento del loro compito di arrestare la violenza polacca, stamane le truppe sono passate al contrattacco lungo tutti i confini te- desco-polacchi.
Contemporaneamente squadre dell’aviazione sono partite per colpire obiettivi militari in Polonia. La marina da guerra è incaricata della protezione del Mar Baltico.

bollettino polacco n. 1
Il 1° settembre 1939, nelle ore 05:00 del mattino, con un attacco inatteso di aviazione e di truppe, i tedeschi sono penetrati nel nostro territorio senza dichiarazione di guerra.
Cfr. ed. it. a cura di Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, segreti, docu- menti, fotografie, Periodico settimanale, n. 1, Milano 196

1.9 Lo tsunami di destra,trova un forte alleato nelle posizioni che brindano per la morte di Gorbaciov

Poche parole sul brindisi di Rizzo e nazicomunisti rossobruni per la morte di un gigante della storia del movimento operaio quale Gorbaciov.

Che venga considerato un traditore dalla nostalgia stalinista del PCUS e’ un conto.

Che solo il 15 per cento dei russi lo rimpianga è un altro fatto.

Che venga visto come un indegno becchino dell’Urss a servizio degli Usa, dalla comoda posizione di ciarlatani in cerca di visibilità,dice invece tutto il fallimento del tardo stalinismo dei rossobruni alla Rizzo.

Che però,pur insignificanti,vengono continuamente citati da Libero e da numerosi network di destra estrema.

Portano confusione,disinformazione,complottismo ovunque,con il preciso intento di destabilizzare la democrazia almeno via social.

Liquidare Gorbaciov e o suoi errori con un brindisi di gioia per la sua morte fa dell’iconografia comunista un imbecillita’ assoluta.

Nessuna polemica politica può infangare il rispetto per un marxista ( così si definiva Gorbaciov),che ha tentato di coniugare la vera utopia: libertà e socialismo.

Perché,per la storia, fu Eltsin a liquidare l’Urss con il sodalizio dell’internazionale anticomunista.

Gorby disse a Shevarnadze:” non si può vivere così,bisogna avere coraggio e affrontare il futuro.”

Intendeva,in sintesi,che si dovevano toccare i privilegi dei militari,del Kgb,dei grandi apparati dello stato già corrotti da anni di stagnazione Brezneviana.

E che sfruttavano la forza lavoro del proletariato sovietico per mantenere il loro apparato repressivo e poliziesco.

Nemo profheta in Patria si addice a Gorbaciov,che nel tentativo di riformare un comunismo allo sbando, liquidò l’esperienza della Repubblica dei soviet.

Stupì il mondo perché non usò la forza per mantenere il Muro,milioni di persone lo accolsero come liberatore in mezzo alle macerie del socialismo reale.

La schifezza ideologica che determina l’antigorbaciovismo odierno, dunque, sta nel non rispetto per la vita di un militante comunista che è stato un dirigente dell’Unione Sovietica,storicamente la patria dei lavoratori,ora nelle mani di oligarchi sanguinari e mafiosi e dittatori miliardari.

. L’accusa di tradimento a Gorby produce tristezza,rassegnazione sulla disumanità di chi si nutre di sangue e disgrazie altrui per riaffermare le proprie convinzioni al fine di interessi da parrocchietta di un comunismo vomitevole per ignoranza e grettezza umana.

E poi chi può giudicare Gorbaciov,in nome di quale socialismo si applicano abiure ?

Ciao Gorby,ultima tragica illusione di un socialismo del cuore, della ragione e soprattutto della pace.

Ciaooooooo

29.8 Nella Repubblica fondata sul lavoro i lavoratori sono sempre più poveri..

Dopo l ‘Istat, che ha accertato che il reddito di cittadinanza ha salvato un milione di persone dalla povertà assoluta,ora tocca all’Eurostat sottolineare che i lavoratori italiani sono sempre più poveri.

Così mentre la destra con la flat tax al 23 o 15 per cento riporta la ricetta dell’edonismo reaganiano in circolazione,con la teoria che se abbassi le tasse ai ricchi questi investono in posti di lavoro generalizzando la ricchezza ( balle come dice la storia), la sinistra rimane al salario minimo,alla difesa del reddito di cittadinanza,passando per parassitaria e assistenzialista.

La storia è da tempo che si è rovesciata: i milionari,i miliardari,i le grandi banche,i capitalisti in genere sembrano vivere in un mondo a parte dove la forza lavoro conta poco,crea ricchezza solo se non si lamenta,diventa virtuosa solo se chiede spiccioli per pluslavoro e plusvalore:soldi per consumare quanto basta.

Un lavoro onesto in un mondo anche corrotto,questo il principio che dovrà animare il futuro dei giovani nel quale la meritocrazia diventa lotta per la sopravvivenza del proprio status.

Se invece si chiedono diritti,riduzione di orario, rispetto dei contratti è solo l’ultimo lembo di comunismo che si contrappone al progresso degli uomini liberi,forti,liberali alla Briatore,alla iconografia del primato della ricchezza che non conosce debolezze sulla strada dei profitti.

La costituzione italiana vilipesa nel primo articolo che si fonda sul lavoro avrebbe bisogno di una rivoluzione: la repubblica italiana è fondata sul capitale senza patrimoniale su profitti miliardari.

Vedi extraprofitti Eni?

26.8….”solo una sinistra libertaria può battersi per un mondo migliore” ( E.Morin)

Ha 101 anni e non li dimostra.

Parliamo di Edgar Morin, l’ultimo grande intellettuale democratico,libertario,antifascista,anti capitalista del secolo scorso che ha voluto scrivere un libro manifesto dal titolo “Svegliamoci”.

Edgar Morin,nato nel 1921,sociologo francese,accademico prestigioso di Francia e famoso nel mondo per i suoi saggi, in un’intervista sulla Lettura del Corriere ha ribadito cose semplicissime e insieme belle e (pre) potenti.

Solo una sinistra libertaria socialista può battersi contro una dittatura del denaro ,per un umanesimo non sopraffatto da odio e violenza, contro l’ onnipotenza del profitto,e soprattutto contro il nazionalismo reazionario, ed escludente dei sovranismi fascisti .

Niente di nuovo?

Forse,anche se il monito di “svegliarsi” per Morin significa ripensare alla socialdemocrazia in crisi,osteggiata non solo da destre xenofobe,ma diremmo, anche da sinistre così timide che non hanno più la forza di ribellarsi.

Adoprando un pensiero critico che faccia dell’arma della critica un processo di liberazione.

Come in Cile,in prospettiva in Brasile, nell’America Latina dove vi sono nazioni pronte ad affrancarsi dall’imperialismo americano,ma anche a disdegnare le autocrazie russe e cinesi.

Stare con l’Occidente, sempre secondo l’intervista di Morin al Corriere, vuol dire fare riferimento alla rivoluzione francese,ma soprattutto all’umanesimo della sinistra.. all’illuminismo della ragione kantiana.

Che scompare da ogni idea di cambiamento,soprattutto in Italia dove la sciatteria gioca per destabilizzare il quadro istituzionale: il rimborso per le spese elettorali e un posto nell’uninominale.

24.8 È scorretto dire che Giorgina è fascista,che sia antifascista è un ossimoro…

Basta demonizzare Giorgia Meloni,ex militante missina,donna di estrema destra,amicissima di Orban.

Al meeting della lobby affaristica di Comunione e Liberazione di Rimini,kermesse da prima repubblica democristiana,Giorgina è stata impeccabile statista come da copione del perbenismo borghese.

Dire che è fascista,dicono gli espertoni è farne una vittima,sicuramente un motivo in più per votarla da parte degli italiani post ideologici e afascisti che passano da sinistra a destra con facilità irrisoria. ( Mussolini il fascista era stato socialista).

Quando Salvini era al 34 per cento era la stessa musica: dargli del razzista era controproducente.

Insomma bisogna stare attenti a come si parla, perché il Paese è giustamente stanco di contrapposizioni ideologiche ormai morte e sepolte,dicono leghisti e reazionari che si trovano con Putin,ma anche con il Pnrr del banchiere Draghi,perché non ne possono fare a meno per essere credibili e ben remunerati.

Quando poi il saluto romano viene istintivo alla pletorica ciurma dei consiglieri amministrativi di Fratelli d’Italia,siamo di fronte ai camerati che sbagliano.

C’è però il solito dettaglio che conferisce sostanza alla forma.

Quando Giorgina e post camerati giurano sulla Costituzione antifascista compiono uno spergiuro: per loro stessa ammissione,loro, non sono mai stati antifascisti.

La fenomenologia della menzogna e della ipocrisia,per cui i camerati che sbagliano della bad Company nera non prendono mai le distanze dalla Repubblica sociale italiana, dichiarando ufficialmente che era un governo fantoccio al servizio dei nazi, non fa parte del programma di governo..

Giorgina dovrebbe almeno dichiarare,come fece Gianfranco Fini ,che il Male del fascismo fu assoluto sia per le leggi razziali,sia per la collaborazione con Hitler,sia per il ruolo avuto nella strategia della tensione.

Ma in questo modo Giorgina sarebbe una vera conservatrice di destra,non un’ estremista che delira sul blocco navale vs.i migranti che fa ridere pure la Marina militare.

E poi la Meloni è fascista in buona fede,non si rende nemmeno conto di quanto il suo nazionalismo sia retrogrado,triste,retorico da mens sana in corpore sano,per quanto riguarda le devianze.

Insomma se uno si chiede qual è l’origine del Movimento Meloniano, la risposta è Sociale.

22.8 Mosca tifa per la vittoria dell’estrema destra,poveracci..i nostri putiniani…

I filoputiniani di casa nostra possono gioire.

  A  Mosca Medvedev,uomo del cerchio magico del reazionario Putin,ha invitato gli europei a mandare a casa il governo degli idioti democratici filo ucraini:ogni riferimento alle elezioni italiane è stato puramente casuale.

Avevano già espresso giubilo e contentezza perché  un filo atlantista come Mario Draghi è stato silurato dopo Jhonson:il fronte del comico ebreo Zelensky, perdendo i pezzi,permette ai tank di avanzare verso la completa conquista del Donbas con grande naturalezza autocratica scevra da critiche atlantiste.

È qui la festa?

Mica tanto, perché due giorni fa a Sebastopoli il comando della flotta russa è stata attaccato più volte dai droni ucraini, e perché il Donbas è tutto fuorché una regione completamente conquistata dai reazionari di Mosca.

Gli ucraini sembrano all’offensiva, l’attentato di Mosca che ha ucciso la figlia dell’Ideologo di Putin  Dugin fa intendere che anche quel fronte interno putiniano  che sembrava compatto e convinto della vittoria facile in tre settimane dovrà ricredersi.

E se ci fosse un colpo di teatro possibile nel caos italiano,anche a Mosca però riderebbero meno.

Per esempio che la Meloni non stravincesse nel segno di Orban,amico di Putin,che a sua volta ha la stima incondizionata di Salvini e Mister B.

Che ora sono costretti all’atlantismo elettorale( aspettando Trump, comunque).

La sostanza non cambia, però.

Dopo continui massacri di civili che non fanno più notizia,dopo che la battaglia  in corso interessa meno dell’inizio del campionato, tutto sembra già passato per la nostra quotidianità.

Pure la solidarietà con l’aggredito.

Togliere ai putinisti endogeni ed esogeni l’ebbrezza dionisiaca della vittoria  e’  oggi diventato un compito da minoranza intellettuale che opera sui social,scontrandosi con chi ha giurato fedeltà alle proprie statistiche del ” dove eravate”.

La cosa che comunque risulta chiara, anche in tempo di campagna elettorale – balneare, è che il sinistrismo anti Draghi per molti sedicenti komunisti di ferro coincide con la completa cecità sulle malefatte di Putin.

Il compagno,loro,Rizzo ha già preparato la sua squadra di Rossobruni con l’ausilio della leghista poco leninista,ma molto fascista stalinista.

La fiscalità con la quale si distinguono i termovalorizzatori di prima e seconda generazione, nasconde l’indulgenza verso le stragi di prima e seconda generazione  in Ucraina.

E ha ragione questa volta il democratico chic Gramellini: ci stiamo scannando per governo e politichese  e dei bambini morti fra un po’ non si sentirà più parlare.

Nemmeno dei giovani coscritti russi mandati al massacro.

Meglio non parlare di guerra in questo periodo, ti ritrovi con una falce e martello di facciata  che non sfigura assieme alla fiamma tricolore neofascista,secondo alcuni putiniani senza se,senza ma, e pure senza cervello.

Proprio come in tutte le guerre guardate in televisione dai parolai rossobruni, la tregua coincide con gli spot pubblicitari.

20. 8 .2022 – 1940 -Storia: I nazifascisti…che infettarono il mondo,per sempre….

Da” 1939 – 1945 – Il racconto della guerra giusta” di Pierluigi Raccagni,la svastica sull’Europa,vol I,

e l’e book gratuito qui sotto sul 1940..20 e 21 agosto

  1. BATTAGLIA FRA I FIORDI

Il 2 aprile Hitler diede il via all’invasione di Danimarca e Norvegia. Domenica 7 aprile due posamine britanniche erano pronte a minare le acque territoriali norvegesi, mentre alcune navi da guerra provenienti dai porti del Mar Baltico trasportavano soldati pronti a sbarcare sul suolo norvegese.
“Narvik”, è questa la parola della località captata dai servizi segreti da- nesi, dove avrebbero dovuto sbarcare le truppe tedesche.
Gli inglesi dell’ammiragliato britannico pensarono che le informazioni fossero false, così che la flotta d’invasione tedesca continuò indisturbata il suo tragitto.
Il 9 aprile come avevano accertato i servizi danesi, a Narvik sbarcarono duemila tedeschi, occupando anche Copenhagen.
Il re di Danimarca Cristiano X, consapevole della disparità di forze rispetto alla Germania, ordinò la resa; il generale Pryor, comandante in capo delle forze danesi, non trasmise l’ordine sperando nella resistenza armata del suo popolo.
Alla fine la Danimarca diventava la seconda guerra di Hitler, una guerra molto facile e che fece pure scalpore per l’arrendevolezza dei danesi.
Fu sufficiente, infatti, un solo battaglione per conquistare Copenhagen. Una nave tedesca con a bordo le truppe entrò nel porto attraccando al molo principale, come fossero dei turisti in cerca di primavere Nordiche.
Vicino al porto, il palazzo del re e la sede del quartiere generale danese furono rapidamente circondati.
L’unico che sembrava non gradire l’arrivo dei nazisti era un generale danese.
Il comandante in capo Pryor voleva opporre resistenza ai teutoni, ma Cristiano X, il giorno precedente, si era rifiutato di firmare l’ordine di mobilitazione generale.

Il bello avvenne quando il sovrano si vide circondato dai tedeschi all’interno del Palazzo Reale.
Secondo la formula di rito convocò il povero Pryor, chiedendo a questi “se le truppe danesi” avessero combattuto abbastanza.”
Pryor rispose che non vi era stata nessuna battaglia e che era ora di iniziare a resistere con determinazione.
Il re e i ministri gli permisero di sparare quattro fucilate, tanto per non perdere del tutto la faccia.
In tutta la Danimarca vi furono tredici morti fra i danesi, e venti feriti fra i tedeschi, il che non sarebbe stato male se i nemici della democrazia non fossero stati i maggiori criminali di sempre.
Così si dice che i danesi, al confronto dei norvegesi, in fondo furono quasi amici dei tedeschi.
“(…) La presenza tedesca è tutto sommato benigna -continuò l’oratore-
La Danimarca ha dimostrato che una parziale perdita di indipen- denza, dettata dalle esigenze della guerra, non deve portare inutili lotte e sofferenze. La lezione, per i giovani come voi, è che può esserci più onore nella sottomissione e nell’obbedienza che in una sconsiderata ri- bellione”, concluse e si sedette.
Cfr. Ken Follett, Il volo del calabrone, Milano 2003, pag. 48

Quello di Ken Follett è solo un bel romanzo di guerra, d’accordo, e niente ci assicura che il preside del collegio danese interpretasse la co- scienza nazionale, ma non si può negare a livello storico che i rapporti fra tedeschi e danesi furono ottimi negli anni dell’occupazione. Alla Danimarca furono lasciate notevoli libertà, quasi a compensare la docilità con la quale furono accolti i nazisti e in un primo tempo, solo in un primo tempo, anche i settemila ebrei furono lasciati in pace.
L’idea che la guerra non era affare loro ebbe un certo successo fra la popolazione danese, che tutto sommato si beveva le notizie tedesche dal fronte.

  1. NORVEGESI TOSTI

La battaglia di Norvegia cominciò per mare.
Vi fu subito uno scontro fra le vecchie corazzate norvegesi Eidsvold e Norge e dieci cacciatorpediniere tedesche.
La Eidsvold fu silurata, la Norge fu rapidamente messa fuori combatti- mento, trecento marinai norvegesi persero la vita, in buona sostanza tutto finì alle 8 di mattina del 9 aprile.
Il giorno dopo cinque cacciatorpediniere inglesi entrarono nel porto, diedero battaglia, affondarono due navi tedesche, nel rientrare vennero però attaccate da altre unità tedesche.

18.8 -1940 – Storia – La guerra dei caporali nazifascisti…

Brano tratto da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta vol.I di Pierluigi Raccagni. E book gratuito dal 18 agosto al 23: la guerra dei caporali nazifascisti

1940. NAZI: TOTALE ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA

I generali tedeschi erano convinti che la guerra contro la Francia non era da farsi.

Gli Alleati erano superiori, avevano più soldati, più aerei, più risorse, erano trincerati dietro la linea Maginot.

“Ci preparavamo alla guerra in vista di una campagna in Occidente, del resto in quel momento tutt’altro che certa (…) tra di noi, cioè gli ufficiali più anziani, tutti amici per la pelle, potevo discutere aperta- mente della situazione (…) la prospettiva di un conflitto con l’avversario in Occidente ci rendeva perplessi dato che non nutrivamo, a causa di un istintivo antagonismo, alcuna fiducia nelle supreme gerarchie del paese, e anche perché eravamo atterriti dal ricordo della prima guerra mondiale. Nutrivamo una certa fiducia in Brauchitsch e in Halder che nessuno pensava potevano essere nazionalsocialisti”.

Sono i pensieri di Fridolin Von Senger und Etterlin, nato nel 1891, generale antinazista.

Il suo libro “La guerra in Europa, il racconto di un protagonista”, rivela quanto fossero profonde le perplessità fra gli alti ufficiali della Wehrmacht sulla possibilità di un conflitto in Occidente ai danni della Francia.

E la Francia in quella primavera del 1940 non era certamente pronta alla guerra contro il nazionalsocialismo.

Visto che si erano così affezionati alla “guerra fasulla”.

Si diceva che a Parigi di quella finta guerra ci si annoiasse, che le signore al Ritz organizzassero collette per la Croce Rossa, che lo champagne si mischiasse ai buoni sentimenti patriottici.

Sembrava che non ci fosse nulla da combattere, sembrava che Maurice Chevalier potesse primeggiare con Wagner nella colonna sonora del tempo di guerra. Churchill diede un pessimo parere sulla guerra fasulla condotta dai francesi.

Per Winston Churchill, visitando il fronte francese, si era spesso colpiti dall’atmosfera di scontrosa tranquillità che prevaleva fra gli uomini, Era evidente, la mediocrità del lavoro che veniva svolto, dalla mancanza di qualsiasi tipo di attività.

Scrivendo a Simone de Beauvoir dal fronte, pure Jean Paul Sartre nutriva seri dubbi sulla consistenza militare delle forze armate francesi.  Il filosofo al fronte sosteneva che il suo lavoro consisteva nel gettar in aria palloni e poi osservarli attraverso un binocolo da campo.

Questo passatempo veniva chiamato “eseguire osservazioni meteorologiche”.

Quando si telefonava agli ufficiali della batteria, si comunicava loro la direzione del vento.

“Che cosa poi se ne facessero di questa informazione erano fatti loro. I giovani facevano un certo uso dei rapporti del servizio segreto. La vecchia scuola li buttava direttamente nel cestino della carta poiché non si sparava”, scrisse Sartre.

C’era poi l’ombra inquietante del castello di Vincennes.

Là era morto Enrico V d’Inghilterra, entro quelle mura erano stati giu- stiziati Mata Hari e l’ultimo dei comunardi del 1871.

Erano uno dei più agghiaccianti castelli di Francia e “sembrava grondare sangue”, sostenevano alcuni detrattori della grandezza francese. Era però la residenza e il quartiere generale del generale Maurice Gamelin, capo di Stato Maggiore della Difesa nazionale, comandante supremo di tutte le forze di terra.

Era considerato fra i più grandi generali d’Europa, se non del mondo. Aveva frequentato la scuola militare da cui era uscito nel 1891, nel 1914 aveva fatto parte dello Stato Maggiore operativo di Joffre, aveva redatto gli ordini della grande battaglia della Marna: un eroe nazionale, dun- que.

Nel 1940 aveva 68 anni, ma era ancora snello, brillante, pronto alla battuta

Aveva difficoltà a relazionarsi con la truppa, ma all’interno del castello era l’idolo dello Stato Maggiore, sempre pronto ad adularlo per la sua competenza in fatto di pittura italiana e libri d’arte.

Vincennes e il suo castello in quel periodo erano il cuore della Francia repubblicana pronta a battersi in difesa della Terza Repubblica, peccato che il castello fosse sprovvisto di comunicazioni radio.

Gamelin aveva dalla sua un’opinione pubblica che condivideva la semplicità della strategia francese.

Risparmiare la vita dei francesi per non ripetere la carneficina del 1914l18 e tenere lontana la guerra dal suolo di Francia.

Per cui la letargia della Francia in fondo era considerata da tutti il minore dei mali.

Non si volevano aprire gli occhi sulla lezione della Polonia, si sperava in un qualche accordo dell’ultimissimo momento.

La primavera era stupenda e a Parigi la vita mondana continuava nel suo splendore, nonostante alcune inevitabili restrizioni.

Ma il Piccolo Caporale stava preparando per la Francia la più grande catastrofe militare della sua storia.

Da quando a gennaio era caduto l’aereo in Belgio, con i piani di attacco, i tedeschi pensavano che sia inglesi che francesi ne fossero a cono- scenza.

Hitler in quella circostanza dimostrò sangue freddo, intelligenza mili- tare, ed ebbe nel destino un maledetto alleato.

L’incidente del 10 gennaio cambiò il mondo.

Considerato che l’originale piano tedesco era finito nelle mani alleate il nuovo piano venne elaborato da Erich Von Manstein, capo di Stato Maggiore del gruppo armate A di Gerd Von Rundstedt, con l’appoggio di Guderian, ispiratore e padre della Panzer-Division.

La guerra contro la Francia era il terminale dell’odio contro quelli che erano stati i vincitori della Marna e della Somme e insieme gli affama- tori del popolo tedesco: ora si trattava di vendicarsi, senza dimenticare che l’odio a Hitler non bastava.

12 .8 – Buon Ferragosto, pure a chi è in galera..

Buon Ferragosto all’Italia di chi si batte per i diritti civili

Soprattutto per chi è detenuto nelle patrie galere dove i diritti umani sono schiantati.

Suicidi che si consumano in carceri sovraffollate,dove dimorano quelli a cui il Santo padre fa la lavanda dei piedi.

I pensieri particolari sulle spiagge affollate e nei luoghi di vacanza raramente riguardano la salute di carcerati e carcerieri, che il garante dei detenuti ha denunciato vivere in un inferno sulla terra.

I benpensanti riflettono sul fatto che non è problema prioritario,forse perché il problema principale è la loro omertà verso l ‘incivilta di certe situazioni dell’universo concentrazionario.

Il suicidio in carcere di Donatella in settimana, ha persino costretto il giudice di sorveglianza a chiedere perdono alla famiglia e ad ammettere il suo errore per non aver capito il male profondo che affliggeva la detenuta.

E il male profondo nelle carceri sanno tutti di cosa si tratta: essere trattati come animali da mandare al macello, per essere adottati dalla democrazia imperfetta dell’inciviltà.

Un saluto a chi soffre in silenzio nelle carceri della repressione della dignità.

Non c’è pace,senza giustizia

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