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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

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18.6 Italy -L’emergenza è sempre l’indigenza:uniamoci a coorte siam pronti alla morte…

Bisogna ringraziare in qualche modo il vecchio  assistenzialismo dei sussidi statali, comunali,della Caritas,delle associazioni,il nuovo reddito di cittadinanza, se qualcuno non muore di fame in un paese che siede nel G7.

È dal 2005 che i numeri sull’indigenza non sono così impressionanti causa Covid.

Recenti dati Istat quantificano 7 milioni di poveri compresi più di un milione di bambini.

Liquidare il tutto con il deterministico” i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri” è un’analisi da sociologia della miseria vomitevole.

Anche le valutazioni classiche delle crisi strutturali del capitalismo,come fossero leggi della natura,suonano come un positivismo da nullafacenti.

Perché per intervenire sulle disuguaglianze non si può sempre evocare” il classico   non si può andare avanti così”,come fanno puntualmente i sindacati confederali.

Nel 2021, dopo 16 mesi di Covid, anche i lavoratori senza salario garantito vivono in stato di indigenza, tutti lo sanno, nessuno vuole esplicitarlo, i sindacati di stato lo sussurrano lasciando soli i vari Cobas nazionali e territoriali che lottano in situazioni drammatiche.

Ma tutto è normale amministrazione.

Basta pensare in modo positivo e digitale,sperare nel Pnrr,e tutto andrà secondo l’eterno ordine del mondo:se ci sono i ricchi,ci sono i poveri,non siamo tutti uguali da che mondo è mondo.

La pandemia c’entra, ovvio, ma indicare nel castigo di Dio il killer dell’ uguaglianza è comodo per tutti.

Così mentre Vittorio Feltri ti dice in TV che non si può vivere a Milano con 3.800 euro la settimana,i suoi compagni di merenda tuonano contro  chi non vuole i licenziamenti.

Non è comprensibile che in un paese come l’Italia ci siano così tanti disgraziati non privi di futuro reale, materiale, spirituale, culturale etc., ma di un futuro del giorno dopo.

Il welfare made in Italy non ha nel DNA un riformismo condiviso,un accettabile piano organico di intervento istituzionale che superi la logica dei partiti.

Lo si dice tutte le volte che le statistiche svelano il volto anticostituzionale del paese fondato sul lavoro.

Gli scansafatiche sono avvisati.

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16.6 Cercare la soluzione perfetta nel catalogo delle rivoluzioni è forse inutile…

Già Foucault  e i nuovi filosofi parigini nel 1977 scrivevano che l’età delle rivoluzioni era finita.

Non era una provocazione.

Per tutta la sinistra,dal PCI ai gruppi della sinistra radicale e militante, la constatazione  che il Sol dell’Avvenire era tramontato definitivamente era dibattito all’ordine del giorno.

La Fenomenologia della rivoluzione ricorreva da tempo la mitologia per seppellire la disillusione del socialismo reale, dell’ Urss, del partito unico del marxismo leninismo.

Non fu proprio Enrico Berlinguer a dire che la fase propulsiva della rivoluzione d’ottobre era finita?

Rimaneva intatto il mito del Che, come oggi ,ma le esperienze di Cina ,Vietnam, Cambogia, ad esempio, erano giudicate fallimentari visto che quei comunismi si massacravano fra loro.

Così dopo gli anni settanta il concetto di rivoluzione passo’all’idea di una trasformazione permanente di se stessi.

Non nel segno dell’accettazione dell’esistente, ma di una confessione pubblica dei limiti di una rivoluzione politica che di fatto cambiava solo la classe dirigente, lasciando i rapporti inter personali al conflitto uomo- donna-, cultura – ambiente, personale  -politico.

Ogni rivoluzione sottintende la creazione di un genere umano nuovo ,dove le vecchie alienazioni siano pian piano modificate in senso propositivo.

Sperare di trovare soluzioni già pronte in un catalogo delle rivoluzioni socialiste può essere ancora praticato,a patto che i modelli di riferimento non siano verità inalienabili.

Nel regno dell’imperfezione la rivoluzione perfetta non esiste,ma il cambiamento di se stessi può mantenere inalterata la corsa verso il bene.

Il cambiamento di se stessi, comunque, non può avvenire  solo nella risoluzione del privato, nella coerenza appagante  del “mangio biologico, vivo nella natura, uso la barca a vela, ho smesso di fumare”..

Do you remember Nanni Moretti in Ecce Bombo?

In questo caso si cambia il  consumo di se stessi, non  il senso della rivoluzione che vuol dire accettare la alienazione profana del mondo materiale, anche dal punto di vista delle imperfezioni delle moltitudini.

Il meglio  è fuori catalogo, perché pensare alle masse proletarie come foriere di intrinseche libertà è romantico, ma non sempre vero.

La coscienza di classe di cui parlava Marx non era un’idea astratta.

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14.Licenziati e massacrati di botte:guerra civile fra operai nell’Italia delle notti magiche

A Tavezzano Lodi ci sono state scene che mai vorresti vedere.

Lavoratori del sindacato Si Cobas, quasi tutti extracomunitari,licenziati dalla FedEX Tnt,si sono scontrati con ferocia con lavoratori dipendenti della ditta e agenti della sicurezza privata, travestiti da lavoratori.

Uno scontro classico fra garantiti e disperati non garantiti.

Questi ultimi protestavano con un corteo arrivato davanti alla fabbrica contro i licenziamenti.

Nove feriti, versioni contrastanti,bastoni e mazze usate senza risparmio da una parte e dall’altra.

Con la polizia che resta a guardare. ( Vedi filmati su YouTube).

E sì che la lotta alla Fedex tnt è già attiva da più mesi.

La ditta di Piacenza si era trasferita a Tavezzano in una nuova logistica,lasciando i licenziati in braghe di tela:primi scontri,fra garantiti ed espulsi dal ciclo produttivo all’ inizio di primavera.

Nel giorno in cui i Dottor pedata hanno preso la retorica degli europei di calcio come memento della rinascita nazionale,la notizia non ha guastato l’enfasi di chi ha esaltato il calcio,come un calcio all’infelicità.

Ma Lodi in piccolo è l’Italia del lavoro in grande.

Dopo una campagna di denuncia degli scansafatiche che non vogliono lavorare anche la gente per bene progressista dovrebbe rendersi conto che la bomba sociale e già esplosa in centinaia di micro conflitti fra disperati.

E il progetto collettivo mediatico e politico di trovare nella nazionale di calcio la corsa verso le stelle lucenti del vincerò della Turandot,va bene per esaltare il made in Italy dopo la pandemia,per cercare un respiro di normalità;non per correre verso la civiltà del lavoro e della democrazia.

E sul campo ha vinto lo schema di gioco caro ai padroni.

E lo schema brutale e violento è quello che si usa per domare il mondo animale, tiri un osso a cani tenuti affamati che si sbranano.

La visione di una guerra fra poveri che si risolva a favore degli oppressi è smentita dalla storia,vedi la nascita dei fascismi.

La notizia della guerra fra operai non è una notizia manco per la sinistra.

Si pensa ad una tavola rotonda fra le parti sociali.

Buon appetito.

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11.6″ Vieni a lavorare, se posso ti pago, se no tenta il Reddito di cittadinanza,e…”

Sui media si leggono centinaia di articoli che lamentano che l’offerta di lavoro c’è, ma mancano i lavoratori,o meglio la voglia di lavorare da parte soprattutto dei giovani.

Il che a prima vista ti urta.

Poi leggi meglio e scopri che soprattutto nella ristorazione,col sedere per terra dopo il Covid,molte volte il discorso e’ questo: il lavoro non manca,ma non si chieda quando,come e quanto si viene pagati,l’emergenza non è finita, o mangi sta minestra o salti dalla finestra..

Alla fine la sintesi,prevedibile, è che sia meglio mettersi in coda per il reddito di cittadinanza, poi fare un lavoretto al nero,in questo modo si campa in due e si frega il terzo.

Ci sono poi quelli che in cassa integrazione lavorano al nero,mi risulta da fonti attendibili che succede pure in Germania..

(Il colosso tedesco DHL è stato messo sotto inchiesta dalla procura di Milano per frode fiscale sui contributi dei lavoratori,tutto il mondo è strapaese).

Il socialismo reale all’italiana, però,risente della tradizione borbonica:un piatto di minestra c’è per tutti,basta che la forza lavoro sottopagata non accampi troppi diritti.

Il monte ore non esiste,il nero impera,ma dove il salario è regolare,come in una ditta di gelati,si sono presentati in 2.500 per 350 posti…

Il fenomeno riguarda lavori a tempo determinato, soprattutto per la stagione estiva, dove i salari sono bassi e al nero.

Dopo il Covid sono diventati nerissimi e bassissimi, come rivelato da varie fonti istituzionali attendibili e come denunciato dagli stessi lavoratori.

Siccome è il mercato che decide il prezzo delle merci e quindi della forza lavoro,nessuna novità,
se non la constatazione classica fra stereotipi:da una parte lavoratori scansafatiche, dall’altra imprenditori alle prese con un costo del lavoro impossibile da sostenere.

La cruda realtà è che la crisi pandemica ha abbassato i salari reali.

E ha pure mandato in rovina migliaia di onesti piccoli imprenditori lavoratori nel settore turistico,che non lucrano sul lavoro nero e sottopagato.

Non tutti quelli che intraprendono sono padroni,dai,molte volte oggi stanno peggio di chi ha uno stipendio sicuro.

Il governo potrebbe davvero mettere una pezza di democrazia reale sul lavoro.

Ad esempio reintroducendo nel Pnrr la soglia del salario minimo garantito per legge, come in Germania e Francia, tanto per cominciare, facendo rispettare la legge sul versamento dei contributi per lavori anche stagionali o brevi.

Che vuol dire che il lavoro, anche se non rende liberi, rende meno mortificante il vivere su questa terra.

completamente gratuito fino all’11 giugno

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9.6 Bella Ciao, un inno alla libertà sporcato da paranoie fasciste e anticomuniste…

Il 27 marzo del 2003 mi trovavo a Barcellona con la scuola nel giorno in cui iniziarono i bombardamenti su Baghdad nella seconda guerra del Golfo.

Con alcuni studenti andai in piazza Catalunya da dove parti’un’imponente manifestazione del Movimento Arcobaleno.

Dal corteo si alzò il canto di Bella Ciao: in italiano, potente, chiaro ,distinto, bello.

Fu un momento entusiasmante, sincero.

Bella Ciao viene cantata in tutto il mondo, da giovani progressisti, antifascisti, da Atene a New York…non ha bisogno di sponsor, non riguarda le top ten,è semplicemente un canto libero.

In Italia, la solita polemica inutile e stupida ha messo all’indice la canzone perchè la sinistra parlamentare ha proposto di istituzionalizzare l’inno partigiano: il 25 aprile si propone venga suonato dopo l’inno di Mameli, come segno della rifondazione dell’Italia dopo la guerra di liberazione nazionale.

Apriti cielo.

La paranoia anticomunista dei nostri fascio leghisti ( La Russa, Borghi, Mussolini…) relega Bella Ciao nell’emisfero delle canzoni di sinistra di parte, comuniste, contrarie alla pacificazione nazionale…

Non c’è nulla da commentare.

Se non che il canto partigiano che diede la libertà pure ai fascisti, oggi è diffamato nei fatti da quelli che inneggiano ancora al fascismo come fosse stata un’idea come un’altra.

Si dicono post fascisti per comodità, per opportunismo, per convenienza.

Ma la loro prassi è imbevuta di discriminazione e odio verso chi avversa la loro storia e la loro sottocultura.

Bella Ciao dà la misura di quanto l’ antifascismo sia dalla parte giusta della storia.

Noi la canteremo sempre, istituzionalizzata o no, non è importante.

I fascisti se ne facciano una ragione.

COMPLETAMENTE GRATUITO FINO ALL’11 giugno

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7.6 La guerra dei caporali nazifascisti ( promemoria per nuovi reazionari nazionalisti ) E book gratuito dal 7 all’ 11 giugno

Considerato che, secondo quanto dichiarato da esponenti di primo piano della estrema destra italiana,il nazifascismo oggi è una patologia della storia, un po’ di storia dei misfatti del fascismo non fa mai male, tanto per non negare l’evidenza delle proprie origini.

Qui di seguito un brano tratto da ” 1939 . 1945 Il racconto della guerra giusta vol I di Pierluigi Raccagni, versione e book 1940 La guerra dei caporali nazifascisti,

Morire sulle Alpi

Il primo contatto con la guerra fu anche il primo contatto con la totale mancanza di preparazione alla guerra.

Mancanza assoluta di un’artiglieria moderna (i pezzi d’artiglieria erano dell’altra guerra).

Gravi deficienze nel rifornimento delle munizioni. Mancanza di pezzi di grosso calibro.

Mancanza di mezzi di trasporto per le truppe e delle ambulanze per i feriti.

Mancanza totale di vestiario per i soldati che nel giro di poche ore congelarono sulle Alpi francesi; erano vestiti come fossero pronti per una battaglia in pianura o in riva al mare.

Per cui l’avanzata italiana in terra francese fu miserevole.

Le truppe italiane che puntavano su Nizza furono fermate a Mentone, l’offensiva sulle Alpi si rivelò catastrofica, come abbiamo accennato in precedenza.

Lo stesso Starace, segretario del PNF, di ritorno dal fronte alpino disse che l’attacco alle Alpi aveva documentato la totale impreparazione dell’esercito, l’assoluta mancanza di mezzi offensivi, l’insufficienza completa nei comandi.

Secondo Starace si erano mandati gli uomini incontro ad una inutile morte due giorni prima dell’armistizio: ma le lacrime di coccodrillo di Starace urtavano contro il volere del Duce che esigeva qualche centinaio di morti per sedersi al tavolo della pace.

“Il comando militare sa che solo un terzo dei soldati è pronto a combattere ai primi di giugno e piange sull’addestramento, sui mezzi ma c’è qualcosa d’altro e di più grave: dal 1935 il paese vive in uno stato continuo di tensione, di eccitazione che può aver creato nella piccola borghesia in cerca di posti una certa attesa del nuovo, una certa liberazione dal mediocre tran tran quotidiano, ma che ha diffuso fra i ceti popolari una stanchezza mortale.

Operai e contadini si sono resi conto che l’imperialismo non paga, nel senso che a ogni conquista territoriale, a ogni vittoria è seguito in patria un inasprimento delle condizioni di vita, nel migliore dei casi una stagnazione (…)

C’è stato per anni uno sforzo suppletivo che nessuno ha calcolato in moneta e misurato in orario, ma la gente ne è stremata, la voglia di combattere, posto che l’abbia mai avuta, se ne è andata con le pene di ogni giorno”

Cfr. Giorgio Bocca, Storia d’Italia nella guerra fascista, op. cit. pag. 148

Poca voglia di combattere, dunque, da parte di un esercito di “otto miloni di baionette” che non hanno nemmeno le divise invernali per reggere il freddo delle Alpi occidentali nel mese di giugno.

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4.6 -L’Ilva è da chiudere e la strage di stato va fermata: i lavoratori e  i cittadini vengano risarciti tutti….

La sentenza di primo grado sulla tragedia dell’ex Ilva di Taranto che  ha seminato per decenni tumore e morte fra i lavoratori dell’acciaieria, gli abitanti del quartiere Tamburi  e in tutto il territorio di Taranto,ha  sortito 26 condanne per tre secoli di carcere.

La strage di stato della transizione capitalistica nel Mezzogiorno d’Italia non ha risparmiato bambini,donne,uomini,animali,vegetazione,mare.

I governi Berlusconi, Monti,Letta,Renzi sulla emissioni cancerogene non hanno fatto quasi nulla.

Trasformare la più grande acciaieria d’Europa in un parco divertimenti o in un un museo archeologico industriale,modello Ruhr tedesca ,in alternativa alla produzione cancerogena, proposta da Beppe Grillo,era una battuta delle tante del comico M5S.

Sulla dicotomia lavoro – salute vi è poco da analizzare.

Sono decenni che comitati,sindacati di base,ambientalisti,scienziati,medici sottolineano che tra lavoro e cancro e’ meglio il lavoro in sicurezza per lavoratori e famiglie.

Discorso inutile per gli esperti del Pil che con evidenza non hanno mai vissuto il ricatto: o muori di fame o lavori rischiando il cancro.

L’ex presidente della regione Nicki Vendola,che si è preso 3 anni e mezzo per disastro ambientale, ha le sue fondate ragioni per rivendicare la sua buona fede.

Fu eletto per due mandati a governare la Puglia, pure perché si era opposto alla legge del profitto dei Riva con decretazione ad hoc contro l’inquinamento.

Ma nessuna ragione può fermare il diritto ad un risarcimento storico ai cittadini coinvolti e ai parenti delle vittime che si sono costituiti parte civile.

L’opinione pubblica si è divisa:chi dice che siamo di fronte ad una sentenza storica che mette il disatro ambientale del capitalismo inquinante fra i peccati capitali.

C’è chi critica lo stato e la magistratura, prima per la indifferenza sulla questione,poi per la vendetta verso i privati (i fratelli  Riva che hanno rilevato la fabbrica dallo stato).

Il problema, come dicono gli operai intervistati, è che anche ora la fabbrica inquina, anche ora ci si ammala,anche se con la confisca è ritornata azienda di stato.

Le sentenze facciano il loro corso,ti dice la parte lesa, ma intanto si chiudano gli impianti a caldo e non si faccia pagare agli operai i costi della riconversione produttiva in energia pulita.

La chiusura dell’impianto e il ricollocamento di tutti gli operai e lavoratori verso una produzione green sarebbe una soluzione rivoluzionaria che metterebbe in essere la transizione ecologica auspicata coram
populo.

Adesso vediamo di che pasta son fatti il governo, i governi regionali, i sindacati confederali, la Confindustria e le istituzioni che auspicano un futuro per tutti.

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2 giugno- 75 anni fa nacque la Repubblica, ora e sempre antifascisti..

Il  2 giugno, festa della Repubblica, mio padre mi portava a vedere la parata militare a Milano; da piazza Firenze all’Arco della Pace.

Quando sfilavano i bersaglieri l’entusiasmo era contagioso,fra mille divisioni,comunque,era una festa popolare.

Anche se negli anni cinquanta un piccolo partito monarchico ricordava che il 2 giugno del 1946 i brogli dei repubblicani avevano mandato Umberto di Savoia, re di maggio, in esilio a Lisbona.

Oggi nessuno contesta la scelta repubblicana,ma c’è anche una nostalgia per l’opzione della Repubblica sociale italiana, quella di Mussolini dal 1943 al 1945

Inutile nasconderlo,quasi tutti i giorni il passato che non passa repubblichino torna d’attualità.

Si continua a dire che il neofascismo sia lo strumento che usa la sinistra per ricompattarsi.

Ma non si dice con forza che la repubblica della Linea Gotica era un governo fantoccio servo dei nazisti.

Almirante,ad esempio, viene celebrato con orgoglio anche oggi da nostalgie pure popolari che negano che i repubblichini collaborarono con i sacerdoti dell’Olocausto.

Chi è repubblicano dovrebbe essere anche antifascista,non è una questione marginale.( E’ stato pubblicato a proposito un intervento inedito di Norberto Bobbio per il 2 giugno 1976 su Repubblica di ieri).

La Repubblica del 2 giugno del 1946 fu fondata invece per il pane,il lavoro,la pace,la libertà.

I suoi padri erano il ghota della lotta al nazifascismo.

Se poi la storia ha vilipeso gli ideali sui quali è stata fondata, se la repubblica è diventata res – partes,se la corruzione è strutturale,non vuol dire che possiamo aver nostalgia della Repubblica criminale di Mussolini.

Almeno cosi pensavano nonni e padri che in quel 2 giugno votarono al referendum istituzionale.

Oggi niente parata militare,per fortuna, ma frecce tricolori senza assembramento.

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31.5″ Non deve più succedere”, retorica inutile: come si deve morire se si è bambini sulle spiagge della Libia?

Ad ogni morte sul lavoro,ad ogni ponte che cade,ad ogni incuria umana,ad ogni negligenza criminale due sono le frasi dell’opinione pubblica che accompagnano sgomento e dolore:”non si può morire così e “non deve più succedere”.

Sono affermazioni rituali che non hanno nessuna valenza accettabile sul piano logico e che lasciano ai parenti delle vittime la speranza che nel regno degli uomini venga fatta giustizia.

Ogni liturgia ha le sue parole, la “fatalità colpevole” è un ossimoro, l’omicidio colposo ci consegna la sicurezza che qualcosa si può fare, che si deve trovare la causa: è un atto dovuto a chi soffre.

La scienza, però, ci spiega come si muore,non perchè si muore in un dato momento.

Chi prova il dolore della perdita dei propri cari, in qualsiasi occasione apparentemente accidentale,reclama giustamente la devastante lotta per la verità terrena,

Chi invece enfatizza sui media o su Fb “il non si può morire così” e il” non deve succedere più”sa che bisogna toccare il cuore dei lettori.

Sa molto di esercizio giusto e doveroso della pietà da parte terza, unito, però,alla sottile consolazione di non essere stati fra le vittime delle tragedia da parte dei lettori.

Le morti sul lavoro, le morti accidentali in incidenti stradali, le morti in genere per futili motivi che riguardano i più giovani, sono pugni nello stomaco, vetriolo sull’anima, schegge di paura tremende che richiamano  che la morte fa parte della vita.

Non certo lo spettacolo della morte che fa tanto audience sui media può consolarci nella sua crudeltà, quelle immagini portano all’ assuefazione della morte.

Le storie dei bambini morti  sulle spiagge della Libia, ad esempio, quelli della funivia del Mottarone,  quelli ammazzati nei raid contro Gaza, quelli maciullati di sfruttamento e  guerre in ogni parte del mondo, sono lì,parlano da sole, non hanno bisogno di commenti.

Non c’è un modo di morire  se si è bambini.

Nè prima nè ora, nè mai.

Photo by Jess Vide on Pexels.com

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