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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

Autore

Pierluigi Raccagni

prof. di filosofia e storia a Milano al Vittorio Veneto, al Liceo artistico Brera, pubblicista su Corriere della Sera ( scuola), Lotta continua, Re Nudo,testate straniere,autore dispense università filosofia antica e moderna, autore romanzi storici su anni settanta ecc. Volontario carcere s. Vittore...

Fragole e sangue:i migranti sono una risorsa, se li puoi sfruttare come schiavi…

Il braccio violento della razza padrona, criminale e para mafiosa, razzista e senza legge, non lascia dubbi: i disperati, soprattutto di colore, sono una grande risorsa per l’economia anche in zone d’Italia non considerate necessariamente zone di mafia organizzata.

Guglielmo Stagno, ex bocconiano,ben visto dai fans della new economy, fondatore di una start – up da 7, 5 milioni di euro che si occupava della raccolta delle fragole in quel di Cassina de’ Pecchi presso Milano, conduceva la sua organizzazione del lavoro in modo “tribale”, come dallo stesso dichiarato nelle intercettazioni della Procura.

“Straberry” si chiamava l’azienda che ha attirato la simpatia dei milanesi che potevano comprare agli angoli delle strade i frutti di bosco dalla fattoria delle fragole.

“L’azienda dei soprusi” aveva la faccia pulita della green economy, ma dietro la maschera c’era l’unica razza che dovrebbe sparire dalla faccia della terra: quella dei padroni criminali.

Sono stati gli stessi lavoratori africani a denunciare violenze, ricatti,soprusi del nostro bocconiano, che preferisce i metodi mafiosi agli approfondimenti di economia politica nella gestione del capitale e della forza lavoro.

Ma la razza padrona storicamente è questa: sfruttare in tutti i modi i più fragili socialmente.

Non fosse stato per le lotte proletarie e i processi di decolonizzazione del black people i padroni bianchi avrebbero continuano a trattare gli uomini dalla pelle scura che prestavano e prestano la loro opera come l’ex bocconiano trattava i suoi operai, non c’è niente da fare.

Così è ancora in moltissime zone d’Italia, dove se denunci e parli contro gli schiavisti ti ritrovi senza lavoro anche se c’è una legge contro il caporalato e una per la messa in regola dei lavoratori nei campi ( legge Teresa Bellanova).

Naturalmente tutti sanno tutto, come sempre, come da omertà mafiosa, come da padronato che non conosce etica.

Parlarne non è più una novità: per questo lo facciamo e lo faremo sempre.

Il caporale criminale sognava un bagno di sangue di giudei e comunisti, il duce approvava : promemoria per fascio leghisti

Brano tratto da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta, vol I di Pierluigi Raccagni

1939. LA STRAGE STRATEGICA

La strage in Polonia non fu un eccesso nazista, la guerra per Hitler voleva dire la liquidazione dei giudei e dei comunisti.

L’elenco dei crimini è lungo, ma il senso politico è corto: dice che il na- zismo era tutto meno che una scelta all’interno di quello che noi comu- nemente chiamiamo civiltà.

Prima abbiamo visto le stragi all’interno delle cronache di guerra, ora vanno viste all’interno della strategia del nazismo: che era unicamente una strategia di morte.

Forse non si riesce a comprendere pienamente quale sia stata la valenza biologico-razziale della guerra scatenata da Hitler.

Gli alti comandi della Wehrmacht, viene spesso sottolineato, rimasero turbati dagli eccessi delle Einsatzgruppen.

Solo che a renderli inquieti e nervosi su quello che accadeva in Polonia non erano le sofferenze della popolazione ebraica e in generale dei subumani massacrati secondo codice etico nazista.

I militari, che prima della caduta di Varsavia avevano compiuto eccidi giustificati dalle esigenze militari dell’azione, temevano che gli eccidi minassero il morale dei soldati e dell’intera popolazione tedesca.

Il loro disappunto era quello che i tedeschi passavano per spietati e crudeli macellai in tutto il mondo civile, altro che soldati pronti al supremo sacrificio per il Reich!

Per avere un’idea di cosa stiamo parlando, bisogna leggere quello che in un memorandum scrisse Johannes Blaskowitz generale della Wehrmacht che denunciò le atrocità naziste: “è controproducente nel massacrare qualcosa come 10.000 ebrei e polacchi come attualmente viene (…) Infatti in questo modo né si uccide l’idea di uno stato polacco nella massa della popolazione, ne vengono eliminati gli ebrei. Al contrario: il modo in cui si uccide porta con sé gravissimi danni, complica i problemi e li rende molto più pericolosi che se venissero trattati con maggiore ponderatezza e sagacia (…)

Alla propaganda nemica viene offerto un materiale che non potrebbe avere maggiore efficacia in tutto il mondo (…)

Non c’è bisogno di far riferimento ancora una volta al ruolo della Weh- rmacht che è costretta ad assistere a questi crimini senza poter reagire (…)

Quando alte personalità delle SS e della polizia pretendono atti di violenza e brutalità e li elogiano pubblicamente, ciò significa che entro brevissimo tempo comanderà solo il violento (…).

Richard Rhodes, Gli specialisti della morte. I gruppi scelti delle SS e le origini dello sterminio di massa, Milano 2005.

Himmler, d’altronde, è quasi spiaciuto di quel che accade come il buon Blaskowitz, perché udite, udite come giustifica i massacri in Polonia: “naturalmente può succedere a oriente che un treno – ma non solo quello degli evacuati – si geli e la gente muoia assiderata Può succedere, purtroppo succede anche con i tedeschi. Non si può far niente per impedirlo, quando si è in viaggio da Lodz a Varsavia e il treno rimane bloccato per dieci ore sulle rotaie. Non si può prendersela né con il treno, né con nessun altro. È il clima. È spiacevole per i tedeschi, spiacevole per i polacchi, spiacevole, se proprio si vuole anche per gli ebrei, ammesso che vi sia qualcuno che desideri avere pietà di loro. Ma non è intenzionale, né lo si può impedire. Non è il caso di levare un gran lamento per questo”.

R. Rhodes, op. cit

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Le menzogne dei fascio -leghisti che sono i migranti a riportare il Covid smentite dal “terrore” del Billionaire..

Ci volevano i migranti disperati magari positivi ( come tanti italiani) per ridare fiato alla propaganda razzista del fascio leghismo.

Non è che ci voleva Salvini per ricordare che la crisi è tragica per milioni di italiani, nè Musumeci per liquidare il problema emigrazione chiudendo gli hotspot siciliani visto che lì sbarca gente che fugge dalla miseria, ma non dalla guerra ( balordi clandestini li ha chiamati il Salvini pensiero).

Dovremo essere orgogliosi invece di tentare di dare un riparo a chi arriva dal Nord Africa anche nel mezzo di una crisi come quella del Covid: è forse la cosa che maggiormente differenzia il governo Conte due, dal Conte uno, e che fa tirare un sospiro di umanità a chi crede che la salute e il lavoro siano valori universali.

Ma vi sono reazionari che si conoscono troppo bene, che sono sempre a caccia delle streghe, gente in malafede che flirta con miliardari guru come Steve Bannon, oppure si compiace del sogno di Briatore che ora è un incubo per chi ha negato banalmente la pericolosità della riapertura delle discoteche.

Affermare che il 20 settembre alle elezioni Regionali, dovessero continuare gli sbarchi, Salvini&Meloni potrebbero vincere a mani basse, non è azzardato.

I 35 mila morti sarebbero seppelliti sotto il presunto contagio dei migranti, che diventerebbero ancora capro espiatorio delle inefficienze dei ” comunisti”.

Naturalmente l’Europa civilizzata avrebbe poco tempo per occuparsi di africani poveri, il realismo dei politici non è la demagogia degli spiriti liberi pronti ad abbracciare la nuova teologia della liberazione di Bergoglio….

Il 7 settembre dovrebbero riaprire le discoteche, il 14 le scuole, la vita va avanti….

24 .8 – Si riparte con sanità, scuola, lavoro…. il welfare del tetro socialismo reale

Come conciliare sanità, ritorno a scuola e ripresa del lavoro in tempo di covid fase due, tre, quattro ecc?

Che la confusione sia massima non c’è da meravigliarsi, era non solo prevedibile, ma con tutto quello che è arrivato e sta arrivando addosso al Belpaese, forse l’estate è andata meglio del previsto da ogni punto di vista: il rapporto turismo – contagi è meglio di Francia, Germania, Spagna…in fondo, si dice,non abbiamo fatto male,

Il problema della ripresa delle lezioni, nonostante le magagne non risolte dal ministro Azzolina, è tema in tutta Europa, paese ricchi e paesi poveri se non mandano i figli a scuola possono pure cancellare ogni aspirazione al progresso.

Ma se vai a scuola e ti infetti chi lo dice alla mamma?

Così, dopo aver chiuso le discoteche dei premi Nobel della Medicina, Briatore.& Santanchè, togliendo lavoro agli addetti del settore, non puoi chiudere le scuole togliendo il diritto all’istruzione ai giovani.

Nei paesi del socialismo reale, tetri, grigi, dittatoriali,invivibili l’istruzione era garantita anche nella Leningrado assediata dai nazisti, e a Cuba, come tutti sanno, il servizio sanitario nazionale ha curato il miliardario Maradona come curava i propri cittadini poveri.

Si vuol dire che i bisogni essenziali per cui nella storia si è versato sangue e violenza a piene mani ritornano ad essere il termometro di una vita possibile.

E’ la struttura capitalista nel suo insieme che non accetta questa triade virtuosa dello stare al mondo, investite in un grande green new deal sarebbe quindi la soluzione più vicina ad una società  più onesta, discreta, quasi socialista.

Ma per ora guardare troppo lontano significa perdere di vista il problema principale: come votare al referendum sulla riduzione dei parlamentari?

Buon rientro.

dal 14 agosto al 18 agosto e book gratuito attacco nazifascista all’Europa: da 1939 -1945 il racconto della guerra giusta

buon Ferragosto

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La Repubblica delle stragi fu fondata dal Duce e dai nazisti: promemoria per smemorati fascio leghisti

Brano tratto da Pierluigi Raccagni, 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta, vol II

SALO’: UNA REPUBBLICA NAZI – FASCISTA

Lo choc per la conquista di Roma da parte degli Alleati, lo sbarco in Normandia di due giorni dopo, l’offensiva sovietica a est verso la Polonia, non potevano lasciare tranquillo Benito Mussolini e il governo fantoccio della Repubblica di Salò.

Il Duce, sempre più ostaggio dei tedeschi, (non aveva nemmeno una linea diretta sul suo telefono personale), si convinse che la repressione della guerra partigiana fosse fondamentale per tentare di difendere quel lumicino di speranza non tanto verso la vittoria finale, quanto per evitare la morte entro il Natale del 1944 del fascismo Repubblicano.

Il tentativo di creare un esercito Repubblicano da parte di Graziani, su ordine di Mussolini, non aveva ottenuto grande successo.

Il generale Graziani si era dato da fare per costituire un esercito con la leva del 1923, ma le diserzioni erano tante, lo spirito poco reattivo, i giovani che disertavano venivano trasferiti dai tedeschi in Germania.

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Il 15 luglio del 1944 Mussolini si mise in viaggio verso Monaco per visitare i campi dove, per concessione tedesca, si erano costituite quattro divisioni italiane.

La visita a Rastenburg era di quelle ufficiali.

Insieme a Mussolini, infatti, viaggiarono Graziani, il figlio Vittorio, il sottosegretario degli esteri Mazzolini, l’ambasciatore a Berlino Anfuso.

Alla comitiva si unirono il feldmaresciallo Keitel, il generale Fromm e altri ufficiali tedeschi.

Il Duce il 17 luglio passò in rivista la Monterosa e l’Italia, il 18 la S. Marco e la Littorio.

E qui Mussolini ebbe un inaspettato tripudio che quasi lo commosse:

“Per un momento gli parve di tornare indietro negli anni, il recente passato di sconfitte e di umiliazioni era cancellato, si rinnovavano i tempi dei trionfi e dei caldi abbracci popolari, dei dialoghi con la folla. Perché i giovani lo accolsero con calore, ebbero la sensazione di vedere in lui qualcosa della patria, l’antico capo in cui avevano creduto e di cui avevano sentito parlare e di cui avevano sentito decantare per anni soltanto vittorie.

Ora era davanti a loro, a testa alta, udivano quella voce intensa, provavano l’orgoglio di sentirsi per la prima volta comandati da un italiano superiore a quei tedeschi a cui erano stati costretti ad ubbidire tacendo (…) Si trattava di veri militari e in quei giorni il loro slancio fu autentico, la dimostrazione di efficienza fornita fu esemplare per compattezza e capacità.

Cfr.Silvio Bertoldi, Soldati a Salò, L’ultimo esercito di Mussolini, Milano 1995, pp.67,68

Mussolini forse aveva fatto un miracolo, convincendo i tedeschi a dare credito al suo carisma e alla sua capacità organizzativa.

Mentre l’esercito del sud di Badoglio era riuscito a racimolare 5.000 coscritti, qui in Baviera il Duce aveva ritrovato un suo esercito, una sua passione, una ragione per continuare a combattere.

Anche in questo caso, però, l’entusiasmo fu passeggero.

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Una volta tornati in Italia quei soldati italiani, orgogliosi di esserlo, dovettero ben presto ricredersi.

Scrive Giorgio Bocca:

“C’è naturalmente il problema delle defezioni: il ritorno in patria è uno shock per i ragazzi: stazioni deserte, spettatori silenziosi, l’aria cupa della guerra civile di cui nessuno gli ha parlato, inviti a fuggire che non capiscono, qualche grido ostile. Alcuni reagiscono con ira, ci sono Alpini della Monterosa che schiaffeggiano dei giovani “per il loro contegno – riferiscono – poco riguardoso verso la truppa”.

Cfr. Giorgio Bocca, la Repubblica di Mussolini, op.cit. pag.273

Tutto questo accadde nel luglio del 1944, il mese dell’attentato al Führer.

Anche la Germania, pensava Mussolini, non era rimasta immune da un colpo di stato contro il suo dittatore.

Mussolini, sempre considerato dai tedeschi l’unico serio italiano in mezzo ad un popolo di traditori, non poteva però rallegrarsene con il sentimento del “mal comune mezzo gaudio”.

La Repubblica era già stata nazificata dal 21 giugno dello stesso anno, quando erano state costituite le “Brigate nere” per decreto dello stesso Mussolini:

“(…) data la situazione che è dominata da un solo decisivo, supremo fattore: quello delle armi e del combattimento, davanti al quale tutti gli altri sono di assai minore importanza, decido che a datare dal 1° luglio la struttura politico – militare del Partito si trasformi in un organismo di tipo esclusivamente militare.

Cfr. Italia drammatica, op. cit.n.40, pag.610

Era una dichiarazione, quella del Duce, che in pratica militarizzava il fascismo e che creava i presupposti per una feroce repressione contro le forze della resistenza, cominciando dal Piemonte, dove il “banditismo” creava grossi problemi anche ai tedeschi.

Era anche l’ammissione dello sfacelo politico delle province del nord, dove la popolazione non aderì al nuovo fascismo

20.8.2020-Agosto 1944: la rivolta di Varsavia e la carneficina nazifascista; promemoria per fascio leghisti e reazionari

Brano tratto da 1939 – 1945 Il racconto della guerra giusta, vol II di Pierluigi Raccagni

1944 LA RIVOLTA

I tedeschi furono colti completamente alla sprovvista quando iniziarono i combattimenti con lancio di molotov e grappoli di bombe a mano sistemati sotto i cingolati dei carri nazisti.

A capo della rivolta c’era il comandante Bor – Komoroski, comandante dell’esercito nazionale, che aveva avvisato Mosca con un messaggio per avvertire Stalin che l’insurrezione sarebbe iniziata il 1° agosto alle 17.

“Alle 17, come concordato, i numerosi capisaldi tedeschi furono attaccati, occupati o bombardati da gruppi di giovani coraggiosi che portavano bracciali rossi e bianchi; i civili erano ancora per le strade, e alcuni rimasero vittime del tiro incrociato, oppure isolati per

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sempre dalle loro abitazioni. Ben presto la bandiera rossa e bianca sventolò in vetta al palazzo della Prudental, il più alto della città. Fu conquistato un importante arsenale e deposito tedesco. Altrettanto avvenne per l’ufficio delle poste, la centrale elettrica, gli uffici delle ferrovie del sobborgo di Praga e di vaste zone della città. Il costo fu di 2.500 morti, l’80 per cento dei quali dell’Ak (Esercito nazionale nda). Un totale simile a quello delle perdite degli Alleati sulle spiagge della Normandia il giorno dello sbarco.”

Norman Davies, La rivolta, op.cit pp.279,280

Il 2 agosto la BBC fu la prima stazione radio che annunciò al mondo che la rivolta di Varsavia era in corso.

Radio Mosca, già il 25 luglio, insieme alla radio di Lublino, aveva lanciato appelli all’insurrezione.

L’insurrezione non era iniziata male.

Il maresciallo Rokossovski era fermo alla periferia, anche se non interveniva era pur sempre un pensiero per i nazisti, che intanto avevano convocato a Varsavia un macellaio delle SS, Bach – Zelewski, specializzato in repressione antipartigiana.

I combattimenti all’interno della città avevano liberato 250 ebrei tenuti prigionieri dai nazisti, avevano anche catturato due carri armati Tigre. I patrioti polacchi erano armati alla meglio, fecero miracoli, riuscirono persino a conquistare vari settori del centro di Varsavia, ma la lotta era impari.

I polacchi, dopo i successi iniziali, cominciarono a dubitare dell’intervento dei sovietici, Mosca non dava nessun segno di vita, sembrava che l’Armata Rossa si fosse volatilizzata.

Privi di artiglieria e di armi pesanti, il 19 agosto alle 9 del mattino i partigiani subirono un attacco concentrico alla città vecchia, divenuta la roccaforte della resistenza.

Bisogna pensare che i tedeschi avanzarono con circa 40.000 uomini: reparti della Wehrmacht, della polizia, delle SS, del personale della Lutwaffe erano della partita, così come la famigerata Brigata ucraina Kaminski, che per la sua crudeltà veniva pure criticata dalle SS…

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I rivoltosi, rimasti in 5.000, erano armati soprattutto di mitragliatrici e bottiglie molotov.

I tedeschi, nonostante la superiorità di mezzi e uomini, ci misero due mesi, per sedare la rivolta di Varsavia.

Il “voltafaccia di Stalin” secondo gli storici polacchi comunisti era motivato dall’atteggiamento del governo polacco di Londra, presieduto da Mikolajczyk, che era troppo spostato su posizioni anticomuniste: quindi Stalin fece fare ai tedeschi quello che lui avrebbe dovuto fare dopo la presa di Varsavia.

D’altronde, se si escludono i tentativi disperati di rifornire i rivoltosi da parte delle fortezze volanti di Roosevelt, (che caddero in mano tedesca), e i tentativi di Churchill di convincere Roosevelt ad usufruire delle basi russe senza autorizzazione, anche per gli Alleati non era semplice trattare la questione polacca che metteva fortemente in discussione l’alleanza fra democrazia e comunismo contro il nazifascismo.

Quando il 13 settembre si mosse anche Rokossovski, ormai era tardi. La resistenza, stremata, il 2 ottobre si arrese ai tedeschi che su ordine di Hitler distrussero la città.

La riconquista di Varsavia fu uno degli ultimi successi militari della Germania nazista.

La città rimase nelle mani dei tedeschi, demolita e spopolata come’era, fino al primo giorno del 1945 quando i sovietici finalmente entrarono nella capitale di fronte alla quale erano stati respinti nel 1920. L’AK (esercito nazionale nda), fu dissolto dall’offensiva invernale sovietica, a marzo diciassette capi polacchi non comunisti, che viaggiavano con salvacondotto e su invito sovietico per incontrarsi con un generale, furono mandati a Mosca dove furono tutti imprigionati e alcuni morirono. Per Stalin le conquiste di questi anni (1944 – 1948) rappresentano il seguito della questione non chiusa del 1917 – 1920, l’esportazione della rivoluzione, chiamata dai suoi fautori liberazione e dalle sue vittime conquista”.

Cfr. Calvocoressi op.cit.  

Non ci vuole un Museo: i fascisti di ieri sono come quelli di oggi….

La proposta di tre consiglieri 5 stelle di allestire un museo del fascismo a Roma è stata già cassata dalla sindaca Virginia Raggi e dall’opinione pubblica democratica.

Ma l’idea del Museo, strampalata come da consuetudine quando alcuni grillini si inventano la storia, è l’ennesimo esempio di come il fascismo sia ancora popolare in Italia,e non solo.

Nel mese della rievocazione della strage di Bologna, infatti, non sembra ci sia stata alcuna commemorazione significativa da parte del latente e mascherato liberal – fascismo” legale” di oggi.

Imperterriti davanti alla più grande strage del dopoguerra in Europa Salvini, Meloni, ma pure il liberale Berlusconi non si sono spesi contro l’eterno fascismo italico.

Anzi, sui social, la panza del popolo reazionario, odiatore della democrazia, si è affrettata a rievocare Gulag, Stalin, Brigate Rosse per dire che in fondo ” cosa è una strage fascista, una delle tante stragi dagli anni sessanta, di fronte ai milioni di morti del comunismo”?

Questo tanto per dire che riguardo al fascismo, quasi nulla è cambiato nella sua valenza antidemocratica e anticomunista.

Non c’è via di uscita per la democrazia italiana, in questo senso.

Il fascismo di oggi è quello di comodo, quello che delega all’uomo forte di turno con connotati razzisti e nazionalisti il quieto vivere delle porcate contro i deboli.

Tutti cose risapute e dette all’indefinito.

Ma offendere in questo modo le vittime di Bologna, i loro parenti, il loro dolore significa che da certa gente c’è da aspettarsi di tutto.

Soprattutto quando non si ha il coraggio di vedere che lo stragismo viene considerato da certi ambienti reazionari e piccolo borghesi un effetto collaterale della lotta al comunismo.

E’ per questo che in pieno agosto del Covid mio non ti conosco, non si può scordare che noi siamo sempre qui.

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10.8. 2020 Il massacro in Russia:il Duce fece anche cose buone..promemoria per fascio – leghisti- negazionisti

Brano tratto da Pierluigi Raccagni 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta vol.II

1943 CENTOMILA GAVETTE DI GHIACCIO

Al momento in cui si scatenò la grande offensiva invernale russa, l’8a Armata italiana era schierata sulla sponda del Don, fra la 2a Armata ungherese e la 3a Armata romena.

Il dislocamento era così concepito procedendo da nord a sud:

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  • corpo d’Armata alpino, (divisioni Tridentina, Julia, Cunense e divisione fanteria Vicenza);
  • 2° corpo, (divisioni Cosseria e Ravenna); 35° corpo, (divisione Pasubio); 29°corpo, (divisioni Torino, Celere, Sforzesca sotto il comando germanico).

Come abbiamo visto in precedenza, le forze italiane non potevano resistere alla massa d’urto dell’Armata Rossa.

Il mattino dell’11 dicembre i sovietici attaccarono le posizioni tenute dalla divisione Ravenna, il 13 riuscirono a infiltrarsi nella zona di Novaia Kalitva. Ma è il 16 dicembre il giorno in cui arrivò il colpo decisivo perché le truppe sovietiche sbaragliarono le posizioni.

Gli italiani, per quanto dotati di coraggio da vendere, non potevano resistere alle truppe siberiane equipaggiate per il freddo e dotate di armamento pesante.

Con poco carburante e poco cibo le divisioni si ritrovarono in mezzo ad un mare di neve in balia del freddo, del ghiaccio, della fame e delle quattro divisioni corazzate sovietiche.

Non c’era, infatti, da parte italiana un disegno strategico di ritirata: il vuoto creato nello schieramento dell’Asse sul Don da parte dei sovietici, non poteva essere colmato da nessuna divisione.

Così ci fu un “si salvi chi può”, che comportò la lunga marcia verso Occidente, attraverso la pianura russa gelata che durò dal 25 gennaio al 3 marzo del 1943.

L’interminabile fila di uomini semicongelati, con le coperte in testa per proteggersi dal freddo, con i visi incrostati di ghiaccio, tallonati senza sosta dal nemico con mezzi corazzati, sarà l’emblema della fine del fascismo. Sarà l’esempio determinante che un Grosso Caporale con retorica, demagogia, superficialità, criminalità, aveva mandato al massacro 200.000 uomini senza nemmeno sapere cosa fare per ritirarsi.

E poi c’erano i rapporti fra tedeschi e italiani, che in Russia avevano raggiunto il minimo di collaborazione e il massimo di disprezzo reciproco.

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Non bastava più l’efficienza tedesca ad affascinare i soldati italiani sbrindellati e con le scarpe di cartone, la politica di genocidio dei nazisti aveva nauseato gran parte delle truppe e degli ufficiali, anche se qualche battaglione di fascisti aveva avallato la politica del terrore contro i bolscevichi.

I tedeschi prendevano gli italiani per sfaticati, per perdigiorno inconcludenti, per ladri.

Gli italiani dicevano dei tedeschi, “i soliti porci”.

Tutti i peggiori luoghi comuni, insieme alle immancabili mezze verità erano usciti dalle trincee dopo lo sfondamento sovietico delle linee italiane.

E nelle alte sfere le frecciate fra le parti certamente non mancavano.

Quando il ministro degli esteri si recò a Rastenburg incontrando Walter Hewell, uno degli intimi del Fṻhrer, e gli chiese se la nostra Armata avesse avuto molte perdite gli fu risposto: “No, nessuna, perdita, stanno fuggendo”.

“Come voi a Mosca l’anno scorso”, fu la risposta.

“Esattamente”, chiuse Hewell, dimostrando comunque poca fiducia nella vittoria finale.

I sovietici superarono a nord la colonna in ritirata.

Per evitare un ulteriore accerchiamento, gli italiani dovevano camminare con marce di trenta – quaranta chilometri e con temperature che raggiungevano i quaranta gradi sottozero.

I tedeschi, a questo punto, non capivano come mai gli italiani trovassero ospitalità nelle isbe, con la popolazione pronta a dividere il proprio cibo e il proprio letto con quei disgraziati che camminavano per la steppa.

Da questi episodi nacque il mito degli” italiani brava gente” o meglio del “talianski karasciò, italiani buono”.

“Italiani buoni, tedeschi non buoni, morte ai tedeschi. Chi ha fatto la sacca questo ritornello lo conosce bene. Nell’isba del vecchio non c ‘era nulla da mangiare, almeno non vi trovammo nulla.

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Passammo all’isba vicina, la porta ci fu aperta da un bambino.

Entrammo.

Attorno ad un tavolo seduti c’erano cinque o sei tra donne e bambini. Stavano mangiando. Ognuno aveva in mano un cucchiaio di legno e con quello attingeva ad un’unica zuppiera posta in mezzo alla tavola.

Li vedo ancora sbalorditi con i cucchiai a mezz’aria, la zuppiera che fumava sul tavolo, tutti immobili e seduti e noi, il tempo di un attimo strappare loro di mano i cucchiai e cacciarli nella zuppiera e portare alla bocca la broda di patate in piedi fra loro seduti in una mano l’arma e nell’altra il cucchiaio che andava e veniva sbraitando”.

Cfr Egisto Corradi, in Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, op.cit n. 45, pag. 142

Italiani affamati rubavano il pane di bocca ai russi, prima però i soldati dell’Armir avevano diviso con i contadini il magro rancio che passava l’Italia dell’impero fascista: italiani e russi sembravano divisi, in realtà erano uniti dalla fame, dalle privazioni, dalla loro condizione proletaria e da tanta carica umana:

“(…) vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge.

Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio.

Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano: le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto: E d’ogni mia boccata. Spaziba dico quando ho finito (…) la donna che mi ha dato la minestra è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi una fava di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco”.

Cfr.E. Biagi, La seconda guerra mondiale, op.cit. pag146

Quella subumana specie bolscevica, slava, mangiatrice di bambini non era poi così feroce, pensavano molti soldati italiani.

Ma il trattamento ospitale, generoso e per niente violento dei contadini russi, contrastava in modo radicale con l’arroganza e la violenza dei tedeschi, in particolare dei nazisti.

Il Duce, in questo senso, non aveva compreso proprio nulla.

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Convinto che il 24 dicembre le nostre truppe conducessero una battaglia difensiva e che la “situazione fosse solo delicata”, credeva ancora nell’alleato tedesco per ribaltare la situazione.

Ma era un’illusione a cui il Duce del fascismo si attaccava con sempre minor convinzione perché in realtà come vedremo sperava nella pace con la Russia.

Intanto il comando supremo italiano aveva compreso che il comando dell’8a Armata aveva perso il controllo della fanteria e che si era prodotta una spaccatura; i fanti travolti e sul fronte degli alpini tutto tranquillo.

La ritirata, insomma, avvenne nel caos degli ordini e dei contrordini.

La colonna della ritirata, lunga decine di chilometri, era la più netta e limpida rappresentazione della disfatta del fascismo e delle sue velleità criminali.

Basta pensare che ai primi di gennaio a Rikowo si riunirono i resti della Celere che si era difesa accanitamente dagli attacchi sovietici: all’appello mancavano 7.000 uomini e l’80% degli automezzi.

La guerra italiana diventò sofferenza e caos, con le facce dei soldati italiani sfigurate dai trenta gradi sotto zero “una biscia nera nel bianco della steppa”, fatta di fantasmi che pensavano solo a salvare la pelle e che della patria, del fascismo, della lotta al giudaismo e al bolscevismo non sapevano che farsene.

Il corpo d’Armata alpino fu l’ultimo a essere investito dall’offensiva sovietica di dicembre, mentre la Julia rischiò di essere accerchiata dall’offensiva sovietica insieme al 24° corpo d’Armata tedesco, la Cuneense e la Tridentina mantennero invece le loro posizioni.

Il 17 gennaio gli alpini ricevettero dal comando del corpo d’Armata l’ordine di ripiegare su tre linee:la ferrovia che transitava a Rossosch, la valle Olkovatka e la valle Nicolajewka.

Vi erano quattro divisioni che presero la strada della ritirata a cui si unirono 10.000 soldati sbandati tedeschi e ungheresi.

Inutile dire che si trattava di truppe logorate da un mese di combattimenti durissimi coi russi.

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Quello che successe in quella ritirata fa parte della letteratura e della memorialistica mondiale per quanto riguarda soprattutto il corpo degli alpini.

Dopo otto giorni di marcia, nei pressi di Nikolajewka, con il sopraggiungere del 5° reggimento alpini, dopo che l’infinita colonna aveva dovuto fermarsi per i bombardamenti russi, vi fu una battaglia epica.

Gli italiani, alpini e sbandati di tutti i reparti, si lanciarono in una carica temeraria che sbaragliò i russi che lasciarono sul campo oltre due reggimenti e parecchi mezzi corazzati.

Come scrive Giulio Bedeschi in “Centomila gavette di ghiaccio”, (Milano, 1963):

“Tridentina … Tridentina avanti! – gridò con forza selvaggia il generale Reverberi dall’alto del carro armato in movimento indicando con il braccio puntato Nikolajewka.

Non fu lasciato avanzare da solo ; i suoi alpini, riserva disarmata, si gettarono avanti seguendo il carro; generali e soldati raggiunsero i battaglioni che, elettrizzati, fecero massa compatta; il carro non cadde, quell’uomo ritto sul tetto metallico non fu trapassato, Iddio lo lasciò in piedi, gli consentì di guidare gli alpini fin sulle difese nemiche, di travolgere in uno slancio furibondo, di rovesciare i cannoni fumanti, di porre in fuga i russi conquistando Nikolajewka e aprendo il varco entro cui dal costone, come richiamata dalle soglie della morte, irruppe la marea di uomini dilagando nel paese”.

La forza della disperazione, non certo le strategia di guerra, portò la lunga colonna fuori dalla sacca dopo 70 chilometri di marcia.

E in Italia le cose cambiarono radicalmente.

Era terminata l’avventura dell’Armir in Russia che la criminale presunzione di Mussolini aveva mandato al massacro:

all’appello mancavano 84.000 uomini quasi il 40% della forza attiva dell’Armata, 10.000 dei quali, tenuti prigionieri dai sovietici, sarebbero tornati dopo la guerra.

La sconfitta generò l’antifascismo, l’odio verso il regime.

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Altro che barzellette sul Duce la Petacci e i gerarchi, quello che i soldati e gli ufficiali avevano visto in Russia diceva tutto del regime fascista.

I tedeschi soffrivano per la guerra perché ci credevano, oppure perchè l’organizzazione dei comandi almeno li motivava. Gli italiani soffrivano poiché avevano capito che i russi non erano i nemici, e che i nemici forse erano proprio a casa loro.

E che erano stati i fascisti ad averli mandati a morire fra le nevi di un paese lontano migliaia di chilometri.

“Centomila gavette vuote di cibo, colme di ghiaccio, costellavano la neve e segnavano la sorte dei combattenti imprigionati nella sacca presso il Don: avvolti dalla stanchezza e dal freddo gli alpini non capivano quasi più nulla eccetto quell’andare dietro agli altri. I piedi inciampavano uno contro l’altro perché avevano perduto sensibilità, pezzi di ghiaccio ormai, sospinti in avanti dalla disperazione.

(…….) Nelle ore più fonde della notte la marcia divenne agonia;la

fame rabbiosa latrava nel petto senza che gli uomini potessero saziarla, poiché era assurdo pensare di poter mordere le gallette di pietra o esporre le mani al gelo; il sonno e la stanchezza intorpidivano la mente e i muscoli; richiedendo alla volontà un disperato sforzo per reggere e proseguire; e sopra ogni cosa la prolungata esposizione agli estremi rigori del freddo moltiplicava le sofferenze; riunendole in una sola sensazione che sussurrava agli orecchi dei soldati allucinanti presagi di prossima inevitabile fine”

“Il paese era grande, sparso, abbandonato dagli abitanti, le isbe già rigurgitavano di soldati giunti da ore: la marea di disperati lo assaltò, s’affollò intorno alle isbe già ricolme di uomini giacenti (…)

Ma migliaia di altri sopraggiungevano ancora e facendo ressa contro gli usci imploravano, imprecavano, bestemmiavano, piangevano vedendo la porta e la salvezza ad un passo e restandone tuttavia esclusi”. Cfr. Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio

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