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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

23.3 -Storia-Quando gli antifascisti stavano nella stessa trincea: promemoria per rossobruni da de- nazificare

.BRANO TRATTO DALL’EBOOK ORDINE NUOVO E PRIME SCONFITTE DELL’ASSE GRATUITO DAL 23 MARZO AL 27 MARZODurante l’avanzata dalgiugno al dicembre del 1941 all’euforia per la vittoria, si unì l’euforia per il sangue: all’ orgia nazista, una putrefatta ideologia della morte, parteciparono esercito, polizia e autorità civili tedesche.
I dissensi che provenivano da alcuni generali dell’aristocrazia prussiana erano flebili voci, non sempre contraddistinte da azioni pratiche sul campo.
Il day by day della guerra in Urss era all’insegna di chi massacrava maggiormente i più deboli: ad un certo punto gli alti comandi proibirono ai soldati tedeschi di mandare fotografie dei massacri.
“Il 5 ottobre 1942 il mio capo operaio e io ci recammo direttamente alle fosse.
Udii una rapida successione di spari dietro uno dei mucchi di terra.
Le persone scese dagli autocarri – uomini, donne, bambini di ogni età – per ordine di un milite delle SS che impugnava una frusta da cavallo o da cane, erano costrette a spogliarsi e collocare ordinatamente gli abiti (…)
Senza piangere o gridare la gente, nuda, se ne stava in gruppi divisi per famiglie, si baciava e salutava in attesa del segnale di un altro milite delle SS, anch’esso con una frusta, che stava vicino alla fossa. Durante i quindici minuti che trascorsi accanto alla fossa non udii nessun lamento.
Dichiarazione giurata di Hermann Friedrich Graebe, ingegnere tedesco, davanti al tribunale alleato di Norimberga”.
Cfr. Enzo Biagi, Seconda guerra mondiale op. cit.n.31, pag.329

Durante l’avanzata dalgiugno al dicembre del 1941 all’euforia per la vittoria, si unì l’euforia per il sangue: all’ orgia nazista, una putrefatta ideologia della morte, parteciparono esercito, polizia e autorità civili tedesche.
I dissensi che provenivano da alcuni generali dell’aristocrazia prussiana erano flebili voci, non sempre contraddistinte da azioni pratiche sul campo.
Il day by day della guerra in Urss era all’insegna di chi massacrava maggiormente i più deboli: ad un certo punto gli alti comandi proibirono ai soldati tedeschi di mandare fotografie dei massacri.
“Il 5 ottobre 1942 il mio capo operaio e io ci recammo direttamente alle fosse.
Udii una rapida successione di spari dietro uno dei mucchi di terra.
Le persone scese dagli autocarri – uomini, donne, bambini di ogni età – per ordine di un milite delle SS che impugnava una frusta da cavallo o da cane, erano costrette a spogliarsi e collocare ordinatamente gli abiti (…)
Senza piangere o gridare la gente, nuda, se ne stava in gruppi divisi per famiglie, si baciava e salutava in attesa del segnale di un altro milite delle SS, anch’esso con una frusta, che stava vicino alla fossa. Durante i quindici minuti che trascorsi accanto alla fossa non udii nessun lamento.
Dichiarazione giurata di Hermann Friedrich Graebe, ingegnere tedesco, davanti al tribunale alleato di Norimberga”.
Cfr. Enzo Biagi, Seconda guerra mondiale op. cit.n.31, pag.329

L’esercito tedesco era mal ridotto e si dice che avesse imparato la pratica locale di segare le gambe dei morti, per disgelarle su un fuoco, così da levare gli stivali ai cadaveri.
Nel suo libro” Fronte Orientale “(op.cit.), Omer Bartov descrive come la mancanza di un vestiario invernale adatto contribuisse fortemente a rendere più acute le sofferenze dei soldati. “Gli uomini della 12a divisione, ad esempio, portavano ancora all’inizio del terribile inverno russo, le uniformi indossate all’inizio della campagna”
Il comando si limitò a consigliare di imbottire le divise con dei giornali, ma anche la carta scarseggiava.
La fiducia nella vittoria finale non era venuta meno fra le fila della Wehrmacht. Però, così come Hitler aveva sottovalutato i sovietici, così Stalin fece lo stesso errore presupponendo che i tedeschi, con la mancata presa di Mosca, fossero in procinto di essere cacciati dall’Unione Sovietica.

1942 VERSO IL CAUCASO
Il 22 agosto venne annunciato a Hitler che la bandiera della croce uncinata sventolava sul picco all’Ovest dell’Elbrus, alto m. 5.633.
Era la più alta cima del Caucaso, i super – uomini tedeschi avevano fatto il loro dovere.
Il Führer, però, era tutt’altro che soddisfatto e la croce uncinata, infatti, avrebbe già dovuto sventolare su Stalingrado; il folclore di quell’impresa non fece altro che imbestialire il Piccolo Caporale.
Puntare su Stalingrado era l’obiettivo dell’Operazione Blu.
All’inizio la scelta era parsa di secondaria importanza quale obiettivo strategico, ora era diventata un obiettivo da centrare al più presto.
Fu la caduta di Rostov ad aprire la via del Caucaso ai nazisti, poi vi furono le avanzate di Von Kleist ai piedi delle prime montagne caucasiche vicino a Majkop, centro importante di giacimenti petroliferi.
Quando i tedeschi arrivarono a Majkop ebbero però una brutta sorpresa; i sovietici avevano fatto calare centinaia di tonnellate di cemento nei pozzi.
La tattica della “terra bruciata”, insieme alla resistenza ad oltranza fra le macerie, stava diventando un incubo per la sicumera nazista.
Verso Stalingrado la terra andava conquistata palmo a palmo, isba per isba.
Un fascista belga – vallone, al seguito della crociata universale anticomunista, era convinto che la guerra fosse finita.
Tutto era stato ripulito.
Avrebbero incontrato sui fiumi sacri del Tigri e dell’Eufrate le truppe africane del maresciallo Rommel, provenienti dal Canale di Suez (…)
Era un sogno di onnipotenza, partorito dalla mente vulcanica e criminale del Führer, che aveva fatto breccia fra gli ascari dell’anticomunismo militante e sterminatore.
I sovietici, invece, resistevano e il fatto costò il posto al Maresciallo List.
Chi invece sembrava avere il vento in poppa erano i panzer della seconda Panzerarmee del generale Hoth, che procedette lungo il Don in direzione di Stalingrado.
Hitler, però, voleva chiudere la partita, aveva fretta, a Berlino si cominciava a dubitare delle doti infallibili del Piccolo Caporale.
Certo la corsa verso l’oro nero del Caucaso era essenziale, ma rischiava di essere poi incontrollabile tutto il resto del fronte.
Hitler, quindi, fece questa analisi.
Le forze corazzate tedesche avevano accerchiato nella sacca di Izium 20 divisioni nemiche e avevano fatto prigionieri 240.000 uomini.
Stalingrado ormai era conquistata, bisognava mandare la 4a divisione Panzer lungo il corso inferiore del Don ad aiutare Von Kleist a raggiungere il petrolio del Caucaso.
In Crimea Von Manstein si era impadronito di Sebastopoli.
La 4a divisione Panzer si dirigeva verso Stalingrado seguendo il corso del Don.
Fu un errore fatale del Piccolo Caporale.
Aveva impedito a Von Kleist di prendere Stalingrado a luglio.
Il blitzkrieg era ormai un ricordo, le tattiche militari dovevano forse cambiare, non tutto poteva essere ottenuto con la volontà e il sangue.
Dopo il siluramento in serie dei generali Hitler rimase al comando del gruppo armate A, che doveva occuparsi del Caucaso, mentre i sovietici ricevevano aiuti consistenti dal Turkistan per proteggere i pozzi di Groznyj.

Il partito comunista e lo stato, non avrebbero potuto sopportare da soli una situazione così disperata.
Stalin , non era più quello del 1937, secondo la vulgata nazional – comunista, la sopravvivenza fisica del popolo passava da un mandato incondizionato alla crudeltà e alla ferocia staliniana.
“Ubi maior minor cessat”, in quella situazione la necessità del vivere diventò la virtù del marxismo – leninismo – stalinismo.
Hitler, però, oltre a ribollire di rabbia perché l’Operazione Blu si era fermata a mezza strada, non aveva perso le speranze della vittoria contro il comunismo.
Il bilancio dell’offensiva era, però, poco tranquillizzante.
Dal 28 giugno la Wehrmacht aveva perso 70.000 uomini e 250.000 risultavano dispersi e feriti.
Di chi la colpa?
Secondo i generali e i marescialli della vecchia scuola prussiana, quelli che comunque si erano ben guardati dal materializzare politicamente il dissenso verso la politica di sterminio dei nazisti in Russia, era stato sottovalutato ampiamente il nemico.
L’ OKW non sembrava scosso da contraddizioni insanabili al suo interno.
In fondo, formalmente, seppur con qualche reticenza, il genio militare di Hitler era ancora riconosciuto, visto le vittorie fin lì riportate.
Sotto le apparenze, però, nessuno poteva essere così cieco da non vedere che Hitler, proprio Hitler, aveva disperso le sue truppe volendo realizzare obiettivi smisurati, quali l’attraversamento del Volga e la conquista del Caucaso.

21.3″L’armiamoci e partite” da remoto del militarismo italiota è di fatto ossigeno per il riarmo

Gli 800 milioni stanziati da Biden per far arrivare al popolo ucraino droni, missili terra aria,e tutto lo scibile dell’arsenale di guerra basta e avanza, per aiutare un coraggioso popolo che si batte contro l’aggressore.

Il parlamento italiano ha approvato un ordine del giorno che prevede di aumentare la spesa militare di ben 13 miliardi, soldi degli italiani non investiti in spese correnti per sanità, scuola etc.

(L’emendamento per l’aumento della spesa militare è targato Lega, che da amica di Putin, è diventata amica dell’Occidente.)

Se questo è per stare nell’idea di un Europa del Recovery plan, che con il riarmo,oltre a costituire l’esercito europeo rilancia il Pil e profitti post pandemia, il calcolo da bottegai liberali con stratosferico debito pubblico coincide con la normale prassi das Kapital.

Ma gli interventisti sono anche di sinistra, ognuno ha la sua opinione.

Se anche Paolo Mieli alla Sette ha citato il partigiano Smuraglia 99 anni, che ha avallato gli aiuti militari all’Ucraina siamo tutti nel politicamente corretto.

Non è vero, però,che tutta la sinistra che non sta idealmente con la Nato sia pilatesca.

Senza ricorrere a bizantinismi filo putiniani, c’è anche chi vuol battersi contro la sostanza dell’imperialismo in queste circostanze: la guerra.

Solo che c’è modo e modo diceva Orazio.

Una sana vocazione idealistica a schierarsi con la democrazia contro la guerra è un dato di fatto che a sinistra ha sempre unito più che diviso, ma l’ interventismo armato rimane una vaccata immane, di una vanagloria immonda.

Perchè ogni tentativo di evocare la Resistenza italiana che aspettava gli aiuti dal cielo di Gran Bretagna e Usa dal 1943 al 1945 è storicamente un parallelismo tirato per i capelli.

Così come ricordare Salvador Allende sul balcone della palazzo della Moneda, per rimembrare un Zelensky in mimetica,forse è fuori da ogni interpretazione storica accumulata nel tempo.

Gli italiani con l’elmetto in testa, virtuale, che si azzuffano con quelli del “voi dove eravate nelle precedenti guerre”, poi è interessante solo per chi guarda la guerra e crede che la sua opinione sia decisiva per la cultura del suo tempo.

Una presunzione da palloni gonfiati.

La volontà di potenza della doxa su Fb si scontra con un episteme difficile da intercettare; non sanno cosa fare Putin e Zelensky, ma sanno cosa mandare in armi quelli che già prefigurano una terza guerra mondiale.

Profeti di sventura una volta, portasfiga nella Treccani del lessico familiare calcistico da qualche anno.

Se Putin minaccia la guerra nucleare, dico agli interventisti,fare la colletta ideologica per mandare armi in Ucraina è patetico, irrilevante è un sognare un ” c’ero anch’io” sul fronte della lotta al male assoluto del neo nazista, non di nome, ma di fatto Valdimir Putin.

Perchè allora la butto lì, spero non in vacca, non organizzare uno sciopero generale europeo contro la guerra d’annessione dell’Ucraina da parte dell’imperialismo dei nuovi Romanov?

La cosa più impressionante, per me è che l’appello del papa a finire l’inutile strage sia passato in cavalleria quasi che, per dirla alla Giuseppe Stalin, il papa non contasse niente per il fatto che non possiede manco una divisione.

Oppure si confonde” il potere nasce dalla canna del fucile” di Mao,con il “mettete dei fiori nei vostri cannoni dei Giganti.?”

Ma la sinistra che viene da lontano non sosteneva che era meglio tramutare la guerra imperialista in lotta di classe?

Con una precisazione doverosa.

Gli antifascisti normali, che vanno dall’Anpi ai sindacati confederali e di base, fino agli anarchici, pur con differenze ideologiche sono contro la guerra,ed è inutile che si voglia trovare una purezza ontologica che giustifichi l’armamento dell’Italia contro i bisogni degli ultimi del fronte interno, profughi e migranti inclusi.

Indebolire Putin con sanzioni è compito dei governi,fare la guerra purtroppo è compito dei generali, morire sul campo è il solito compito dei proletari senza rivoluzione,ma manco senza riforme.

Guerra alla guerra in senso culturale, mi sembra la cosa migliore, rifiutare l’escalation, premere per il negoziato con la mobilitazione dell’opinione pubblica democratica e antifascista forse è la cosa migliore.

NB. Senza tante piaggerie autoreferenziali ci sono persone poco comuniste, poco filo atlantiche, cani sciolti della speranza e della pietas, che accolgono i profughi e che si danno da fare con il volontariato. Lo fanno anche per i neri dell’Africa, senza bisogno di sofisticate teorie di politologi di ultima generazione, che sui social ignorano che il loro discettare urge dell’aiuto del compagno Zingarelli.

18.3// 18 marzo 1978, vittime di guerra; furono Fausto e Iaio a pagare caro e tutto….

Non si può,pure in un tempo come questo infestato da pandemie e guerre, dimenticare l’assassinio di Fausto e Iaio per mano dei fascisti 44 anni fa.

Per me, che ero il professore di Fausto Tinelli al liceo artistico di via Hajech quasi impossibile.

Come già ricordato tante volte a Fausto e Iaio più che la mia militanza in Lotta Continua interessava il reciproco interesse per il blues e il rock degli anni settanta.

Si scorda, oggi, in tempi di revival della guerra fredda, che negli anni settanta era, per moltissimi giovani, più interessante spezzare il pane delle band musicali,che discutere sui 21 punti di Mosca.

La guerra civile di allora fra forze della reazione fascista e movimento giovanile libertario ed extraparlamentare aveva già seminato sangue e morte nelle stragi di stato,negli scontri con la polizia,negli agguati reciproci fra le parti in causa.

E poi quel 18 marzo era davvero speciale.

Due giorni prima c’era stato il rapimento Moro,l’uccisione della scorta, il lungo 68′ non finiva con una rivoluzione liberatrice, ma con una restaurazione che sapeva di caos, di partito armato, di servizi segreti.

E il pagherete caro pagherete tutto che si gridava nei cortei era un grido di battaglia, di rabbia di ricerca dei colpevoli che si stava spegnendo.

Rimaneva la rima baciata del pagherete tutto e delle nostre bandiere a lutto che non è mai tramontata: ad oggi nessun colpevole per la morte dei ragazzi.

Lo diciamo ogni anno,ne abbiamo fatto una questione di giustizia originaria incontestabile.

Sopattutto non hanno pagato i fascisti di allora riciclati in mille occasioni elettorali e ben presenti nel tessuto sociale.

Sarebbe il tempo di dimenticare, non solo per la Storia, il tempo è una medicina.

Ma il risarcimento per le vittime e i familiari non è mai stata vendetta: ma un atto di giustizia universale

16.3 -I proletari russi rispettavano i nostri soldati,anche se venivano da un paese fascista: la russofobia è da cialtroni…

…Ma stare con Putin e’ da criminali rossobruni

Brano tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta Pierluigi Raccagni vol 2 1943 – 1945

CENTOMILA GAVETTE DI GHIACCIO

Al momento in cui si scatenò la grande offensiva invernale russa, l’8a Armata italiana era schierata sulla sponda del Don, fra la 2a Armata ungherese e la 3a Armata romena.

Il dislocamento era così concepito procedendo da nord a sud:

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• corpo d’Armata alpino, (divisioni Tridentina, Julia, Cunense e divisione fanteria Vicenza);

• 2° corpo, (divisioni Cosseria e Ravenna); 35° corpo, (divisione Pasubio); 29°corpo, (divisioni Torino, Celere, Sforzesca sotto il comando germanico).

Come abbiamo visto in precedenza, le forze italiane non potevano resistere alla massa d’urto dell’Armata Rossa.

Il mattino dell’11 dicembre i sovietici attaccarono le posizioni tenute dalla divisione Ravenna, il 13 riuscirono a infiltrarsi nella zona di Novaia Kalitva. Ma è il 16 dicembre il giorno in cui arrivò il colpo decisivo perché le truppe sovietiche sbaragliarono le posizioni.

Gli italiani, per quanto dotati di coraggio da vendere, non potevano resistere alle truppe siberiane equipaggiate per il freddo e dotate di armamento pesante.

Con poco carburante e poco cibo le divisioni si ritrovarono in mezzo ad un mare di neve in balia del freddo, del ghiaccio, della fame e delle quattro divisioni corazzate sovietiche.

Non c’era, infatti, da parte italiana un disegno strategico di ritirata: il vuoto creato nello schieramento dell’Asse sul Don da parte dei sovietici, non poteva essere colmato da nessuna divisione.

Così ci fu un “si salvi chi può”, che comportò la lunga marcia verso Occidente, attraverso la pianura russa gelata che durò dal 25 gennaio al 3 marzo del 1943.

L’interminabile fila di uomini semicongelati, con le coperte in testa per proteggersi dal freddo, con i visi incrostati di ghiaccio, tallonati senza sosta dal nemico con mezzi corazzati, sarà l’emblema della fine del fascismo. Sarà l’esempio determinante che un Grosso Caporale con retorica, demagogia, superficialità, criminalità, aveva mandato al massacro 200.000 uomini senza nemmeno sapere cosa fare per ritirarsi.

E poi c’erano i rapporti fra tedeschi e italiani, che in Russia avevano raggiunto il minimo di collaborazione e il massimo di disprezzo reciproco.

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Non bastava più l’efficienza tedesca ad affascinare i soldati italiani sbrindellati e con le scarpe di cartone, la politica di genocidio dei nazisti aveva nauseato gran parte delle truppe e degli ufficiali, anche se qualche battaglione di fascisti aveva avallato la politica del terrore contro i bolscevichi.

I tedeschi prendevano gli italiani per sfaticati, per perdigiorno inconcludenti, per ladri.

Gli italiani dicevano dei tedeschi, “i soliti porci”.

Tutti i peggiori luoghi comuni, insieme alle immancabili mezze verità erano usciti dalle trincee dopo lo sfondamento sovietico delle linee italiane.

E nelle alte sfere le frecciate fra le parti certamente non mancavano.

Quando il ministro degli esteri si recò a Rastenburg incontrando Walter Hewell, uno degli intimi del Fṻhrer, e gli chiese se la nostra Armata avesse avuto molte perdite gli fu risposto: “No, nessuna, perdita, stanno fuggendo”.

“Come voi a Mosca l’anno scorso”, fu la risposta.

“Esattamente”, chiuse Hewell, dimostrando comunque poca fiducia nella vittoria finale.

I sovietici superarono a nord la colonna in ritirata.

Per evitare un ulteriore accerchiamento, gli italiani dovevano camminare con marce di trenta – quaranta chilometri e con temperature che raggiungevano i quaranta gradi sottozero.

I tedeschi, a questo punto, non capivano come mai gli italiani trovassero ospitalità nelle isbe, con la popolazione pronta a dividere il proprio cibo e il proprio letto con quei disgraziati che camminavano per la steppa.

Da questi episodi nacque il mito degli” italiani brava gente” o meglio del “talianski karasciò, italiani buono”.

“Italiani buoni, tedeschi non buoni, morte ai tedeschi. Chi ha fatto la sacca questo ritornello lo conosce bene. Nell’isba del vecchio non c ‘era nulla da mangiare, almeno non vi trovammo nulla.

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Passammo all’isba vicina, la porta ci fu aperta da un bambino.
Entrammo.

Attorno ad un tavolo seduti c’erano cinque o sei tra donne e bambini. Stavano mangiando. Ognuno aveva in mano un cucchiaio di legno e con quello attingeva ad un’unica zuppiera posta in mezzo alla tavola.

Li vedo ancora sbalorditi con i cucchiai a mezz’aria, la zuppiera che fumava sul tavolo, tutti immobili e seduti e noi, il tempo di un attimo strappare loro di mano i cucchiai e cacciarli nella zuppiera e portare alla bocca la broda di patate in piedi fra loro seduti in una mano l’arma e nell’altra il cucchiaio che andava e veniva sbraitando”.

14.3 Il sistema putiniano, un habitat reazionario di patria,religione e repressione verso i libertari…

La strategia di Putin,quella di creare una madre Russia intrisa di sacro,la Chiesa russa,e profano,le ricchezze degli oligarchi, non è una barzelletta: e una realtà che va oltre i confini russi.

Salvini,che guardava alla Russia e alla sua sovranità neo – imperiale,si è dimostrato un epigone da baraccone del nazionalismo sovranista,ma è solo una comparsa.

Quelli che contano,fra gli esegeti del putinismo rossobruno,come il filosofo russo Dugin,teorizzano apertamente un nuovo mondo così concepito:

Anti occidentalismo e illuminismo

Rifiuto della modernità quale decadenza,che vuol dire connubio fra capitalismo novecentesco e negazione dei diritti civili,massacro delle minoranze,razzismo,guerra all’emancipazione della donna.

Il patriarca della chiesa ortodossa ha dichiarato che la guerra è santa perché contro i gay – pride.

Tutto il movimento globale ambientalista,solidale,libertario, è nemico della Russia e amico della Nato,secondo la narrazione della disinformatia reazionaria.

La debolezza oggettiva delle manifestazioni per la pace in Italia invera la divisione all’interno delle sinistre.

Addirittura la manifestazione di Roma,di Anpi,sinistra italiana e altre cento associazioni è stata guardata con sospetto a sinistra e a destra .

La contraddizione è palese: lavorare per la pace mandando armi è equivalente al “si vis pacem para bellum…”

Dalla destra estrema solite critiche all’Europa senz’anima, tanto per distinguersi da Draghi e PD,negando il fatto che era amica di Trump e Putin come sovrani della nuova destra mondiale.

Giungono notizie che a Belgrado l’estrema destra sia scesa in piazza a favore di Putin: nel senso che il putinismo ha tanti fans in patria e fuori.

Nelle città Putin e’ più debole,nelle campagne sembra sia molto radicato fra chi preferiva non tanto una Russia comunista,quanto una forte potenza mondiale.

Se uno studia l’ origine del movimento nazista troverà in tante posizioni pangermaniste le sollecitazioni care anche a Putin.

Hitler teorizzava uno spazio vitale,Lebensraum, a est,la Polonia fascista era il cuscinetto ideale fra Est e Ovest,così oggi l’Ucraina può diventare lo spazio vitale per la realizzazione di una grande Russia revanchista e panslavista.

Alcuni nazi comunisti italioti,rossobruni in gergo,avallano la tesi dell’impero russo…

Gli Stati Uniti,colpevoli di aver bombardato in mezzo mondo non possono dare lezioni di etica pacifista.

Quando i russi massacrarono i siriani ad Aleppo, Stati Uniti e Nato lasciarono fare.

Cosa si vuole che faccia l ‘Italia, mi domando,che non sa far pagare le tasse ai mafiosi,che non pone una pezza al lavoro nero, se non quello di stare in gruppo cercando di essere utile con le sue migliori armi:volontariato e umanesimo a favore di Ucraini,dissenso russo,e manifestazioni che denuncino il mattatoio nazionalista.

La sinistra può indire uno sciopero generale contro la guerra e per l’uscita dalla Nato,ma non è semplice…

Chi lo fa,se non è stato fatto uno sciopero come si deve a dicembre contro Draghi?

Oppure appoggiare le sanzioni,e sperare in Dio….ma chi lo sa

Denazificate il nazionalismo putiniano

11.3 La vittoria sul nazismo fu dell’Armata Rossa e salvò la democrazia ( promemoria per rossobruni)

Brano tratto da 1939 -1945 il racconto della guerra giusta VOLI

Una guerra giusta è una bestemmia.
Eppure ci voleva una sporca guerra, una guerra perfida e cattiva, magari con l’uso di una bomba atomica che è pur sempre figlia dell’anti- fascismo per salvare il mondo.
Non è uno slogan, né una facile retorica sulla vittoria della democrazia. “solo la temporanea e insolita alleanza del capitalismo liberale e del comunismo, che si coalizzarono per autodifesa contro la sfida del fascismo, salvò la democrazia, infatti la vittoria sulla Germania hitleriana fu ottenuta, e poteva essere soltanto ottenuta, dall’Armata Rossa.
Eric Hobsbwam, Il secolo breve

E ancora: “(…) si è ormai generalmente d’accordo sul fatto che il teatro bellico decisivo sia stato il fronte orientale, poiché senza la resistenza sovietica è difficile immaginare come il mondo democratico sarebbe riuscito a sconfiggere il nuovo impero tedesco…il grande paradosso della seconda guerra mondiale…. la democrazia fu salvata dall’impegno dei comunisti.”
Richard Overy, La strada della vittoria

Armata Rossa e capitalismo, democrazia e comunismo, termini naturalmente inconciliabili, addirittura antitetici per come è stato ed è il mondo.
Il mondo, nel suo irrinunciabile bisogno di pace e civiltà è stato salvato dall’antifascismo che ha messo insieme una sorgente di valori che ha determinato la nascita di una nuova era dell’umanità e la sconfitta del Male Assoluto.
Disse Kennedy all’università di Washington il 10 giugno 1963: “…nessuna nazione nella storia delle battaglie ebbe mai a soffrire più di quanto soffersero i russi nella seconda guerra mondiale.
Almeno venti milioni di persone persero la vita.

Innumerevoli milioni di case e cascinali furono dati alle fiamme saccheggiati. Un terzo del territorio (europeo) del paese, comprendenti quasi due terzi delle industrie, venne trasformato in deserto.
La seconda guerra mondiale, è stata una guerra internazionale perché “l’opposizione fra forze fasciste e antifasciste era interna ad ogni società” (Hobsbwam, Secolo breve).
Winston Churchill, De Gaulle, Stalin, Roosevelt erano una “poltiglia” dal punto di vista ideologico: il loro fronte unito contro Hitler, Mussolini, il clerico-fascismo, il razzismo, l’ideologia di morte fu vincente.
Scrive sempre Hobsbwam che il “fascismo è guerra”, che il fascismo internazionale portò morte e distruzione in tutto il mondo se si eccettua quei paesi che rimasero neutrali.
Di quegli anni che cambiarono il mondo tanti valori positivi sono andati perduti, tanto si è scritto, molto si è cambiato nel novero delle interpretazioni.
Non c’è da aggiungere più nulla
Ma poi c’è sempre qualcosa da ricordare, non solo ai più giovani, molte volte ai più vecchi che non hanno vissuto nessuna guerra. La mia generazione la guerra l’ha sentita raccontare dai genitori.
E ne porta ancora le tracce.
Queste tracce, o anche cicatrici, non possono essere cancellate.
A 80 anni di distanza si può dire che il mondo in quei sette anni scomparve.
Scomparve la civiltà, il senso della pietà e dell’appartenenza al genere umano.
Una cosa è rimasta. La guerra dei 55 milioni di morti è stata apocalittica quanto decisiva per le sorti dell’umanità.
La civiltà, la convivenza, la democrazia, il liberalismo e anche la parte positiva del socialismo dei diritti dei lavoratori sono stati salvati da una guerra santa, l’ultima guerra santa e religiosa della storia dell’umanità. Una guerra giusta, antifascista nel senso di un valore assoluto che non può essere scalfito da negazionisti criminali, né da opportunisti di vario colore.
La salvezza del mondo è stata pari alla spietata determinazione dei vincitori.

7 ANNI, 2174 GIORNI.

Il racconto della guerra giusta VOL.I

9.3 Dalla guerra No-Sì vax,a quella in Ucraina… e “noi che volevamo svuotare gli arsenali e riempire i granai”….

Sono giorni bestiali e tristi per tutta Europa, ora che la guerra è esplosa a Est del continente dove è iniziata la seconda guerra mondiale nel 1939.

Quando ti senti dire “ma voi dove eravate quando i neo nazisti ammazzavano i russi nel Donbass, si può rispondere sempre che chi stava con l’antifascismo c’era, eccome.

E anche prima c’era,pur a costo della vita.

E poi continuare con ” ma voi nella quotidianità pensate sempre alle guerre vs. i tibetani,vs.le minoranze dell’Amazzonia,verso gli juguri musulmani in Cina,verso le minoranze cristiane in Africa.”?

Polemiche secondo me idiote, contrapposizione ideologiche da perdigiorno…

Questa guerra colpisce tutto sommato anche la nostra presunzione che faceva del covid una guerra mondiale,con un” noi” vaccinati e “loro”no vax che non comprendeva sfumature,ragioni altrui..

La proibizione di andare al ristorante, “io resto a casa”,la retorica da anime belle, l’odio verso il no vax che si prendeva del disertore: pattumiera della banalità.

La discussione, o meglio la guerriglia delle idee, leggendo i social significa tante cose: passione,sconcerto, voglia di dire la propria. rancore, acrimonia, malafede,generosità, altruismo: tutte le umane passioni sono presenti nell’opinione pubblica.

Particolarmente furiosi sono i combattimenti parolai sulla antinomia se stare dalla parte di Putin o Zelensky ,ma pure sul fatto che ad un certo punto le parti si sono invertite.

Stare con l’Ucraina significa stare coi nazisti e gli americani,stare con Putin con gli antiamericani,secondo vulgata del qualunquismo.

È una logica binaria,paranoica.

E poi le domande di rito: bastano le sanzioni?

E basterà la mediazione della Cina?

Perché la speranza di un pace immediata si scontra con le sanzioni alla Russia, gli armamenti portati all’Ucraina fanno dire ad una parte dell’opinione pubblica che anche l’Italia è in guerra,i colloqui di tregua fra le parti preparano la continuazione della guerra,i corridoi umanitari sono una strada per il patibolo.

Aveva ragione Hegel a scrivere che” la guerra di tutti contro tutti è il corso del mondo”, la storia è un mattatoio.Il che non vuol dire contare i massacri dei nemici senza dimenticando quelli degli amici.

Coerenza e realismo.

In qualche modo, si dice bisogna uscirne: il gridare alla pace ne è il presupposto.

Pertini nel 1978 ricordo’ “svuotiamo gli arsenali e riempiamo i granai”,un vero inno alla pace.

Il problema è che abolire le armi ora con dpcm non è possibile, e non lo è stato mai.

Vorrebbe dire abolire il denaro, la proprietà privata, tutte utopie nobili,ma che si fermano all’Isola che non c’è, se oltre alla ragione, non c’è una forza morale e civile superiore al militarismo.

Sandro Pertini voleva significare il lavorare per la pace,costruire la pace, che è un’altra cosa.

Non si sa se geniale sia andare verso altri lidi ideali,oppure resistete oltre la evidenza.

Mi riferisco nel credere che l’armata di Putin sia comunque la testimonianza di una irriducibile visione sovietica della vita con le bombe a grappolo che volano su Kiev,i tank che solcano le strade,le bombe sulle centrali; fino ad arrivare alla denazificazione sul campo,al posto del Reichstag, il palazzo presidenziale ucraino.

Oppure una riedizione di un nazionalismo tragico,senza futuro,un’ avventura di una superpotenza nucleare che non vuole la Nato alle porte,ma nemmeno il minimo di democrazia in casa con la repressione sempre in atto.

Quelli che restano lì,in trincea per delega social,sicuri delle ragioni dell’ aggressore sono geniali senz’altro: piegano la storia all’interesse della propria egoita’ gruppettara,si diceva una volta.

È ideologia ,astratta perché non guarda in faccia alla sofferenza di chi sta sotto le bombe.

Le ultime narrazioni che prospettano un cessate il fuoco si sono dileguate nella quotidiana carneficina.

Le guerre di oggi sono un futuro che sa di passato, basta tifare sui social,ammazzare con la diffamazione intere popolazioni,ricordare i cimiteri delle singole etnie,prendere foto di bambini e donne violentate dalla guerra: tutti hanno ragione a dire che la vita e la storia sono ingiuste.

Le badanti ucraine, quelle che per vivere puliscono gli anziani occidentali nelle parti più intime, sono nazifasciste?

E le loro lacrime per i figli che partono per il fronte sono solo il vittimismo di madri naziste?

La ricerca della pace passa attraverso la giustizia sociale,il dire no al razzismo, all’omofobia,al lavoro di milioni di schiavi.

Poi ognuno metta pure la bandiera al suo stato d’animo.

Rispettando quella della coscienza normale,kantiana della pace perpetua come fine del sommo bene.

Ma, è una preghiera,non pretenda di avere una ragione assoluta,davanti ad una tragedia assoluta.

Chi fino a tre settimane fa voleva mettere fuori legge i no vax oppure insultava i sì vax senza se e senza ma,oggi discetta al caldo sulla legittimità di aiutare il popolo ucraino, o Putin o la Nato o l’Europa.

L’Italia è in guerra si dice, ma non è vero, è un’esagerazione emergenziale, così che la politica possa dire sempre “abbiamo altro da fare.”

La retorica nazionalista dell’armiamoci e partite è sempre in prima linea anche in Italia.

Poi c’è sempre il rammarico per come sia cambiato il mondo in due anni, cose impensabili, ed è inutile fare quelli dell’io l’ avevo detto, perchè non è vero.

Non è vero che le guerre sono sempre il frutto solo di egoismi.

È peggio,tutti lo sappiamo,ma riandare ogni volta a Caino e Abele non salva nessuno.

Nemmeno se stessi

Avevo scritto che Trump e Putin erano due facce della stessa medaglia,contro l’Europa,contro i diritti civili,contro le minoranze,contro tutto ciò che sa di democrazia e socialismo.

Bisogna ripeterlo ogni volta che si parla di Ucraina.

E quando si parla di Ucraina bisogna pure ricordare la carestia procurata da Stalin per colpire i kulaki negli anni trenta, le SS ucraine collaborazioniste feroci e criminali nel massacrare gli ebrei e i comunisti nel 1941, e non dimenticare i battaglioni del 2014, veri neo – nazisti nazionalisti contro gli abitanti del Donbass.

Per Trump Putin è un amico geniale, per Salvini l’uomo migliore della terra,…..

E i bambini ucraini intanto bisogna nasconderli nelle fogne,ha detto una maestra di Kiev.

Scommetto che c’è già pronto lo slogan dei rossobruni,le vere e uniche carogne di questa guerra.

Gino Strada ci manchi,

7/8.3. Stragi di donne dimenticate in tempi di guerra…

Brano tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta vol ,2 Pierluigi Raccagni

Il furore dell’Armata Rossa era distruttivo e vendicativo.

Non è possibile tacere sul trattamento che i sovietici riservarono alla popolazione tedesca.

Le donne vennero stuprate in massa nella Prussia Orientale, ma anche in tutte le città conquistate dall’Armata Rossa.

Scrisse un tenente russo addetto alle comunicazioni:

“Tutte le strade erano gremite di vecchi, donne, bambini, grandi famiglie che procedevano con lentezza verso ovest su carri e veicoli, oppure a piedi. Le nostre truppe – carri armati, fanteria, artiglieria, trasmissioni – li raggiunsero e si fecero largo spingendo i loro cavalli e i loro carretti nei fossati di fianco alla strada; quindi, migliaia di loro costrinsero vecchie e bambini a mettersi da parte, e dimenticandosi del loro onore, del loro dovere e delle unità tedesche in ritirata, saltarono addosso alle donne e alle ragazze. Le donne – madri e figlie – giacevano a destra e a sinistra della strada principale e di fronte a ciascuna di loro c’era una banda di uomini che ridevano con i pantaloni abbassati. Quelle già coperte di sangue e che stavano perdendo coscienza venivano trascinate via: i bambini che cercavano di aiutarle venivano fucilati. Si sentivano risate, urla, irrisioni, strilli e lamenti (…).

(…) Era soltanto una diabolica infernale orgia di gruppo”.

Cfr.Antony Beevor, La seconda guerra mondiale, Milano, 2013, pag 865

I comandi sovietici erano al corrente di quello che stava accadendo sul fronte orientale: non solo in Germania, ma anche in Jugoslavia, in Ungheria: dove passava l’Armata Rossa erano distruzioni insensate, crudeltà di ogni genere verso la popolazione civile, tutta quanta considerata collaborazionista delle stragi naziste in Urss.

Quando Giuseppe Stalin fu informato del comportamento dei soldati dell’Armata Rossa, così rispose a Milovan Gilas, comunista jugoslavo:

“Lei hai letto Dostoievskij, vero? Ha visto quanto è complicato l’animo umano, la psiche? Bene, immagini allora un uomo che ha combattuto da Stalingrado a Belgrado, attraverso migliaia di

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chilometri della sua terra devastata, fra i cadaveri dei suoi compagni e dei suoi cari. Come potrebbe reagire normalmente quest’uomo? E cosa c’è di così terribile se, dopo tanti orrori, si diverte un po’ con una donna? Lei aveva idealizzato l’Armata Rossa, ma l’Armata Rossa non è ideale e non può esserlo…L’importante è che stia combattendo contro i tedeschi…”.

Richard Overy, Russia in Guerra, 1941- 1945, Milano 2003, pag. 270.

Stalin non ordinò nessuna vendetta verso la popolazione civile, ma considerava stupri e massacri di donne un “divertimento”, che uomini stanchi di aver combattuto duramente potevano pure prendersi.

Nell’atteggiamento dei soldati, non tutti ovvio, non c’era solo vendetta.

C’era la sensazione che il saccheggio e lo stupro fossero bottini di guerra “normali”, a cui mai un esercito avrebbe dovuto rinunciare.

E poi i soldati scaricavano il terrore e la tensione che accumulavano nei feroci combattimenti con i tedeschi che difendevano la loro terra su tutto quello che trovavano da bruciare, distruggere, rapinare, violentare.

“La maggior parte dei soldati dell’Armata Rossa, ben poco istruiti, risentiva dell’ignoranza sessuale e aveva un atteggiamento primitivo nei confronti delle donne. Di conseguenza i tentativi dello stato sovietico di reprimere la libido del proprio popolo diede vita a quello che uno scrittore russo definì una specie di “erotismo da caserma”, molto più primitivo e violento della “più sordida pornografia straniera”. Il tutto combinato con l’influenza disumanizzante della propaganda moderna e con gli atavici impulsi bellici di uomini marchiati da anni di terrore e sofferenze”.

Cfr.Antony Beevor, op.cit. pag.64

Hitler, che aveva sempre sostenuto che l’offensiva russa era un bluff, e che non era il caso di distogliere truppe dalle Ardenne, viveva fuori da ogni cognizione razionale della realtà.

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4.3.Benvenuti all’inferno,la storia non è una filastrocca di opinioni….

1 settembre 1939,invasione della Polonia da parte nazista.

,Il 17 settembre invasione dell’Unione sovietica che si divide la Polonia con i nazisti.In quel momento la Germania nazista e l ‘Unione Sovietica erano alleati: il 23 agosto a Mosca era stato firmato il patto di non aggressione Molotov – Von Ribentrop.

Questo brano è tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta,Pierluigi Raccagni

………..

……Per completare il quadro il 17 settembre due gruppi di armate sovietiche mossero verso la linea di demarcazione prevista dal patto di non aggressione tedesco-sovietico del 23 agosto del 1939 che consentiva alle truppe di Stalin di poter assumere il controllo del territorio a Est.
Circa 217.000 polacchi caddero in mano ai sovietici.
E l’opportunismo di Stalin (eufemismo) lasciava piuttosto a desiderare, anzi fu un atto di vera criminalità contro il popolo polacco.
Comunque in Polonia andò così, secondo le tesi di Cristopher Andrew e Oleg Gordievskij nella loro Storia del KGB.
Riassumendo: “mentre la Gestapo organizzava la persecuzione dei nemici della razza, NKVD organizzava la persecuzione dei nemici di classe. I decreti emanati nel 1940 dalle autorità sovietiche colpivano innanzitutto trotzkisti e altri eretici del marxismo: quindi si colpiva la borghesia terriera, l’aristocrazia, sacerdoti attivi nella politica parrocchiale, impiegati di concetto dello stato (…)

Come disse il capitano Anders il compito di “decapitare la comunità” era il principale obiettivo della polizia sovietica. Furono deportate migliaia di persone in Siberia e Kazakistan, quando l’URSS venne invasa dai nazisti nel 1941 ci fu un’amnistia, peccato che la metà dei deportati era morta.
Quindicimila ufficiali polacchi perirono in campi di sterminio vicini alla patria. Il 9 aprile del 1940 a Katyn vicino a Smolensk il maggiore Solski redige un diario.
L’ultima annotazione così recita: “Siamo arrivati in un piccolo bosco che sembra un campeggio di vacanza. Ci hanno tolto gli anelli e gli orologi, che segnavano le 06:30 del mattino, anche le cinture e i coltelli. Che cosa sarà di noi?”
Tre anni dopo il cadavere di Solski con il diario ancora in tasca, fu scoperto dalle truppe tedesche insieme ai corpi di altri 4.000 ufficiali nelle fosse comuni della foresta di Katyn. Molti di loro avevano le mani legate dietro la schiena e una pallottola nella nuca. Tra le vittime della NKVD c’erano anche alcuni comunisti polacchi sopravvissuti alle purghe di Mosca.
Cfr. Christopher Andrew, Oleg Gordievskij, La Storia segreta del KGB, le operazioni internazionali del servizio di spionaggio più famoso e temuto al mondo, Milano 1991, pagg. 252 e ss.

Chiuse nella morsa da nazisti e sovietici, le truppe polacche continuarono a battersi con onore, anche se dietro le linee le atrocità naziste erano sempre più crudeli e ripugnanti.
Persino l’Ammiraglio Wilhelm Canaris, capo dei servizi segreti delle forze armate tedesche, protestò presso Hitler che non lo degnò nem- meno di una risposta. Le teste di morto delle SS parlavano di operazioni di polizia e sicurezza, in realtà era iniziato quello sterminio razziale che rimane una vergogna incommensurabile nella storia dell’uomo.
Così la Polonia si dissanguava fra le proteste del mondo libero imbelle, ma anche, come abbiamo più volte sottolineato, fra il disagio delle truppe combattenti in terra polacca.

Lo scopo finale della politica tedesca verso gli ebrei, ricordò Heydrich, non solo doveva essere tenuto strettamente segreto, ma avrebbe condotto alla soluzione finale. La Polonia andava ripulita dagli ebrei.
“In quel periodo iniziale, la collera contro il governo e il comando mili- tare, entrambi fuggiti abbandonando il paese al proprio destino, era in genere più forte dell’odio contro i tedeschi.
Ricordavamo con amarezza le parole del feldmaresciallo, il quale aveva giurato che non avrebbe permesso al nemico di strappargli anche un solo bottone dell’uniforme: promessa mantenuta, infatti, ma solo perché i bottoni erano rimasti attaccati all’uniforme che indossava quando aveva tagliato la corda per fuggire all’estero.
E secondo l’opinione di certuni ora saremmo stati addirittura meglio, perché i tedeschi avrebbero portato un po’ di ordine in quel caos che era la Polonia.
Ma i tedeschi, invece che avevano vinto la guerra guerreggiata contro di noi, cominciarono ora a perdere la guerra politica. Un punto di svolta cruciale fu la fucilazione dei primi cento innocenti cittadini di Varsavia, nel dicembre del 1939.nel giro di poche ore era stato eretto un muro di odio fra tedeschi e polacchi e né gli uni né gli altri da quel momento riuscirono più a scalarlo, anche se durante gli ultimi anni dell’occupazione i tedeschi mostrarono una certa disponibilità a farlo”.
Cfr. W. Szpilman, il Pianista, op. cit. pagg. 49, 50

Non per tutti i polacchi la guerra contro i nazisti fu una tragedia: il collaborazionismo degli occupati desiderosi di ingraziarsi i nuovi padroni della croce uncinata cominciò proprio in Polonia: “La popolazione polacca prese immediatamente a ingraziarsi i tedeschi. Per salutare le loro truppe costruì un arco di trionfo decorato con una svastica, un ritratto di Hitler e la scritta: ”Lunga vita all’esercito tedesco, che ci ha liberato dalla tremenda morsa della combutta ebraica (…)
Il 24 i tedeschi ordinarono a tutti gli uomini di riunirsi presso la Sina- goga: Gli ebrei capirono subito che cosa significava. Cominciarono a scappare dal paese, ma i polacchi che sorvegliavano tutte le vie, ripor- tarono indietro i fuggiaschi (…)

I tedeschi iniziarono a impartire lezioni di “buone maniere” verso gli ebrei. Le” lezioni” si tenevano al cospetto di numerosi polacchi. I sol- dati ordinarono agli ebrei di portare fuori dalla Sinagoga e dalla casa di preghiera tutti i sacri testi della Torah, ciò che fu fatto, e di bruciarli. Quando gli ebrei opposero un rifiuto a questo secondo ordine, i tedeschi li obbligarono ad aprire i rotoli della Torah e a cospargerli di cherosene; poi appiccarono il fuoco. Ordinarono agli ebrei di cantare e danzare attorno all’enorme falò. Gli ebrei che danzavano erano al centro di una folla che li irrideva e li picchiava a volontà (…) L’aria era lacerata dalla grida di dolore. Ma insieme a quelle grida si sentivano anche le allegre risate dei sadici polacchi e tedeschi seduti sui carri.
Cfr. Jan T. Gross, I carnefici della porta accanto, il massacro della comunità ebraica di Jedwabne in Polonia, Milano 2003, pagg. 50, 51

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