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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

19.2.2017 ROBERTO ERA STUDENTE LAVORATORE, morì carbonizzato per una molotov all’Angelo Azzurro nel 1977….Altro che tragedie congressuali della “sinistra”…

IL 1977 fu un anno terribile. Per quello che parlarne in termini superficiali fa male.

Figuriamoci quando lo si vende al mercato del web, senza critica radicale verso se stessi, come garanzia di un timido, ” conosci te stesso” socratico.

La liturgica cerimonia di un  anno vissuto pericolosamente, non dice nulla del prima e del dopo

Libertà, femminismo, ribellione, tutto giusto, ci mancherebbe.

Sono i tanti funerali di quell’anno,però, a mettere in imbarazzo il manierismo con il quale viene ricostruito il periodo in questione.

Roberto Crescenzio, fu bruciato vivo da una molotov tirata nel bar Angelo Azzurro di Torino, covo di fascisti e spacciatori secondo il movimento degli studenti, durante una manifestazione.

Prendeva solo un caffè, aveva 22 anni, faceva lo studente -lavoratore.

La sinistra torinese ora si interroga sul quesito:

bisogna scrivere sulla lapide che ricorda l’omicidio ,” ucciso dal terrorismo, oppure ucciso dalla violenza politica”?

In una guerra i danni collaterali non si contano. Quante donne tedesche furono violentate dall’Armata Rossa in Germania?

Quanti bambini morirono sotto i bombardamenti americani in Giappone, in Italia, in Germania e in tutta Europa?

Ma nel 1977 in Italia non c’era la guerra e morire, uscendo di casa non era normale, come dal 1940 al 1945.

La cosa più ripugnante è quello di nascondersi nel regno della rivoluzione per giustificare tutto quello che i “buoni” facevano ai “cattivi”.

Vedendo le cose con il metro di oggi c’è poco spazio per analisi sofisticate. Forse ricordare per conoscere e conoscere per ricordare  è una buona ricetta, che non deve lasciar spazio al ” chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato,ha dato.

Non tutti possono scordare il passato.

Mentre tutti  dovrebbero fare fare i conti con la propria storia.

 

 

17.2.2017 La democrazia dell’illusione, ovvero l’illusione della democrazia

 Da parte di intellettuali,studiosi seri, et professori  si continua a descrivere  un mondo che è peggio di quello del XX secolo, dove al popolo  veniva almeno concessa l’illusione del voto tramite la democrazia.

Ma, la democrazia,non è prerogativa solo della libertà di voto.

Il voto diventa una componente essenziale della libertà quando i rappresentati producono leggi per la cosa pubblica, non certo per i propri interessi.

Questione universale, si dirà, ma il meccanismo si è inceppato soprattutto in Italia.

Non è questione di post ideologico, è questione di profitto, di forza lavoro pagata male, di rendite da capitale poco tassate e di una corruzione che ha ben poco a che fare con la democrazia.

 Il post-ideologico è la spiegazione delle nuove sciagure del genere umano, ma c’è voluta la sconfitta della classe operaia e della sinistra per far pensare che la morte delle idee forti e fondamentali non sia sempre cosa buona.

Così dopo la grande festa del capitale degli ultimi trent’anni, oggi il capitalismo non è più una struttura che può reggere la sovrastruttura della democrazia liberale.

Almeno così sembra dalla nascita dei populismi nei paesi occidentali, dal rancore di chi si trova tagliato fuori dalla sfera d’influenza del benessere.

Saremmo dunque alla post democrazia, poichè la democrazia è appannaggio delle grandi imprese dell’aristocrazia finanziaria,( poteri forti).

La spallata dei populismi alla democrazia, in questo caso, è paragonabile all’assalto che Hitler e Mussolini fecero del mondo liberale negli anni Venti e Trenta.

Certo, ne siamo tutti consapevoli, come non sia facile uscire dalla contraddizione fra cultura di massa e democrazia rappresentativa.

Per la democrazia non formale, non protocollare, ma ” reale”, ci vuole ben altro che, ” l’uno vale uno grillino”.

D’altronde Grillo,  che sembra abbia scoperto che vivere  modestamente sia il solo antidoto al consumismo  capitalistico,quando parla di “elogio della povertà” è solo patetico, fuori tempo massimo,e soprattutto non credibile, visto che lui è ricco quanto basta per consumare l’eccedenza dei desideri.

Aspettando l’apocalisse della democrazia via web, aspettando che qualcuno fermi le guerre, si tira a campare con slogan vuoti, programmi che non saranno mai attuati, come nelle migliori mistificazioni storiche.

Le elezioni della post democrazia, sono una  rappresentazione del pluralismo; i giochi, quelli veri, sono già avvenuti, inutile negarlo.

Aspettare il cambiamento armeggiando con congressi per  spartirsi il potere , come sembrano fare molti “pagnottari”  di sinistra  del Post Festum, però, non è la soluzione ideale.

 La massa, per non aspettare invano, segue il nazional – socialismo light alla Trump.

Per salvare la democrazia vera, ci vuole, forse, un minimo sindacale di dignità e soprattutto di coerenza benevola, ( non buonista, che è una semplice scempiaggine).

Perchè la democrazia non rimanga un’illusione, ma ridiventi un’utopia praticabile nella quotidianità.

 

“In Verità, in Verità ti dico”,non lo può dire nessuno.

Il filosofo greco Gorgia ( 483 ac.) sosteneva che siccome NULLA é, anche se esistesse non sarebbe conoscibile, e anche se fosse conoscibile,non sarebbe comunicabile.

Riprendiamo lo scetticismo radicale di Gorgia perchè ormai siamo travolti da un fiume di parole sul non senso delle parole, sulla falsità della comunicazione, sul relativismo di ogni conoscenza.

La critica all’esistente non è difficile, basta credere che le proprie parole siano dotate di una valenza particolare di oggettività per essere credibili

Insomma, bisogna usare la parola non  come donazione di senso, ma come manipolazione dell’altro.

Non è la prima volta che si sente o si legge la frase ” per amore di verità”,  recitata, più che detta, da qualche cervellone della politica, della finanza, della pubblicistica….

Abbiamo, per esempio,  varie volte udito politici di professione fare esplicito riferimento al fatto che la “politica ha bisogno di discorsi di verità”.

Trump, altro esempio, usa parole banali per giudicare questioni essenziali nella vita degli individui: la nascita, la religione, la  cultura, il modo di essere, insomma la  essenza stessa dell’essere uomini.

Inutile perdersi in divagazioni: più si ricorre all’artificio della menzogna, più ci si sente liberi di mentire per amore di verità.

Che la verità sia una questione di “FEDE” e che la “FEDE” per sua stessa ammissione, come giustamente ha sempre sottolineato il filosofo E. Severino, sia una forma di violenza verso le pluralità di opinioni, ( che evidentemente non sono forti come la FEDE), è però una certezza,( vedere i fondamentalismi religiosi).

Anche se i “moventi” religiosi, sono lontani dalla purezza .

Nel regno della finitezza le  verità ideologico – religiose  si perdono in un conteggio senza fine di crimini e misfatti, in nome di una Verità che appare inesistente.

 Nella storia di eterno non c’è nulla, ci sono solo fatti e i fatti sono solo empirici e quindi conoscibili relativamente al loro accadere.

E’quindi un atto di presunzione senza pari il continuo ricorso all’affermazione di una verità storica, dopo i massacri in nome delle ideologie e delle religioni compiute nel secolo scorso e in questo.

Il marxismo, ad esempio, è un mezzo di interpretazione della realtà al servizio delle classi oppresse, ma non è un fine della vita umana.

Kant e l’illuminismo hanno trattato il problema già secoli fa, non si possono trovare soluzioni terze, buone  per l’inserto della domenica.

 Guardare in faccia alla realtà, iniziando dalla ricerca di se stessi, può far male. Ma è l’unico modo di distinguere il vero dal verosimile.

Solo un UOMO poteva dire ” io sono colui che é”nel senso io sono colui che è stato, che è e che sarà. Per questo poteva dire “In verità, in verità ti dico.”

Questione di credenza, questione di Fede, non certo di politica di basso livello.

 

 

 

11.2.2017 QUANDO il Movimento del 1977 spazzò via il sindacato dall’università di Roma, al festival di Sanremo vinsero gli “HOMO SAPIENS”. Non tutto il male vien per nuocere…

 

Ho visto che gli scontri di Bologna,per il libero accesso alla Biblioteca dell’Università, hanno richiamato alla memoria il movimento di Bologna, la cacciata di Lama dalla Sapienza di Roma,insomma gli anni di piombo.

Esagerazioni mediatiche, tempo perso.

Basta un niente e scoppia la rivoluzione? No, basta un niente e scoppia la grande distribuzione delle notizie sulla rete,con tanto di intervento di esperti: irriconoscibili nel loro status di over con pochi capelli e poche novità.

Matita rossa e matita blu, censura per chi pratica ancora la violenza. Ma quando mai?

Siccome siamo a cent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre e quaranta dall’inizio di quello che vengono chiamati” anni di piombo”, il piatto è ghiotto e promette affari futuri.

Vendere il ” comunismo” sulla bancarella del “c’eravamo tanto armati”, può essere ancora una buona idea per far qualche soldo.
Invece sul ’77 la riflessione profonda sarebbe d’obbligo.

Ogni giorno, gli esperti di rito, si chiedono come mai i giovani non si ribellino ad un sistema che li schiaccia senza pietà, in tutti i sensi.

Quando alcuni di questi si ribellano in qualche modo, si richiamano tragedie immani come quella del ’77, che fu il canto del cigno della rivoluzione del proletariato giovanile di sinistra,in Italia e forse in Europa.

La sua fine segnò l’inizio ufficiale della lotta armata in Italia, con le conseguenze che tutti sappiamo.

La sintesi, più credibile sul ’77, per me, è quella che dice ” credevamo   fosse l’alba di un nuovo giorno, era solo il tramonto”.( Erri De Luca?).

La lettera di Michele, suicida in  piena solitudine sociale,che abbiamo pubblicata, è già un pugno nello stomaco ai padroni delle nostre vite, più di tante rievocazioni.

Si è scritto tanto su quel fenomeno, soprattutto si è pianto tanto su quegli anni, dove una parte consistente della mia generazione decise di passare dall’arma della critica alla critica delle armi.

Ai posteri il giudizio.

8.2.2017 MICHELE NON VOLEVA PIU’ SOPRAVVIVERE…I Genitori hanno pregato di diffondere il suo messaggio di addio alla vita…che è un grido di dolore tragico, di una profondità che fa male.Una crocefissione alla croce quotidiana del male di vivere, in una società dove dominano maledetti imbecilli.

LA LETTERA é RIPRODOTTA COSI’ COME APPARSA SUL MESSAGGERO VENETO

La lettera di Michele che si è ucciso a trent’anni perchè stanco del precariato e di una vita fatta di rifiuti

La denuncia dei genitori: “Nostro figlio ucciso dal precariato, il suo grido simile ad altri che migliaia di giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte a una realtà che distrugge i sogni”. Michele ha scritto: “Non posso passare il tempo a cercare di sopravvivere”. Ecco il suo scritto-denuncia

Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto: «Di Michele – dice la madre – ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni»

* * *

di MICHELE

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

L’ultimo addio di Michele prima di togliersi la vita: “Io, precario, appartengo a una generazione perduta” Michele aveva 30 anni quando ha deciso di togliersi la vita. Ad ucciderlo, secondo i suoi genitori, è stato il precariato. E per questo motivo che i suoi genitori hanno voluto pubblicare lo scritto, perché questa denuncia non cada nel vuoto (Video a cura di Daniela Larocca)- L’ARTICOLO

Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.

Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

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A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.

Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito fino a che ho potuto.

7.2.2017 Il socialismo reale è morto, w il capitalismo reale all’italiana

Se il socialismo reale era la riduzione povera e triste del marxismo utopistico, il capitalismo reale italiano è la riduzione del capitalismo all’arte d’arrangiarsi.

E sì che l’Italia è fra i primi paesi industrializzati del mondo, con punte di eccellenza nella produzione vinicola, nella moda, nella cucina che tutto il globo ci invidia.

Quando, però, bisogna mettere mano al portafoglio della crescita, ci sono da risolvere troppe questioni; costo del lavoro, tasse elevate, corruzione diffusa, parassitismo dilagante, mafie più o meno occulte,trasporti da rifare…Infine l’enorme debito pubblico.

I capitani coraggiosi non mancano. Quanti industriali dicono, e non senza ragione, che in fondo il paese tira avanti,non si arrende, dimostra vitalità.?

Tutto vero, diamine.

Pure chi arriva coi  barconi dimostra tanto coraggio,intraprendenza, voglia di cambiare vita. Pure chi ogni giorno va su un tetto  a lavorare senza assicurazione e pagato al nero, o in voucher non si è arreso.

I capitani coraggiosi dell’imprenditoria  privata, oberati di tasse puntano all’abbassamento delle aliquote.

Quelli pubblici,( Alitalia, poste, partecipate), autorizzano l’assalto alle diligenza del bene pubblico:entrambi sono d’accordo che la trasparenza negli affari è un optional.

I manager del nuovo modo di fare grana, ( bassi salari, speculazioni di ogni genere), sono così presuntuosi nel sentirsi in prima fila a rifondare il mondo, che viene voglia di incoraggiarli con qualche legge ad personam.

Ad esempio una legge che garantisca di salvare le banche del capitalismo reale, coi soldi pubblici.

Il capitalismo reale, quello vero, fatto di disoccupazione, sottoccupazione, salari bassi, miseria diffusa fra gli anziani, soprattutto nelle grandi città, fa parte ormai del panorama italiano,  europeo e mondiale.

 Ma in Italia c’è una tradizione di miseria non indifferente.

Un made in Italy di capitalismo patacca e clientelare di antico conio.

Come la pizza, come la grande bellezza dei monumenti,come la burocrazia statale.          Quando  sono stati licenziati 1666 lavoratori di un call – center romano,  a chi gli è importato qualcosa?

4.2.2017 Al sacro Muro del pianto si contrappone il Muro di gomma di chi non vuole seccature.Meglio un Muro oggi, che protegga la Cassa depositi dell’umanesimo imperialista, che la scelta di essere liberi. Ma non”SAREMO NOI CHE AVREMO NELLA TESTA UN MALEDETTO MURO”?

3.2.2017″KOMPAGNI STUPRATORI”, PER VOI NON C’E’ DOMANI,… ci sono ancora delle PARTIGIANE!

Il 10 settembre del 2010 alcuni sedicenti kompagni antifascisti di Parma stuprarono una ragazza in branco.

Non contenti del crimine filmarono lo stupro, facendolo circolare all’interno del collettivo.

La vicenda, rimasta sepolta da un muro di omertà mafiosa,  e’trapelata dopo 6 anni.

Non c’è stato un gran pandemonio, fra il popolo della sinistra dei centri sociali,alla notizia. Sì, c’è stato un interrogarsi nei vari spazi antagonisti sulla questione, con condanna morale del fatto…

E ci mancherebbe altro!

Però,a quanto risulta, particolari reazioni a livello nazionale, con grancassa mediatica, non hanno avuto luogo.

Per ora ci ha pensato la famigerata magistratura borghese a mettere sul banco degli imputati  due (anti)fascisti criminali.

 Nessuna grande manifestazione contro la violenza sulle donne ha messo in primo piano un fatto gravissimo come questo.

Se lo stupro fosse avvenuto per opera di criminali di destra,   gli stessi stupratori sarebbero stati in prima fila a denunciare la deriva sessista e fascista della nuova destra radicale.

Solo alcuni gruppi femministi hanno divulgato la schifezza. La ragazza, vittima dell’aggressione è stata giudicata un’infame. Il consiglio che l’ambiente le ha dato è quello di ” TACI CON GLI SBIRRI”.Il movimento si è spaccato, forse doveva sciogliersi..

 

 

 

31.1.2017 Il titolo”COMUNISTI CON IL ROLEX”, l’ultimo album dei “rapper”J – AX e Fedez, non è solo una scemenza. E’ una solenne affermazione che garantisce che il mondo è alla mercè degli stolti.

“Comunisti con il Rrolex”, è il titolo dell’ultimo album del duo Fedez -J- AX.

Vorrebbe essere un atto d’accusa contro chi rinfaccia al ribelle rapper di aver fatto soldi a palate.

Lui, giustamente, ha detto che fare soldi a palate non è una vergogna.

La vergogna qui, sta in ben altro.

A parte che i comunisti con il Rolex, o con la barca, o con il lusso in bocca, nei piedi etc sono dei falliti.

Non appartengono alla tradizione del movimento operaio.

Non è il caso i fare riferimento ad una cosa seria come il comunismo che è stato orrore, tragedia, ma anche speranza per miliardi, non milioni, di persone, ( come le grandi religioni monoteiste).

Per cui Fedez dovrebbe vergognarsi di essersi appropriato di una falsa identità per polemiche personali sulla sua dichiarazione dei redditi.

Charlie Parker, il più grande rivoluzionario nella storia del Jazz, che orologio portava?E Jimi Hendrix di che marca aveva l’orologio?Erano solo comunisti o anche ricchi signori?

Quello che conta è quello che fai per gli altri come se fossero un fine, non un mezzo. Almeno così è nell’etica cristiana e nella sua eresia, il comunismo.

Fedez, farebbe bene a ringraziare la Madonna per i soldi che sta facendo con le canzonette.  

Sarebbe meglio lasciasse stare cose che non lo riguardano.Nel prendersi troppo sul serio c’è il rischio di credere che siccome canti sei un cantante, che siccome suoni sei un musicista,che dato che pensi sei un filosofo.

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