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– storia e storie della democrazia –

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Sinistra divisa su guerra,pace e referendum

Girando per le piazze di Milano è difficile trovare banchetti per i cinque quesiti referendari voluti dal sindacato.

Perché se sulla cittadinanza da ottenere per i migranti, non dopo dieci anni,,si va insieme,sull’ abolizione del Jobs act,sulla tutela del precariato,sui contratti a termine,sulla facoltà di licenziare senza giusta causa siamo in alto mare

Tito Boeri su Repubblica spiega che la pistola referendaria è caricata ad acqua.

Per il semplice motivo che la legislazione sul lavoro e stata modificata in senso negativo per i lavoratori,proprio dalla sinistra dopo gli anni novanta.

Tutti lo sappiamo,al di là dei tecnicismi dei referendum,che una parte di quella che era la Classe operaia visto la storica tutela che questa aveva dalla sinistra, si è sentita abbandonata.

O meglio.

Diciamo che la sinistra liberale con la scelta di abdicare al welfare dello statuto dei lavoratori degli anni settanta ha spalancato le porte ad un liberismo concorrenziale che ha favorito i pescecani del padronato,non i sinceri imprenditori liberali.

Il.governo Meloni,che sul lavoro non ha nessuna idea,se non quella del lavoro nero,non andrà a votare, viaggia sul trenta per cento e si appresta a gridare al trionfo sulla astensione.

Grazie,e chi lo metteva in dubbio.

Ma la CISL che si dice galleggi sulla astensione,non è un buon segnale democratico.

Insomma la nostra sinistra,nel senso più largo è divisa su tutto: guerra,pace,Papa,e va bene la dialettica  è il sale della democrazia.

E poi?

I quesiti a dir la verità,sembrano concepiti per addetti ai lavori,in TV e nei tg meno di un minuto in media dedicato, alla giornata referendaria. ( Mediaset,Rai)

Almeno sulla cittadinanza a Salvini,La Russa,Meloni una stangata  però la devi dare.

Stragi e diplomacy

I bombardamenti continui da parte di Putin e Netanyahu  dell’ ultimo mese sotto la protezione trumpiana di finto pacificatore, significa, secondo me, che a Trump della pace in Ucraina o a Gaza interessa poco sul piano etico,al massimo una tregua per mettere a posto il Pil.

L’ appuntamento di Istanbul di  venerdì con il triangolare Zelensky,Putin,Trump è una buona notizia,niente da dire,a patto che non sia l ‘ultimo bonifico di Putin Trump per una tregua racimolata dalle delegazioni e non un percorso di pace.

Per uno che ha dichiarato al mondo intero che avrebbe risolto la questione ucraina in una settimana,perchè alla casa Bianca non c’era più Biden, perchè Zelensky era stato domato nello studio ovale, perchè Putin sembrava aprire a negoziati erano sparate; la teoria delle stragi finora è stata la sola firma di un bugiardo fascista.

Ora che le terre rare sono state messe in cassaforte Donald non vuole Putin sulla sua preda.

Così per la strage indefinita a Gaza,basta che i palestinesi rinuncino al loro stato e tutto va a posto con una deportazione di massa.

Mi fanno ridere i trumpiani italiani, che sono passati da Putin a Trump come si passa da Inter e Milan.Il vincitore detta l’agenda, Putin che si è avvicinato alla Cina rimane basito dalla guerra commericlale. vs. XI.Allora che il conto lo paghino gli indifesi, le solite e i soliti bimbi. Insomma Zelensky dovrebbe concedere il 20 per cento dell’Ucraina, sacrificare sull’altare della patria migliaia di morti, per permettere a Putin, Trump di condurre le danze del capitalismo corrotto e marcio dell’imperialismo del terzo millennio.

E a Gaza,un cimitero senza fiori per i morti né cibo per i vivi,Netanyahu prega e agisce nel nome di un governo sionista,non di un antico testamento.

Però si spera in Istanbul. E che Leone fermi Attila.

La grande Germania di AFD

Che l’ intelligence tedesca abbia esplicitamente dichiarato che i neonazisti di casa non  possono ambire a governare il paese come fosse un quarto Reich è cosa buona e giusta.

Gli alleati di Salvini,isla omofobi,razzisti,populisti,ma soprattutto anti immigrati,sono l’ apogeo della crisi della democrazia in Europa,insieme al governo della Meloni.

Solo che in Germania le stesse istituzioni si danno il compito di tutelare la Costituzione,come fosse il bene più prezioso della nazione, contrariamente al governo italiota che fa di tutto per forzare il quadro democratico uscito dalla seconda guerra mondiale con la Resistenza.

Si dirà che  per la Germania è il minimo sindacale per una nazione che ha avuto il primato del male assoluto nella storia.

Giusto.

Ma se Auf è il primo partito in alcuni lander tedeschi,se gli operai votano a destra perché timorosi della globalizzazione,se alla Volkswagen o alla Renault la classe operaia non è più classe,questo non significa che il nazismo e il fascismo debbano tornare come mentalità vincente perché socialisti e liberali democratici hanno fallito.

I Crucchi,come si dice,sono civilissimi nell’ ubbidire,ne hanno fatte così tante che, come diceva Hans Frank,boia di Cracovia,ci vorranno mille anni per dimenticare.

Ma la sinistra comunista,socialista,i veri liberali sono stati un esempio di difesa della democrazia sotto il nazismo.

Pagando caro,pagando tutto.

8 maggio  Oggi si festeggia la vittoria….

I GIORNI DELL’AGONIA FINALE

Von Paulus, che da tempo aveva compreso che sarebbe stato sacrificato per il bene supremo del Terzo Reich, non potè fare più nulla.

Parlando con un maggiore della Lutwaffe davanti al devastante fuoco dei sovietici, confidò che non potevano nemmeno ritirarsi, mancavano le forze. I soldati non avevano nemmeno un pezzo di

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pane, al massimo potevano mangiarsi il cervello crudo di un cavallo morto.

I russi a quel punto isolarono e distrussero il saliente di Marinovka sul lato settentrionale della sacca.

Armati di coltelli e baionette colpivano con una ferocia inaudita determinata da spirito patriottico, ma soprattutto da spirito di vendetta per quello che i nazisti avevano fatto dall’operazione Barbarossa in poi alla popolazione civile.

La battaglia assunse il carattere dell’Apocalisse, perché in tre giorni i morti si contarono a migliaia anche in campo sovietico.

I sovietici avanzarono di 10 – 18 chilometri entro il cerchio difensivo tedesco, ma i tedeschi assediati fra Marinovka, Dimitrievka e Karpovka si difesero con coraggio, valore e soprattutto disperazione.

Il bilancio dei tedeschi era disastroso, nei tre giorni dell’offensiva avevano perduto 30.000 uomini fra morti e feriti.

Il 12 gennaio l’aeroporto di Potemkin non funzionò più, gli aerei tedeschi da trasporto, che portavano con grandi perdite di uomini e mezzi ancora qualche aiuto agli assediati, di giorno non poterono più volare.

La concitazione era grande, la tragedia imminente, ma il 12 gennaio a Berlino ci si preoccupò delle celebrazioni del compleanno di Göring.

Gli eroi di Stalingrado erano dati per morti, si stavano preparando grandi celebrazioni per quei soldati che avevano salvato l’Occidente dal cancro giudeo – bolscevico.

Anche se in privato il Fṻhrer continuava a sbraitare contro la pochezza degli italiani e dei romeni, sapeva benissimo che le promesse fatte dal regime ai soldati erano state promesse vane.

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Non solo gli aiuti di Göring non erano mai arrivati a 700 tonnellate al giorno, ma il 16 gennaio anche l’aeroporto di Potemkin venne definitivamente abbandonato.

Le scene di sofferenza all’aeroporto erano inimmaginabili. Era rimasto poco carburante per evacuare i feriti, che morivano nel caos della fuga in massa dei soldati sugli ultimi Junker disponibili.

Il 20 gennaio Paulus spostò il suo comando tattico nel grande magazzino Univermag a Stalingrado.

Mandò ancora un messaggio urgente al gruppo armate B e al comando supremo esplicitando, per l’ennesima volta, che con 16.000 feriti che non ricevevano cure, con scarsità di munizioni, e combustibile almeno gli fosse lasciata la libertà di decidere quello che si poteva fare per salvare il salvabile.

L’alto comando rispose in modo ambiguo sulla sorte della 6a Armata, ma il contenuto era talmente chiaro che non potevano esserci dubbi di interpretazione:

“Capitolazione fuori questione. Armate stanno adempiendo loro storico obbligo. Valorosa resistenza facilita massimo costituzione nuovo fronte at Rostov et ritiro gruppo armate Caucaso”.

Il 26 gennaio fu un’altra data decisiva dell’agonia finale della 6a Armata.

La 21a Armata sovietica raggiunse le linee della 13° divisione Guardie di Rodimcev a nord del Mamaev Kurgan, dividendo in due i resti della Armata di Paulus.

Secondo una valutazione sovietica rimanevano in vita da 110.000 a 120.000 soldati tedeschi e romeni.

Hitler promosse il generale Paulus al grado di Feldmaresciallo. La macabra decorazione voleva dire che Paulus avrebbe fatto meglio a suicidarsi come già avevano fatto alcuni ufficiali superiori nei giorni precedenti.

Nella città assediata i russi cominciavano a rastrellare gli edifici, a colpire i cecchini e le sacche di resistenza, a sparare su quelli che si arrendevano.

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Intanto Von Paulus era trincerato nel suo rifugio alla periferia occidentale di Stalingrado nella piazza degli Eroi della rivoluzione.

Il 31 gennaio vi fu la resa finale.

Niente di solenne, solo qualche formalità di rito.

Nelle cantine dell’Univermag Paulus chiarì che poteva trattare solo la resa del gruppo sud. Il capo di Stato Maggiore, generale Schmidt, ribadì agli emissari russi che non era possibile la capitolazione del gruppo nord perché il suo comando era autonomo.

Paulus sembrava uno spettro, aveva capelli e barba in disordine, un terribile tic facciale esternava la tensione dei mesi precedenti.

Dopo aver precisato che, su ordine del Piccolo Caporale, Paulus era stato nominato Feldmaresciallo, la resa fu sancita definitivamente.

Bisogna ricordare che il 30 gennaio del 1943 cadeva il decimo anniversario della salita al potere di Hitler come Cancelliere, ma lo stesso Piccolo Caporale scelse di non parlare in pubblico.

Il 2 febbraio, anche il gruppo nord, dopo che i russi lo bombardarono senza pietà, si arrese.

Nel corso di tutte le fasi della battaglia i soldati dell’Asse catturati furono 250.000; i morti furono 200.000.

Vestiti di stracci e infestati dai pidocchi, con gli sguardi allucinati dalla fame e dalle privazioni, a malapena capaci di reggersi in piedi, i 91.000 soldati tedeschi furono messi in fila e portati verso i campi di prigionia.

Nelle condizioni psichiche e fisiche in cui si trovarono, morirono a migliaia durante la marcia. I russi, che avevano assicurato cibo per tutti, non avevano possibilità di nutrire un numero di prigionieri così grande; per questo, e anche perché la vendetta sui tedeschi invasori – massacratori era considerata legittima

Il fatto

I gentili ospiti di Lilli Gruber non si possono buttare tutti nel cesso della disinformazione, perché il cesso è già intasato.

Basta scorrere,distrattamente,Fb per capire che dietro la disinformazione di Travaglio c’è un esercito di filo putiniani italiani che hanno in odio l’ Ucraina perché una parte di essa,minoritaria,si illuse di liberarsi dello stalinismo,appoggiando gli invasori nazisti.

Nei libri di storia questo particolare non viene negato,ma  nessuno degli storici chiama gli ucraini nazisti,sarebbe come dire che gli italiani sono tutti fascisti per via della dittatura del ventennio.

Oltre alla diffamazione originaria,oltre alla negazione della differenza fra aggredito e aggressore, Travaglio si esercita in voli pindarici sulla Storia recente del popolo ucraino badando bene a non citare le fonti della sua controinformazione.

Come scrive il maestro di pensiero del Fatto sembra,a volte,il portavoce di Putin e Trump che parlano di pace massacrando qua e là.

Banale dire che lo spettacolo della guerra è superato dalla guerra dello spettacolo.Incluso spot pubblicitario.Ma secondo me è il limite del talk show in generale.

Lo sfondamento dell’ Oder

Di Pierluigi Raccagni vol II il racconto della guerra giusta

A fine di gennaio i russi si impadronirono di alcune teste di ponte lungo l’alto corso dell’Oder, a monte e a valle di Breslavia.

Già il 20 gennaio erano state adottate misure per la difesa della città. Ovunque circolavano uomini del “ Volkssturm” armati di Panzerfaust. Hitler anche per questa città aveva scelto la difesa ad oltranza, ma l’avanzata di Konev non conosceva soste e anche l’Alta Slesia ben presto finì sotto il controllo dell’Armata Rossa.

In questa occasione che Albert Speer, ministro degli armamenti, architetto prediletto da Hitler nella progettazione del “ Reich millenario”, inviò un memoriale a Hitler nel quale si diceva:

Dopo la perdita della Slesia”, concludevo, “gli armamenti tedeschi non potranno coprire più, neanche lontanamente, le richieste del fronte in fatto di munizioni, armi e carrarmati, e l’eroismo dei nostri soldati non basterà più a controbilanciare la superiorità materiale del nemico.

”Cfr. Albert Speer, Memorie del Terzo Reich, Milano,1995, pag.503

Anche gli uomini prediletti da Hitler, ormai, erano coscientemente convinti che la guerra fosse perduta, soprattutto dopo aver perso le fabbriche di armi della regione.

Hitlet però, era sempre convinto che per i tedeschi ci fosse ancora tanto sangue da versare prima di arrendersi ai russi; quelli che la propaganda dipingeva come la razza giudea- comunista che avrebbe distrutto la civiltà occidentale.

Pr questo i soldati tedeschi, dai 15 ai 60 anni, continuavano a ricevere un solo ordine: resistere fino alla morte. Il 15 gennaio Zukov aveva superato la Vistola e raggiunta la Slesia, i russi nel mese di gennaio avanzavano ad una media di 60 chilometri al giorno, superando le più ottimistiche previsioni dell’alto comando sovietico.Le armate di Zukov continuarono a spingere verso ovest senza sosta.l 18 gennaio fu presa Lodz, il 19 gennaio Cracovia.Il 26 gennaio il 3° fronte Bielorusso occupò Marienburg e assediò Koenisberg, in pratica la Prussia Orientale veniva tagliata fuori.nche se nei primi giorni di febbraio la conquista di Berlino sembrava alla portata di Stalin, c’erano da sistemare ancora forti centri di resistenza tedeschi, come Koenisberg e Poznan, mentre a nord le armate di Zukov,in Pomerania trovavano una certa resistenza da parte delle SS di Himmler.A Koenisberg  erano rimasti intrappolati ancora quasi 200.000 civili con pochi viveri.Ogni giorno 2.000 persone fra donne e bambini intraprendevano a piedi, con una temperatura glaciale, fra neve e ghiaccio, il viaggio della disperazione verso Pillau, il porto sul Baltico che doveva portarli fuori dalla sacca.’Armata Rossa non attaccò la città ma, circondandola, la rese un luogo dove dolore e morte per la popolazione civile erano assicurati.auleiter Koch,il  criminale che in Ucraina si era distinto per  lo zelo nazista, continuava a dare ordini perentori di difendere la città fino all’ultimo uomo: intanto abbandonava la città a se stessa.Tornò poi a Pillau, dove mise in scena una fittizia e inconcludente opera di salvataggio della popolazione, attraverso l’organizzazione del naviglio per evacuare la città,quindi tornò a mettersi in salvo.

Civil War

Da una conversazione con Adriano Sofri

“tutti i fascisti come Ramelli una chiave inglese fra i capelli.” Oppure ” Hazet 36 fascio dove sei?” Si vociava così,nelle file dei sdo della sinistra extraparlamentare,con furore omicida e idealismo antifascista.D’ altronde era stato proprio Lenin a dire che la  guerra vera era
quella civile perché si basa
sul.massimo dell’ inimicizia.La guerra. Civile del 1943 1945,trascinatasi  per altri trent’ anni grazie alla
storica
collusione  fra
fascismo repubblichino, neo fascismo, apparati dello stato
Anticomunisti  da
Guerra
Fredda ha seminato odio,vendette,e morti fino alla metà degli anni ottanta,inutile negarlo. L’ elenco delle vittime a sinistra
è più lungo,per l’ oggettiva copertura di  una parte delle istituzioni,polizia,carabinieri e magistratura,che finirono come obiettivi della.lotta armata.Il tutto a sinistra veniva liquidato con le parole del presidente Mao” la rivoluzione non è un pranzo di gala” L’ omicidio di Ramelli,schifoso,inutile,tragico voleva essere la risposta mal  riposta che con il sangue delle camicie nere avremmo fatto più rosse le nostre bandiere Slogan,solo parole di ordine riduttive. sAnche qui non se ne esce.Senza contare le sprangate fra sinistri…
Quindi senza una vera riflessione,non retorica,che escluda l’ omicidio come parte della lotta politica non si va oltre braccia tese e pugni chiusi..La Meloni,meglio La Russa sembrano disposti a riappacificarsi,ma non possono.Dovtebbero riscrivere la storia di Italia,insieme a noi.



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1945 28 aprile la morte del caporale che voleva fuggire in Svizzera

Alle 19,30 una lunga colonna di macchine si avviò verso l’autostrada.

Erano circa dieci, Mussolini stava in compagnia di Bombacci.

I due uomini erano stati compagni rivoluzionari in Romagna, Bombacci era stato in Russia a fare la rivoluzione con Lenin.

Al momento della partenza Mussolini sciolse tutti i membri del partito e delle forze armate dal loro giuramento di fedeltà.

Non voleva spargimento di sangue a Milano.

L’insurrezione partigiana divampava in tutta la Lombardia e in Piemonte.

La sera del 25 aprile a Genova si erano arresi i tedeschi sotto il comando del generale Gungher Meinhold.

A Milano la Guardia di Finanza, che da tempo era l’unico reparto di truppe regolari del CVL, avrebbe occupato all’alba la prefettura, ormai deserta, i giornali, gli impianti industriali, la sede dell’Eiar.

Ci sabbero stati brevi scontri all’Arena e alle Officine Innocenti.

Insomma Milano, la culla del fascismo, dove tutto era cominciato per il Duce in piazza S. Sepolcro, stava cadendo come un frutto maturo senza grandi spargimenti di sangue.

Mussolini arrivò a Como dove si erano concentrati parecchi fascisti con le loro famiglie, dove c’erano ancora dei reparti abbastanza organizzati, dove tutti cercavano un’ancora di salvezza seguendo le ultime indicazioni di un governo che non c’era più, di un capo che, in tutta sincerità, non sapeva cosa fare.

Mussolini forse non era uomo da morire con la pistola in pugno, oppure da suicidio.

A quel punto, partendo da Como, poteva raggiungere la Svizzera, oppure andare in Valtellina, oppure in qualche modo accodarsi ai tedeschi che stavano andando verso Merano.

Nessuno sa quello che decise in cuor suo.

Alla fine, all’alba del 26 aprile, partì da Como tentando di sganciarsi sia dalla carovana di ministri e gerarchi, sia dalla scorta delle  SS.                

Si diresse verso Nord, verso la strada che costeggia il lago sulla sponda occidentale.

 Fu raggiunto a Menaggio da Pavolini e da Claretta Petacci, la giovane amante che aveva rifiutato di fuggire in Spagna per  condividere fino all’ultimo la sua sorte.

A Menaggio sopravvenne anche una colonna di soldati tedeschi.

Tutti insieme si misero in viaggio verso Chiavenna, ma a Musso, prima di Dongo, la colonna venne fermata da un gruppo di partigiani.

appartenenti  alla 52a Brigata Garibaldi.

Dopo una breve sparatoria, gli ufficiali tedeschi scesero dai mezzi e cercarono di avviare una trattativa coi partigiani.

La discussione durò ore, i tedeschi credettero per un malinteso che vi fossero 3.000 partigiani nei dintorni, scambiando la cifra degli abitanti di Dongo per quella dei resistenti.

I tedeschi erano preoccupati, avevano il compito di custodire Mussolini, sapevano benissimo che ai partigiani interessavano gli italiani.

Dopo 6 ore i partigiani accettarono di far passare “ solo i tedeschi”.

E’ a quel punto che il comandante tedesco Hans Fellmeyer tentò di salvare il Duce.

Il comandante suggerì di travestire il Duce da tedesco, facendogli indossare un lungo pastrano della Wermacht .

Gli fu calcato sul testone un elmetto che  gli finì sugli occhi; con il bavero alzato, sedutosi in fondo al camion, poteva passare per un soldato semplice in ritirata.

Claretta Petacci, scesa dalla macchina, fece di tutto per far travestire il Duce da camerata tedesco.

Alle 14 “Pedro”, comandante partigiano, acconsentì che la colonna tedesca prendesse il via, ma prima,  in accordo coi tedeschi, pretese che i camion fossero ispezionati.

Alle 14,15 un partigiano si arrampicò sul camion n.34 e vedendo un soldato tedesco accosciato sul pavimento chiese spiegazioni.

I tedeschi, forse troppo precipitosamente,risposero:

“ Camerata ubriaco”, insospettendo il partigiano che, guardando meglio, riconobbe Mussolini.

In pochi secondi avvertì il vice comandante Urbano Lazzaro, che salì sul camion,si avvicinò al soldato e chiese:

“ Italiano?”

Mussolini, dopo una breve esitazione, si consegnò ai partigiani, i quali lo portarono al municipio di Dongo, assieme a tutti i gerarchi, compreso Pavolini, che tentò invano di fuggire gettandosi nel lago.

Verso sera il comandante Pedro decise che era pericoloso lasciare Mussolini in Municipio. Stabilì quindi di portarlo alla Guardia di Finanza di Gervasino.

Claretta Petacci, che era rimasta a Dongo, raggiunse Mussolini, chiedendo ai partigiani di portarla dal suo uomo.

A quel punto Mussolini e la Petacci vennero portati in una casa colonica a Giulino di Mezzegra.

La mattina del 28 aprile furono presi in custodia dal colonnello Valerio, il comunista Walter Audisio, che, secondo quanto raccontò più tardi, giustiziò Mussolini e la Petacci poiché la stessa mattina del 28 il Cln e il  Cvl  di Milano avevano condannato Mussolini e i gerarchi a morte.Valerio, dopo aver lasciato i due corpi, ( la Petacci, si dice, venne colpita a morte perché non si separò fisicamente dal Duce),ritornò a Dongo.I gerarchi condannati a morte vennero condotti in piazza e fucilati. Marcello Petacci, fratello di Claretta, venne ucciso con una raffica di mitra nelle acque del lago mentre cercava di fuggire.Alle 18,30 i sedici corpi più quello della Petacci e Mussolini vennero caricati su un camion che giunse a Milano alle 2 del mattino del 29 aprile.La domenica del 29 aprile i cadaveri vennero esposti in Piazzale Loreto, a Milano.

In Piazza Loreto, otto mesi prima, erano stati fucilati per ordine dei tedeschi quindici partigiani.

80 anni fa ULTIMO ATTO

1945 MUSSOLINI ULTIMO ATTO

Brano tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta volume.II di Pierluigi Raccagni

I fascisti e i nazisti comprendevano benissimo che le strade da prendere erano solo due: o l’annientamento, dopo una difesa disperata, oppure la resa senza condizioni.

Benito Mussolini, che ormai diffidava di tutti, aveva confidato alla moglie il desiderio d’incontrare il Cardinale Schuster di Milano, parlando con la sorella aveva accennato alla difesa del ridotto della Valtellina con la volontà di morire sul suolo italiano.

L’idea di chiudere la grande epopea fascista, andando in Svizzera, non lo allettava, certo.

Ma lasciava le porte aperte a qualsiasi soluzione.

Non aveva più niente da perdere.

Il 17 aprile alle ore 21 Mussolini arrivò a Milano con un piccolo seguito e un distaccamento tedesco, fissando la sua residenza alla Prefettura di corso Monforte.

 Voleva giocarsela politicamente fino all’ultimo.

Pensava di rivolgere un solenne discorso di commiato il 21 aprile, facendo uscire nello stesso giorno il suo nuovo libro “ Per la resurrezione della Patria”, edito da Mondadori.

Non se ne fece niente.

Le notizie che provenivano da Bologna mettevano i circoli fascisti di Milano in uno stato d’angoscia opprimente.

Iniziava lo squagliamento delle forze repubblicane.

Il 20 aprile si riuniva d’urgenza in Prefettura il Consiglio dei Ministri per decidere finalmente lo spostamento del governo e dei fedelissimi in Valtellina, come previsto da tempo.

I pareri erano fortemente discordi, come è normale nei casi dove all’interesse generale della patria si contrappone l’interesse personale di salvare la pelle.

Mentre l’esempio nazista, che trasformava ogni città in fortezza, aveva portato alcuni estremisti come Barracu ad immaginare di fare della capitale lombarda, “l’Alcazar del fascismo”, trasformando il palazzo della prefettura e gli adiacenti edifici in bunker, altri, come Pavolini, insistevano sulla Valtellina che lui stesso aveva ispezionato pochi giorni prima.

Non c’era il clima che aleggiava nel bunker di Hitler, dove al personale veniva consegnata una compressa di cianuro e dove Hitler con signora si apprestavano al suicidio.

Mussolini fidava nelle trattative in corso, si appellava  al desiderio della maggioranza del popolo italiano di giungere ad un compromesso che evitasse uno spargimento di sangue in tutta la città di Milano.

I ministri della repubblica moribonda si davano da fare.

Angelo Tarchi, ministro dell’Economia, aveva preparato una bozza di accordo con il CLN nella quale era prevista addirittura la consegna dei criminali Pietro Koch e del maggiore Carità.

Il 22 aprile, sentite tutte le discordanti campane di quel consiglio dei ministri, preda del panico, il Duce dava disposizione al ministro dell’interno Paolo Zerbino, che aveva sostituito Buffarini – Guidi, considerato troppo vicino ai tedeschi, e al capo della polizia Renzo Montagna, di trattare un formale passaggio di poteri fra le autorità di Salò e il Comitato di Liberazione.

Nel contempo, tanto per dimostrare la sua volontà di trattare anche coi socialisti, dava incarico a Carlo Silvestri, (un giornalista socialista confinato ai tempi del delitto Matteotti, perché aveva scritto come il capo fosse complice del delitto), passato poi alla Repubbica di Salò, di cedere la repubbica allo PSIUP, con la speranza che questi difendesse la socializzazione delle forze produttive, attuando il piano di riforme sociali previsto dal Congresso di Verona.

La soluzione era sconcertante.

Mussolini voleva dimostrare a tutti i costi che lui era ritornato repubblicano e socialista: Riccardo Lombardi e Valiani respinsero sdegnati la proposta portata da Silvestri.

Si arrivò così al famoso incontro dell’Arcivescovado fra Mussolini e gli esponenti della Resistenza, unico serio tentativo di negoziato da parte della Repubblica sociale.

L’incontro era stato organizzato dall’industriale Gian Riccardo Cella, che aveva acquistato il Palazzo e i macchinari del Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini.

Il Duce lasciò il cortile della Prefettura in Monforte il giorno 25 aprile, il Cardinale gli aveva inviato una vecchia limousine che lo accompagnasse.

Con lui c’erano Zerbino, Barracu, il prefetto di Milano Bassi, Barracu della Presidenza del Consiglio e Cella.

Si aggregò anche un tenente delle SS che fungeva da scorta personale.

Il generale Graziani venne invitato all’incontro un po’ più tardi.

Alle 3, 30 ebbe luogo una specie di riunione del Comitato di Liberazione nazionale, nel quale il generale Cadorna, Marazza e Lombardi furono designati a trattare coi fascisti.

I tedeschi intanto avevano promesso di arrendersi alle 17,00.

Mussolini, quando arrivò al palazzo arcivescovile, fu ricevuto da solo dal cardinale Schuster che, con grande gentilezza paragonò Mussolini a Napoleone, regalandogli anche un libro su S. Benedetto.

Come annoterà poco dopo il Cardinale nelle sue memorie, ad un certo punto Mussolini disse che il suo programma comprendeva 

“…due parti e due tempi diversi. In un primo tempo, domani l’esercito e la milizia repubblicana verrebbero disciolti: egli poi si sarebbe ritirato in Valtellina con una schiera di tremila camicie nere”

Il Cardinale replicò:” E così…ella ha intenzione di continuare la guerra sulle montagne? Il Duce mi assicura:”Ancora per un poco, ma poi mi arrenderò….” Il Cardinale notò che la cifra di 3000 camicie nere era più vicina a 300 e Mussolini rispose sorridendo:

“ Forse saranno un po’ di più, ma non di molto. Non mi faccio illusioni”.

Cfr.W. Deakin, opera cit. pag.787

Bisogna ricordare a questo punto che sugli ultimi giorni di vita di Mussolini quasi tutte le fonti sono memorialistiche e anche discordanti e contradditorie.

Ma su alcune circostanze storici e giornalisti di parti avverse comunque concordano.

Uno dei punti unificanti è il senso di quello che successe in Arcivescovado.

Mussolini in Arcivescovado venne a trovarsi veramente solo in senso politico e umano.

Il cardinale Schuster e monsignor Bicchierai erano al centro di colloqui e segreti sondaggi che da mesi intercorrevano fra gli Alleati, i partigiani, i fascisti e i tedeschi.

Mussolini si illudeva di essere ancora una volta in grado di dettare delle condizioni.

Il colloquio preliminare del 25 aprile in Arcivescovado fra il Cardinale e Mussolini, però, rivelava già che, al di là delle apparenze, il Duce era un “uomo inebetito dall’immane sventura”, come scrisse poi Schuster.

Alle 18 finalmente arrivarono i membri del comitato.

L’accoglienza del Cardinale fu cordiale.

Furono introdotti immediatamente nel salotto.

Attorno al tavolo, accanto a Mussolini, come a fargli coraggio  prese posto Schuster, Cadorna prese posto dirimpetto con Lombardi e Marazza.

Seguivano poi Barracu,Zerbino, Graziani e Bassi.

La conversazione all’inizio non andò malissimo per il Duce.

Quando Marazza disse che “ aveva soltanto da chiedere una resa senza condizioni”, il Duce rispose che l’avevano ingannato perché gli avevano assicurato che le famiglie dei gerarchi si sarebbero potute radunare a Varese e le truppe concentrare in Valtellina.

Marazza rispose che queste erano le modalità dell’accordo dopo che fosse stata accettata la resa.

Mussolini si dichiarò disposto a discutere, anche perché Cadorna precisò che gli Alleati avevano deciso di garantire a tutte le milizie repubblicane coscritte e volontarie il trattamento internazionale.

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