Brano tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta, la vittoria della democrazia, vol II di Pierluigi Raccagni 1945 L’INSURREZIONE
L’offensiva alleata cominciata il 4 aprile travolse le forze tedesche nei pressi del Po.
La 10a Armata tedesca agli ordini del generale Heinrich von Vietingoff, comandante del settore italiano dal marzo del 1945, dopo il trasferimento di Kesserling in Germania, non potè resistere a lungo.
Il 12 aprile, infatti, i polacchi presero Castel Bolognese.
Il 17 fu la volta di Imola, il 21 aprile fu conquistata Bologna.
Il 22 aprile venne sfondata la Linea Gotica.
Ma il 10 aprile era stata la Resistenza a mettersi in moto per l’insurrezione generale.
La Direttive n.16 del PCI, redatte da Luigi Longo e pubblicate sulla “Nostra lotta” erano una sentenza definitiva sul nazi – fascismo in Italia che non lasciava spazio a nessuna apertura diplomatica.
Nel documento, dopo un incitamento “all’assalto finale”, venivano indicate norme precise di comportamento per i militanti comunisti arruolati nella Resistenza:
“ Predisporre vere e proprie azioni insurrezionali;
iniziare gli attacchi in forze ai presidi nazifascisti e spingere a fondo la liberazione di paesi, vallate e intere regioni;
sviluppare azioni più ampie nelle città per la liquidazione dei posti di blocco, di sedi fasciste e tedesche, di commissari di polizia;
avviare lo sciopero generale insurrezionale”.
Nella seconda parte del documento si specificava la condotta da tenere davanti ad ogni forma di attendismo.
Era questa una sezione decisiva, che mandava praticamente a monte i tentativi dei moderati e degli Alleati di una consegna soft dei pieni poteri nelle mani delle armate inglesi e americane:
“…per nessuna ragione il nostro partito e i compagni che lo rappresentano in qualsiasi organismo militare o di massa, devono accettare proposte, consigli, piani tendenti a limitare, a evitare, a impedire l’insurrezione nazionale di tutto il popolo.
Ma se, nonostante tutti i nostri sforzi, non riuscissimo, in simili casi, a dissuadere i nostri amici e alleati, noi dobbiamo anche fare da soli, cercando di trascinare al nostro seguito quante più forze possibili ed agendo sempre, però, in nome del CLN e sul piano politico dell’unione di tutte le forze popolari e nazionali per la cacciata dei tedeschi e dei fascisti e mettendo bene in chiaro che con la nostra attività noi ci proponiamo affatto degli scopi e degli obiettivi di parte…..”.
Cfr. Gianni Oliva, I Vinti e i Liberati, Milano 1994, pag.544.Di fronte all’iniziativa di Mussolini di trovare in extremis una soluzione politica anche attraverso la mediazione della Chiesa, tramite l’Arcivescovado di Milano, il 12 aprile il CLNAI ribadiva che non era possibile nessun compromesso e ordinava al Corpo Volontari della Libertà di “ procedere alla cattura di Mussolini, Pavolini, Graziani, Zerbino, Vidussoni, Ricci e altri tredici gerarchi del direttorio fascista”.
Il partito comunista, che controllava almeno il 40 per cento delle forze armate partigiane, ebbe un’importanza determinante nel non trattare coi fascisti.
Ma bisogna dire che anche il partito d’azione e i socialisti erano pronti per l’insurrezione finale.
Così come all’insurrezione non si opposero democristiani e liberali.
In Emilia la resistenza tedesca durò per circa una settimana, prima che le armate alleate entrassero a Bologna il 21 aprile con gli italiani della Legnano e i polacchi.Sempre il 21 Ferrara insorse, Modena, Reggio, Parma furono liberate dalle forze patriottiche.
Seimila tedeschi furono imprigionati nella valle del Taro.
In Liguria la 5a Armata americana, dopo aver liberato Carrara, stava viaggiando in direzione di Genova.In Piemonte l’insurrezione fu preceduta da uno sciopero generale: il 18 aprile, a Torino , gli operai uscirono dalla fabbriche assaltando le sedi fasciste, i combattimenti furono aspri a Cuneo.1945 MUSSOLINI ULTIMO ATTO
I fascisti e i nazisti comprendevano benissimo che le strade da prendere erano solo due: o l’annientamento, dopo una difesa disperata, oppure la resa senza condizioni.
Benito Mussolini, che ormai diffidava di tutti, aveva confidato alla moglie il desiderio d’incontrare il Cardinale Schuster di Milano, parlando con la sorella aveva accennato alla difesa del ridotto della Valtellina con la volontà di morire sul suolo italiano.
L’idea di chiudere la grande epopea fascista, andando in Svizzera, non lo allettava, certo.
Ma lasciava le porte aperte a qualsiasi soluzione.
Non aveva più niente da perdere.
Il 17 aprile alle ore 21 Mussolini arrivò a Milano con un piccolo seguito e un distaccamento tedesco, fissando la sua residenza alla Prefettura di corso Monforte.
Voleva giocarsela politicamente fino all’ultimo.
Pensava di rivolgere un solenne discorso di commiato il 21 aprile, facendo uscire nello stesso giorno il suo nuovo libro “ Per la resurrezione della Patria”, edito da Mondadori.
Non se ne fece niente.
Le notizie che provenivano da Bologna mettevano i circoli fascisti di Milano in uno stato d’angoscia opprimente.
Iniziava lo squagliamento delle forze repubblicane.
Il 20 aprile si riuniva d’urgenza in Prefettura il Consiglio dei Ministri per decidere finalmente lo spostamento del governo e dei fedelissimi in Valtellina, come previsto da tempo.
I pareri erano fortemente discordi, come è normale nei casi dove all’interesse generale della patria si contrappone l’interesse personale di salvare la pelle.
Mentre l’esempio nazista, che trasformava ogni città in fortezza, aveva portato alcuni estremisti come Barracu ad immaginare di fare della capitale lombarda, “l’Alcazar del fascismo”, trasformando il palazzo della prefettura e gli adiacenti edifici in bunker, altri, come Pavolini, insistevano sulla Valtellina che lui stesso aveva ispezionato pochi giorni prima.
Non c’era il clima che aleggiava nel bunker di Hitler, dove al personale veniva consegnata una compressa di cianuro e dove Hitler con signora si apprestavano al suicidio.
Mussolini fidava nelle trattative in corso, si appellava al desiderio della maggioranza del popolo italiano di giungere ad un compromesso che evitasse uno spargimento di sangue in tutta la città di Milano.
I ministri della repubblica moribonda si davano da fare.
Angelo Tarchi, ministro dell’Economia, aveva preparato una bozza di accordo con il CLN nella quale era prevista addirittura la consegna dei criminali Pietro Koch e del maggiore Carità.
Il 22 aprile, sentite tutte le discordanti campane di quel consiglio dei ministri, preda del panico, il Duce dava disposizione al ministro dell’interno Paolo Zerbino, che aveva sostituito Buffarini – Guidi, considerato troppo vicino ai tedeschi, e al capo della polizia Renzo Montagna, di trattare un formale passaggio di poteri fra le autorità di Salò e il Comitato di Liberazione.
Nel contempo, tanto per dimostrare la sua volontà di trattare anche coi socialisti, dava incarico a Carlo Silvestri, (un giornalista socialista confinato ai tempi del delitto Matteotti, perché aveva scritto come il capo fosse complice del delitto), passato poi alla Repubbica di Salò, di cedere la repubbica allo PSIUP, con la speranza che questi difendesse la socializzazione delle forze produttive, attuando il piano di riforme sociali previsto dal Congresso di Verona.
La soluzione era sconcertante.
Mussolini voleva dimostrare a tutti i costi che lui era ritornato repubblicano e socialista: Riccardo Lombardi e Valiani respinsero sdegnati la proposta portata da Silvestri.Si arrivò così al famoso incontro dell’Arcivescovado fra Mussolini e gli esponenti della Resistenza, unico serio tentativo di negoziato da parte della Repubblica sociale.
L’incontro era stato organizzato dall’industriale Gian Riccardo Cella, che aveva acquistato il Palazzo e i macchinari del Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini.
Il Duce lasciò il cortile della Prefettura in Monforte il giorno 25 aprile, il Cardinale gli aveva inviato una vecchia limousine che lo accompagnasse.
Con lui c’erano Zerbino, Barracu, il prefetto di Milano Bassi, Barracu della Presidenza del Consiglio e Cella.
Si aggregò anche un tenente delle SS che fungeva da scorta personale.
Il generale Graziani venne invitato all’incontro un po’ più tardi.
Alle 3, 30 ebbe luogo una specie di riunione del Comitato di Liberazione nazionale, nel quale il generale Cadorna, Marazza e Lombardi furono designati a trattare coi fascisti.
I tedeschi intanto avevano promesso di arrendersi alle 17,00.
Mussolini, quando arrivò al palazzo arcivescovile, fu ricevuto da solo dal cardinale Schuster che, con grande gentilezza paragonò Mussolini a Napoleone, regalandogli anche un libro su S. Benedetto.

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