1945 LA FINE DI SALO’: IL DUCE DISPERATO Dopo il bagno di folla di Milano del dicembre ’44, con il discorso del Lirico, Benito Mussolini, a gennaio, sperava ancora in un ribaltamento della situazione a favore della Germania con l’uso delle armi segrete.Ma dalla Germania certo non arrivavano notizie rassicuranti.Ai primi di gennaio del 1945 l’esercito di Stalin aveva attraversato l’Oder irrompendo nel territorio della Germania Orientale. L’occupazione dell’Alta Slesia era stato un durissimo colpo per la maggior fonte tedesca di rifornimento di carbone.In Occidente la linea Sigfrido era sotto l’urto degli eserciti alleati, l’Armata Rossa iniziava la battaglia per Budapest.In Italia, dopo il messaggio del gen. Alexander nell’inverno del 1944 che aveva mortificato i partigiani per il suo carattere attendista, l’arrivo del generale americano Mark Clark aveva dato un segnale positivo ai patrioti italiani che videro intensificati i rifornimenti di armi e cibo.Così la guerra delle “bande” partigiane era ripresa con vigore.La guerra civile divampava in tutta l’Italia del nord con brutalità e determinazione da ambo le parti.Si intuiva, però, che i fascisti erano quasi rassegnati, mentre i tedeschi non vedevano l’ora di abbandonare il fronte italiano per ritornare in Germania.La Germania nazista, pur avendo ancora a disposizione 27 divisioni nell’Italia settentrionale, non aveva possibilità di fermare l’avanzata alleata: disponeva solo di una sessantina di aerei, l’artiglieria era nettamente inferiore a quella dei nemici.Per i tedeschi rimanere intrappolati in Italia, era diventato inutile.Il Duce oscillava fra due stati d’animo contrapposti: un’euforia episodica e momentanea e una depressione latente che manifestava quando si trovava a interloquire con qualche collaboratore fidato.Ricevendo a Villa Feltrinelli di Gargagno il nuovo sottosegretario agli interni Giorgio Pini, ex capo redattore del Popolo d’Italia, gli chiese “Ditemi la verità, Pini. A che punto pensate siamo con la guerra?”E’ belle che perduta”, rispose Pini.Mussolini disse: “E’ così, non c’è niente da fare”.Era dal settembre del 1944, da quando gli Alleati avevano sfondato la Linea gotica, che circolava sempre più frequente l’intenzione dei Repubblicani fascisti e dei tedeschi di creare un’area fortificata nella quale organizzare un’ultima resistenza.Con il gennaio del 1945, all’intensificarsi dell’offensiva alleata, ripresero i colloqui fra fascisti e tedeschi per mettere in atto l’ultima collaborazione per una difesa disperata.”Una difesa ad oltranza in una ridotta alpina”, era questa l’intenzione dei fascisti, soprattutto di Pavolini.Anche Hitler aveva pensato di ritirarsi verso le Alpi bavaresi per una ulteriore e disperata resistenza contro gli Alleati, in quei frangenti le idee fra i due dittatori non erano molto dissimili.Ma anche fra gli irriducibili cominciavano le defezioni.Ironia della storia: era da parte tedesca che in Italia, soprattutto, si cercava una via d’uscita diplomatica.Era cominciato il tempo del “si salvi chi può”, singole autorità tedesche tentavano iniziative personali, non coordinate, di pace in tutta Europa.Ribentrop, Himmler, Kaltenbrunner, avevano cominciato a prendere contatti con i rappresentanti alleati nelle capitali neutrali.Era normale.Le SS erano responsabili di milioni di morti civili in tutta Europa, avevano compiuto massacri che sarebbero passati alla storia dell’orrore umano, ora volevano salvare la pelle e con la pelle le ricchezze accumulate e trafugate sul Continente.Da parte dei nazisti, i più criminali come ricordato, c’era la speranza di una pace separata con gli Alleati in funzione antisovietica.Va precisato che anche in Italia ambienti conservatori, che avevano flirtato coi tedeschi, nell’inverno del 1944 – ‘45 erano seriamente allarmati dalla considerazione di un’insurrezione popolare contro i fascisti e i tedeschi a guida comunista e di una battaglia fra tedeschi e Alleati nell’Italia settentrionale.Per loro evitare “un’inutile strage”, con un passaggio indolore del governo fra tedeschi e Alleati, significava mettere al riparo una parte dell’Italia da nuovi lutti e macerie, e mettere al sicuro il proprio potere.Per quanto riguarda l’Italia, il centro della mediazione politica, per sua stessa collocazione geografica, era diventata la neutrale Svizzera.Karl Wolff, capo delle SS in Italia, prese l’iniziativa più importante.Non si sa se anche lui fosse partecipe dell’illusoria speranza di rompere l’alleanza antinazista, oppure volesse ingraziarsi gli anglo – americani.Sta di fatto che a fine gennaio si recò in Germania, ove il 4 febbraio ebbe un colloquio con Himmler e il 6 uno con Hitler alla presenza di Ribentrop.Il Fṻhrer non disse di no alla proposta di mediazione sollecitata da Wolff.Hitler convinto che fosse possibile operare una rottura fra Alleati e Sovietici, consigliò solo segretezza nell’iniziativa.Quando Wolff tornò in Italia fu stabilito un primo contatto con il servizio segreto americano per mezzo del barone Luigi Parrilli, che aveva rapporti sia con le SS, sia con agenti del servizio segreto svizzero.Parrilli si incontrò in Svizzera con un rappresentante di Alan Dulles dell’OSS, (servizo segreto americano), che pretese di trattare con persone accreditate della Wehrmacht o delle SS.Intanto l’8a Armata britannica e la 5a Armata americana sferrarono l’offensiva in aprile sotto il comando di Mark Clark. passaggio del Po fra Piacenza e Ferrara, la penetrazione in Lombardia e Veneto.Reparti della 5a americana avrebbero puntato su Spezia e Genova.Quelli dell’8a su Venezia e Trieste.E i partigiani?Avrebbero dovuto garantire l’ordine pubblico, la salvaguardia degli impianti industriali, in attesa dell’insediamento del governo alleato.Era chiaro e lampante che gli Alleati volevano limitare un’insurrezione popolare che avrebbe legittimato il governo dei Comitati di Liberazione.La partita che si giocava in quel momento in Italia era la stessa che si era giocata a Varsavia e a Parigi, per quanto riguarda la contrapposizione politica fra democrazia liberale e socialismo sovietico. Mussolini e i fascisti ne erano consapevoli.Il Duce, fino all’ultimo, tentò di giocarsi le sue carte.

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