Il ministro Poletti, quello del Jobs Act, si è distinto ancora una volta per la sua sicumera.
Si è scusato per aver dichiarato che” certi giovani ( quelli che vanno all’estero a lavorare), è meglio non averli fra i piedi”,( oggi si scusano tutti,è uno sport nazionale del post – malcostume).
E’ un’arroganza che nasconde terribili mancanze: di saggezza, di intelligenza, di sensibilità.
Che un ministro del lavoro del genere possa definirsi di sinistra, è un oltraggio alla storia del movimento operaio.
Il nostro si affretta a voler cambiare il jobs act, prima che un referendum lo seppellisca definitivamente nel cimitero degli asini.
Giulianone, non solo fa perdere fiducia nello Stato, ma fa perdere anche voti alla sinistra, ( il che importa meno).
E i disoccupati, gli operai, i precari, dovrebbero votare un “kompagno”, come il genio di Imola?
Sono entrato alla nuova Feltrinelli di Milano. Il nuovo ipermercato della Kultur è stato inaugurato recentemente in pompa magna. Tutti d’accordo che sarà un’occasione di scambi culturali, di nuovi posti di lavoro ( sperando che i salari non siano quelli della grande distribuzione..). Mi ha colpito che, appena entrato, ho trovato al reparto “Libreria” una scritta che diceva così CULTURA= CAPITALE.
La cultura del capitale,però, non è la stessa cosa che una capitale della cultura. In Unione sovietica, dove senz’altro la cultura era abbondante, c’era ben poco da consolarsi con Tolstoi e il balletto del Bolscioi. La cultura da sola non crea ricchezza, crea semmai un capitale umano che può salvare dalla barbarie e dal genocidio dello spirito. Le cattedrali della cultura sono possibili solo quando un’articolata e precisa divisione del lavoro, crea una cultura del capitale.
E poi, mi sono chiesto, non è proprio la sinistra che mi ha insegnato che non sono le idee a produrre il mondo, ma sono i rapporti di produzione a produrre le idee? Se invece di scrivere CULTURA = CAPITALE avessero scritto “ IL LAVORO RENDE LIBERI”, sarebbe stato teoreticamente perfetto.