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– storia e storie della democrazia –

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Civil War

Da una conversazione con Adriano Sofri

“tutti i fascisti come Ramelli una chiave inglese fra i capelli.” Oppure ” Hazet 36 fascio dove sei?” Si vociava così,nelle file dei sdo della sinistra extraparlamentare,con furore omicida e idealismo antifascista.D’ altronde era stato proprio Lenin a dire che la  guerra vera era
quella civile perché si basa
sul.massimo dell’ inimicizia.La guerra. Civile del 1943 1945,trascinatasi  per altri trent’ anni grazie alla
storica
collusione  fra
fascismo repubblichino, neo fascismo, apparati dello stato
Anticomunisti  da
Guerra
Fredda ha seminato odio,vendette,e morti fino alla metà degli anni ottanta,inutile negarlo. L’ elenco delle vittime a sinistra
è più lungo,per l’ oggettiva copertura di  una parte delle istituzioni,polizia,carabinieri e magistratura,che finirono come obiettivi della.lotta armata.Il tutto a sinistra veniva liquidato con le parole del presidente Mao” la rivoluzione non è un pranzo di gala” L’ omicidio di Ramelli,schifoso,inutile,tragico voleva essere la risposta mal  riposta che con il sangue delle camicie nere avremmo fatto più rosse le nostre bandiere Slogan,solo parole di ordine riduttive. sAnche qui non se ne esce.Senza contare le sprangate fra sinistri…
Quindi senza una vera riflessione,non retorica,che escluda l’ omicidio come parte della lotta politica non si va oltre braccia tese e pugni chiusi..La Meloni,meglio La Russa sembrano disposti a riappacificarsi,ma non possono.Dovtebbero riscrivere la storia di Italia,insieme a noi.



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1945 28 aprile la morte del caporale che voleva fuggire in Svizzera

Alle 19,30 una lunga colonna di macchine si avviò verso l’autostrada.

Erano circa dieci, Mussolini stava in compagnia di Bombacci.

I due uomini erano stati compagni rivoluzionari in Romagna, Bombacci era stato in Russia a fare la rivoluzione con Lenin.

Al momento della partenza Mussolini sciolse tutti i membri del partito e delle forze armate dal loro giuramento di fedeltà.

Non voleva spargimento di sangue a Milano.

L’insurrezione partigiana divampava in tutta la Lombardia e in Piemonte.

La sera del 25 aprile a Genova si erano arresi i tedeschi sotto il comando del generale Gungher Meinhold.

A Milano la Guardia di Finanza, che da tempo era l’unico reparto di truppe regolari del CVL, avrebbe occupato all’alba la prefettura, ormai deserta, i giornali, gli impianti industriali, la sede dell’Eiar.

Ci sabbero stati brevi scontri all’Arena e alle Officine Innocenti.

Insomma Milano, la culla del fascismo, dove tutto era cominciato per il Duce in piazza S. Sepolcro, stava cadendo come un frutto maturo senza grandi spargimenti di sangue.

Mussolini arrivò a Como dove si erano concentrati parecchi fascisti con le loro famiglie, dove c’erano ancora dei reparti abbastanza organizzati, dove tutti cercavano un’ancora di salvezza seguendo le ultime indicazioni di un governo che non c’era più, di un capo che, in tutta sincerità, non sapeva cosa fare.

Mussolini forse non era uomo da morire con la pistola in pugno, oppure da suicidio.

A quel punto, partendo da Como, poteva raggiungere la Svizzera, oppure andare in Valtellina, oppure in qualche modo accodarsi ai tedeschi che stavano andando verso Merano.

Nessuno sa quello che decise in cuor suo.

Alla fine, all’alba del 26 aprile, partì da Como tentando di sganciarsi sia dalla carovana di ministri e gerarchi, sia dalla scorta delle  SS.                

Si diresse verso Nord, verso la strada che costeggia il lago sulla sponda occidentale.

 Fu raggiunto a Menaggio da Pavolini e da Claretta Petacci, la giovane amante che aveva rifiutato di fuggire in Spagna per  condividere fino all’ultimo la sua sorte.

A Menaggio sopravvenne anche una colonna di soldati tedeschi.

Tutti insieme si misero in viaggio verso Chiavenna, ma a Musso, prima di Dongo, la colonna venne fermata da un gruppo di partigiani.

appartenenti  alla 52a Brigata Garibaldi.

Dopo una breve sparatoria, gli ufficiali tedeschi scesero dai mezzi e cercarono di avviare una trattativa coi partigiani.

La discussione durò ore, i tedeschi credettero per un malinteso che vi fossero 3.000 partigiani nei dintorni, scambiando la cifra degli abitanti di Dongo per quella dei resistenti.

I tedeschi erano preoccupati, avevano il compito di custodire Mussolini, sapevano benissimo che ai partigiani interessavano gli italiani.

Dopo 6 ore i partigiani accettarono di far passare “ solo i tedeschi”.

E’ a quel punto che il comandante tedesco Hans Fellmeyer tentò di salvare il Duce.

Il comandante suggerì di travestire il Duce da tedesco, facendogli indossare un lungo pastrano della Wermacht .

Gli fu calcato sul testone un elmetto che  gli finì sugli occhi; con il bavero alzato, sedutosi in fondo al camion, poteva passare per un soldato semplice in ritirata.

Claretta Petacci, scesa dalla macchina, fece di tutto per far travestire il Duce da camerata tedesco.

Alle 14 “Pedro”, comandante partigiano, acconsentì che la colonna tedesca prendesse il via, ma prima,  in accordo coi tedeschi, pretese che i camion fossero ispezionati.

Alle 14,15 un partigiano si arrampicò sul camion n.34 e vedendo un soldato tedesco accosciato sul pavimento chiese spiegazioni.

I tedeschi, forse troppo precipitosamente,risposero:

“ Camerata ubriaco”, insospettendo il partigiano che, guardando meglio, riconobbe Mussolini.

In pochi secondi avvertì il vice comandante Urbano Lazzaro, che salì sul camion,si avvicinò al soldato e chiese:

“ Italiano?”

Mussolini, dopo una breve esitazione, si consegnò ai partigiani, i quali lo portarono al municipio di Dongo, assieme a tutti i gerarchi, compreso Pavolini, che tentò invano di fuggire gettandosi nel lago.

Verso sera il comandante Pedro decise che era pericoloso lasciare Mussolini in Municipio. Stabilì quindi di portarlo alla Guardia di Finanza di Gervasino.

Claretta Petacci, che era rimasta a Dongo, raggiunse Mussolini, chiedendo ai partigiani di portarla dal suo uomo.

A quel punto Mussolini e la Petacci vennero portati in una casa colonica a Giulino di Mezzegra.

La mattina del 28 aprile furono presi in custodia dal colonnello Valerio, il comunista Walter Audisio, che, secondo quanto raccontò più tardi, giustiziò Mussolini e la Petacci poiché la stessa mattina del 28 il Cln e il  Cvl  di Milano avevano condannato Mussolini e i gerarchi a morte.Valerio, dopo aver lasciato i due corpi, ( la Petacci, si dice, venne colpita a morte perché non si separò fisicamente dal Duce),ritornò a Dongo.I gerarchi condannati a morte vennero condotti in piazza e fucilati. Marcello Petacci, fratello di Claretta, venne ucciso con una raffica di mitra nelle acque del lago mentre cercava di fuggire.Alle 18,30 i sedici corpi più quello della Petacci e Mussolini vennero caricati su un camion che giunse a Milano alle 2 del mattino del 29 aprile.La domenica del 29 aprile i cadaveri vennero esposti in Piazzale Loreto, a Milano.

In Piazza Loreto, otto mesi prima, erano stati fucilati per ordine dei tedeschi quindici partigiani.

80 anni fa ULTIMO ATTO

1945 MUSSOLINI ULTIMO ATTO

Brano tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta volume.II di Pierluigi Raccagni

I fascisti e i nazisti comprendevano benissimo che le strade da prendere erano solo due: o l’annientamento, dopo una difesa disperata, oppure la resa senza condizioni.

Benito Mussolini, che ormai diffidava di tutti, aveva confidato alla moglie il desiderio d’incontrare il Cardinale Schuster di Milano, parlando con la sorella aveva accennato alla difesa del ridotto della Valtellina con la volontà di morire sul suolo italiano.

L’idea di chiudere la grande epopea fascista, andando in Svizzera, non lo allettava, certo.

Ma lasciava le porte aperte a qualsiasi soluzione.

Non aveva più niente da perdere.

Il 17 aprile alle ore 21 Mussolini arrivò a Milano con un piccolo seguito e un distaccamento tedesco, fissando la sua residenza alla Prefettura di corso Monforte.

 Voleva giocarsela politicamente fino all’ultimo.

Pensava di rivolgere un solenne discorso di commiato il 21 aprile, facendo uscire nello stesso giorno il suo nuovo libro “ Per la resurrezione della Patria”, edito da Mondadori.

Non se ne fece niente.

Le notizie che provenivano da Bologna mettevano i circoli fascisti di Milano in uno stato d’angoscia opprimente.

Iniziava lo squagliamento delle forze repubblicane.

Il 20 aprile si riuniva d’urgenza in Prefettura il Consiglio dei Ministri per decidere finalmente lo spostamento del governo e dei fedelissimi in Valtellina, come previsto da tempo.

I pareri erano fortemente discordi, come è normale nei casi dove all’interesse generale della patria si contrappone l’interesse personale di salvare la pelle.

Mentre l’esempio nazista, che trasformava ogni città in fortezza, aveva portato alcuni estremisti come Barracu ad immaginare di fare della capitale lombarda, “l’Alcazar del fascismo”, trasformando il palazzo della prefettura e gli adiacenti edifici in bunker, altri, come Pavolini, insistevano sulla Valtellina che lui stesso aveva ispezionato pochi giorni prima.

Non c’era il clima che aleggiava nel bunker di Hitler, dove al personale veniva consegnata una compressa di cianuro e dove Hitler con signora si apprestavano al suicidio.

Mussolini fidava nelle trattative in corso, si appellava  al desiderio della maggioranza del popolo italiano di giungere ad un compromesso che evitasse uno spargimento di sangue in tutta la città di Milano.

I ministri della repubblica moribonda si davano da fare.

Angelo Tarchi, ministro dell’Economia, aveva preparato una bozza di accordo con il CLN nella quale era prevista addirittura la consegna dei criminali Pietro Koch e del maggiore Carità.

Il 22 aprile, sentite tutte le discordanti campane di quel consiglio dei ministri, preda del panico, il Duce dava disposizione al ministro dell’interno Paolo Zerbino, che aveva sostituito Buffarini – Guidi, considerato troppo vicino ai tedeschi, e al capo della polizia Renzo Montagna, di trattare un formale passaggio di poteri fra le autorità di Salò e il Comitato di Liberazione.

Nel contempo, tanto per dimostrare la sua volontà di trattare anche coi socialisti, dava incarico a Carlo Silvestri, (un giornalista socialista confinato ai tempi del delitto Matteotti, perché aveva scritto come il capo fosse complice del delitto), passato poi alla Repubbica di Salò, di cedere la repubbica allo PSIUP, con la speranza che questi difendesse la socializzazione delle forze produttive, attuando il piano di riforme sociali previsto dal Congresso di Verona.

La soluzione era sconcertante.

Mussolini voleva dimostrare a tutti i costi che lui era ritornato repubblicano e socialista: Riccardo Lombardi e Valiani respinsero sdegnati la proposta portata da Silvestri.

Si arrivò così al famoso incontro dell’Arcivescovado fra Mussolini e gli esponenti della Resistenza, unico serio tentativo di negoziato da parte della Repubblica sociale.

L’incontro era stato organizzato dall’industriale Gian Riccardo Cella, che aveva acquistato il Palazzo e i macchinari del Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini.

Il Duce lasciò il cortile della Prefettura in Monforte il giorno 25 aprile, il Cardinale gli aveva inviato una vecchia limousine che lo accompagnasse.

Con lui c’erano Zerbino, Barracu, il prefetto di Milano Bassi, Barracu della Presidenza del Consiglio e Cella.

Si aggregò anche un tenente delle SS che fungeva da scorta personale.

Il generale Graziani venne invitato all’incontro un po’ più tardi.

Alle 3, 30 ebbe luogo una specie di riunione del Comitato di Liberazione nazionale, nel quale il generale Cadorna, Marazza e Lombardi furono designati a trattare coi fascisti.

I tedeschi intanto avevano promesso di arrendersi alle 17,00.

Mussolini, quando arrivò al palazzo arcivescovile, fu ricevuto da solo dal cardinale Schuster che, con grande gentilezza paragonò Mussolini a Napoleone, regalandogli anche un libro su S. Benedetto.

Come annoterà poco dopo il Cardinale nelle sue memorie, ad un certo punto Mussolini disse che il suo programma comprendeva 

“…due parti e due tempi diversi. In un primo tempo, domani l’esercito e la milizia repubblicana verrebbero disciolti: egli poi si sarebbe ritirato in Valtellina con una schiera di tremila camicie nere”

Il Cardinale replicò:” E così…ella ha intenzione di continuare la guerra sulle montagne? Il Duce mi assicura:”Ancora per un poco, ma poi mi arrenderò….” Il Cardinale notò che la cifra di 3000 camicie nere era più vicina a 300 e Mussolini rispose sorridendo:

“ Forse saranno un po’ di più, ma non di molto. Non mi faccio illusioni”.

Cfr.W. Deakin, opera cit. pag.787

Bisogna ricordare a questo punto che sugli ultimi giorni di vita di Mussolini quasi tutte le fonti sono memorialistiche e anche discordanti e contradditorie.

Ma su alcune circostanze storici e giornalisti di parti avverse comunque concordano.

Uno dei punti unificanti è il senso di quello che successe in Arcivescovado.

Mussolini in Arcivescovado venne a trovarsi veramente solo in senso politico e umano.

Il cardinale Schuster e monsignor Bicchierai erano al centro di colloqui e segreti sondaggi che da mesi intercorrevano fra gli Alleati, i partigiani, i fascisti e i tedeschi.

Mussolini si illudeva di essere ancora una volta in grado di dettare delle condizioni.

Il colloquio preliminare del 25 aprile in Arcivescovado fra il Cardinale e Mussolini, però, rivelava già che, al di là delle apparenze, il Duce era un “uomo inebetito dall’immane sventura”, come scrisse poi Schuster.

Alle 18 finalmente arrivarono i membri del comitato.

L’accoglienza del Cardinale fu cordiale.

Furono introdotti immediatamente nel salotto.

Attorno al tavolo, accanto a Mussolini, come a fargli coraggio  prese posto Schuster, Cadorna prese posto dirimpetto con Lombardi e Marazza.

Seguivano poi Barracu,Zerbino, Graziani e Bassi.

La conversazione all’inizio non andò malissimo per il Duce.

Quando Marazza disse che “ aveva soltanto da chiedere una resa senza condizioni”, il Duce rispose che l’avevano ingannato perché gli avevano assicurato che le famiglie dei gerarchi si sarebbero potute radunare a Varese e le truppe concentrare in Valtellina.

Marazza rispose che queste erano le modalità dell’accordo dopo che fosse stata accettata la resa.

Mussolini si dichiarò disposto a discutere, anche perché Cadorna precisò che gli Alleati avevano deciso di garantire a tutte le milizie repubblicane coscritte e volontarie il trattamento internazionale.

80 anni fa e oggi: Essere italiani significa essere antifascisti anche in sobrietà

A 80 anni dal 25 aprile del 1945 il ricordo della Liberazione dal nazifascismo rimane un momento di divisione.

Ormai l’ italianità dall’ estrema destra è vista solo come patriottismo,nel senso meloniano e salviniano non certo come celebrazione dei GAP,Gruppi azione patriottica.

Dire che sia stata la festa dei comunisti,soprattutto, è vero, se si pensa che in tutta Europa la resistenza a Hitler e Mussolini vide i partiti comunisti,gli anarchici,i socialisti in prima fila per coraggio ed abnegazione.

Ma non si può dimenticare i soldati che si rifiutarono di collaborare coi repubblichini,gli ebrei che presero parte alla resistenza,i cattolici che cercarono di proteggere partigiani e popolazione civile dalle stragi e che imbracciarono le armi,nonostante la dottrina religiosa del pax et bonum.

Se è vero che gli anglo americani sono stati determinanti per la guerra di liberazione,i resistenti organizzati in Cln furono determinanti per costruire un’ Italia repubblicana,costituzionale,culturalmente lontana dalle nefandezze del nazionalismo fascista.

Essere italiani  e ‘ ribadire che il “siamo tutti antifascisti”è riscatto,orgoglio passione per la libertà non liberista,per il lavoro come equità sociale ed emancipazione,per  l’attenzione verso le minoranze.

Certo non è andata così dal 1945..e chi si è opposto allo stragismo golpista degli anni settanta lo sa benissimo.

Ma la sinistra, nel suo tratto nobile di erede del movimento operaio, nulla ha da spartire con questo governo,coi suoi distinguo,con le sue cattiverie pretestuose.

Se il 25 aprile per Meloni,Salvini,Trump,.. è solo la festa dei comunisti peggio per loro: reazionari che vogliono portare indietro l’ orologio della storia.

I funerali di Bergoglio e il lutto nazionale c ‘ entrano come i cavoli a merenda,non è il caso di ricamarci sopra.

Noi,italiani antifascisti,siamo ancora qui.

La morte di Francesco Papa degli ultimi,merita il rispetto universale

Miliardi di parole,per celebrare la morte di Papa Francesco,non disturberanno il silenzio di un dio prima della creazione del mondo.

Si creda o non si creda il messaggio di Francesco è solo un fatto,mentre i il suo morire è stato un atto di pietà e compassione per chi dalla vita ha avuto niente.

Da questo microcosmo social dire di più sarebbe un atto di presunzione.

Bunker

1945 NEL BUNKER DEI MORTI VIVENTI

Brano tratto da 1939 1945 il racconto della guerra giusta volume II di Pierluigi Raccagni

La sera del 26 aprile i soldati sovietici erano a pochi metri da Alexander Platz, cuore della città.

La cancelleria del Reich a quel punto distava solo un chilometro.

Il clima era strano: depresso e euforico allo stesso tempo. Chi aveva scelto di restare nel bunker, era come avesse scelto

l’Inferno con grande soddisfazione.

Addirittura a tenere compagnia al Fṻhrer arrivò inatteso il generale della Lutwaffe, Ritter Von Greim con la sua affascinante collaboratrice e compagna di vent’anni più giovane, l’asso dell’aviazione e pilota collaudatrice Hanna Reitsch.

Avevano affrontato un rischiosissimo volo da Monaco per stare vicino a Hitler, che, generoso con chi condivideva la sua macabra idea di vita e di morte, lo nominò feldmaresciallo al posto di Göring.

Dal bunker, insomma, veniva un’energia incredibile dalla

follia di Hitler, tutto era sconcertante come in una caverna mortuaria.

Greim, grande ammiratore di Hitler, addirittura disse che bisognava avere fede e le cose sarebbero mutate.

Il 28 arrivò la notizia che Mussolini e la Petacci erano stati appesi a testa in giù a Milano, dopo essere stati uccisi dai partigiani.

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Hitler decise di legalizzare la sua relazione con Eva Braun, dopo aver dettato il suo testamento politico, che non aggiungeva nulla di nuovo alle solite farneticazioni dei primi Anni Venti.

La cerimonia del matrimonio fu celebrata da un impiegato chiamato in tutta fretta nel bunker.

Goebbels e Bormann fecero da testimoni, verso l’1,50 del mattino del 29 aprile del 1945 furono fatte le congratulazioni alla nuova famiglia Hitler.

Lui che era stato sposato solo alla Germania ora aveva contratto matrimonio con Eva Braun, la sua missione era quindi finita, non c’era altro che da preparare la propria morte.

Hitler aveva detto tante volte che non voleva essere esibito come prigioniero allo zoo di Mosca.

La notizia di piazzale Loreto a Milano, lo aveva convinto che la cosa migliore fosse la morte.

Le truppe sovietiche avevano intanto occupato la Postdamer Platz.Alle 14 Hitler pranzò in compagnia delle sue segretarie e della cuoca.

Quindi salutò i suoi intimi collaboratori e si ritirò nella sua stanza.

Adolf Hitler morì tra le 15,15 e le 15,45 di propria mano, come sua moglie Eva, nel bunker principale sotto la cancelleria.

Come realmente sia morto è stato oggetto di migliaia di congetture.

Non vale la pena soffermarsi in questa sede.

Per lui nessuna gloria, nessuna vicenda wagneriana: solo il suicidio di un criminale, di un piccolo caporale, che causò la più grande tragedia dell’umanita’.

Il 2 maggio la battaglia di Berlino ebbe termine.

La guerra in Europa era finita.

Destra sinistra

Stalinisti,putiniani,Trumpiani,Salvini,Orban tutti insieme a destra.Con la scusa che il PD è Ztl,si fa qualsiasi cosa in termini antidemocratici,finendo nella pattumiera della storia come i rossobruni nella repubblica di Weimar.Pero anche da parte della sinistra istituzionale light ci sono delle cose incomprensibili.Come quella del riarmo di 8O0 miliardi; Putin non farà mai la guerra all’ Europa : per ora i  miliardari russo americani si accontentano di ammettersi nazioni e stati con l’ aiuto pure dei nazi stalinisti.

Pero esiste un associazionismo fatto di volontariato,di controcultura,di impegno civile,di legame coi migranti,che lontani da Serra e Vecchioni si possono definire uomini di buona volontà a sinistra.

Anche lotta continua era considerata un gruppuscolo,non è che oggi i piccoli gruppi che sono fuori da giochi di potere,siano così beoti ad esempio.

Se qualcuno va contro la prepotenza dei Putin e dei Trump è sempre il benvenuto a sinistra perché in caso contrario contro i reazionari vi sarebbero solo i cosiddetti liberali,categoria alquanto ambigua considerando i forzisti,ad esempio.

Budapest,1945

In Ungheria la situazione era stata presa in mano dai nazisti con la sostituzione del governatore generale ammiraglio Horthy, fascista e filo nazista, che, però, voleva uscire dall’Asse. Al posto di Horthy, a difendere la città fu nominato  il dittatore delle Croci Frecciate Szalasi, che non aveva di certo l’appoggio della popolazione.Quando nel dicembre del 1944 il maresciallo Rodion Malinovslij, strinse la sua morsa attorno alla capitale ungherese, con massicci bombardamenti, gli abitanti della capitale si spostarono verso Buda sotto il fuoco massiccio degli aerei sovietici, che non facevano sconti a chi resisteva all’avanzata dell’Armata Rossa.Alla fine di dicembre una controffensiva del 4° corpo Panzer delle SS sferrò un attacco improvviso contro i russi.I tedeschi, allora, si arroccarono nel castello di Buda, che era più facile da difendere.n tutto questo caos Budapest era nelle mani di un fascista antisemita psicopatico quale Szalasi, che non sapeva più come salvare la pelle.tler, quando pretese che la città fosse difesa,  fino all’ultimo uomo, aveva a disposizione circa 50.000 soldati tedeschi e 40.000 soldati ungheresi che, in gran numero preferivano disertare o riunirsi ai russi, piuttosto di combattere una battaglia persa.Da qui la tragedia della città di Budapest.Perché le Croci Frecciate, più che combattere i tedeschi, si diedero allo sterminio degli ebrei che erano stati chiusi nel ghetto a morire di fame. A Budapest, dove virtualmente non esisteva più un governo, gli uomini della Croce frecciata si abbandonavano a follie assai pericolose…… pratica il potere era detenuto da bande di giovani fascisti agli ordini di psicopatici di mezza età.Per l’intera durata dell’assedio instaurarono un regime di terrore quale si era visto raramente in Europa dopo il Medioevo.”Cfr.Frederick E. Werbell e Thurston Clarke, Wallenberg, Milano 1987, pag.153i è da aggiungere che Adolf Eichman, che aveva raggiunto Budapest per deportare gli ebrei e continuare la sua opera di bonifica del giudaismo, come deciso dalle direttive della “ soluzione finale”, aveva lasciato la capitale ungherese il 23 dicembre del 1944, anche se aveva giurato di aspettare l’arrivo dell’Armata Rossa per combattere fino all’ultimo uomo. suo lascito era stato chiaro: non un ebreo doveva lasciare vivo il ghetto.a dopo il 24 dicembre le truppe russe raggiunsero la periferia di Buda: Budapest era accerchiata.aoul Wallenberg, ambasciatore svedese, ingaggiò un’eroica battaglia legale, politica e umanitaria per salvare quanti più ebrei fosse possibile dagli eccidi indiscrimati dei nazisti delle Croci Frecciate.” Il diplomatico svedese Roul Wallenberg, rimasto intrappolato a Budapest tentò di arrestare i massacri degli ebrei, avvertendo i comandanti tedeschi che ne sarebbero stati responsabili. Le uccisioni continuarono, tuttavia e a volte morirono anche gli agenti della polizia ungherese mandati a proteggere gli ebrei. Alla fine Wallenberg fu assassinato dai russi. “fr.Max Hastings, Inferno, il mondo in guerra, 1939 – 1945,Milano, 2012 pp.748-749

9.4 Putin è indifendibile come il suo compagno di merende

Putin é indifendibile flirta con i fascisti e l’estrema destra europea ( Marine Le pen Orban, Salvini soprattutto) La guerra patriottica è una retorica scadente per dare del nazista a Zelensky: da parte dei filo putiniani italiani, come si è visto anche in questa pagina per dare dei nazisti agli antifascisti! Che la politica degli Usa sia sempre stata vorace di materie prime ,mercati, terre da reinvestire in  profitti: fa parte del dna del capitalismo. Ma Putin. l’oligarca miliardario che forse Stalin avrebbe fucilato perchè Kulako di professione, ha scatenato una guerra per mettere in discussione la democrazia liberale la socialdemocrazia,il garantismo.e le conquiste della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.Nulla si piglia che non si assomiglia, e Trump è il finto negoziatore che vuole liquidare lo stato nazione ucraino, lo stato palestinese, la Groellandia il Canada Solo pochi anni fa, prima dell’invasione di Putin lo avremmo preso per pazzo. Ora è solo un autocrate populista violento  come il suo compagno di merende.

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