Brano tratto dall’ ebook, 1942 Ordine nuovo e prime sconfitte dell’ Asse,di Pierluigi Raccagni gratuito dal 4 all’ 8 marzo
1942 LA MARCIA DEGLI ITALIANI VERSO IL DON
Mussolini, come si noterà, in tutte le circostanze pensava già al tavolo della pace, al bottino da spartirsi, la guerra bene o male l’avrebbero fatta i tedeschi.
L’8 luglio del 1942 il generale Gariboldi si attestò al comando dell’ARMIR, la 35a armata italiana venne aggregata alla 17a armata tedesca.
La sostanza era sempre quella e non poteva mutare.
Gli italiani venivano comunque considerati dei gregari capaci di rintuzzare qualche controffensiva sovietica e di controllare il territorio occupato.
I soldati tennero bene, potevano fare poco in quello scontro fra titani dove l’Italia fascista era pur sempre una Italietta vista con commiserazione da parte dei tedeschi.
Le nostre scarse risorse tecnico – militari erano arci risapute, avevamo tre armate di alpini con 15.000 muli, con pochi automezzi che si muovevano nella steppa con lentezza, gli scarponi dei soldati erano chiodati, solo la Julia aveva i valenki, gli stivali di feltro che portavano i contadini russi.
Non è il solito discorso di italiani brava gente, scarsi a combattere, lavativi, disordinati, superficiali, ma con il cuore d’oro.
La carica del Cavalleria Savoia nella steppa di Isbuscenskij contro le mitragliatrici sovietiche fu un atto di coraggio, di sprezzo del pericolo che si trasformò in una carneficina, in un episodio di “epica bellezza”, come commentò il generale Messe.
La normalità della guerra di sterminio non confaceva agli italiani che dopo vent’anni di regime fascista erano sì imbevuti di anticomunismo, ma non per questo si comportavano da criminali.
Il 12 luglio l’ARMIR entrò in una battaglia che si protrasse per 12 giorni con accanimento. Il 22 luglio con i tedeschi fu occupato il grande bacino minerario di Donec.
Le unità italiane si disposero con la Celere a Millerovo, la Sforzesca nella zona di Krašnji Vrh, la Pasubio a Krasnaja Poljana.
Appena raggiunto il Donec gli italiani dovettero seguire i tedeschi in un altro balzo in avanti verso il Don ed è in questi mesi che italiani e tedeschi fianco a fianco nella battaglia cominciarono a conoscersi.
Ed è stato in Russia che tanti soldati italiani hanno percepito l’inganno del fascismo e la criminalità del nazismo:
“ben li avevano avuti (i russi N.d.A.) nel bacino del Donec, dopo più di un anno di occupazione militare, il tempo e il modo di conoscere i soldati delle varie armate e poi di confrontarne la natura e il comportamento. Una buona rappresentanza delle razze di mezza Europa: tedeschi, italiani, rumeni, magiari, danesi, francesi, polacchi, austriaci, spagnoli e croati.
Ma nella graduatoria della malvagità che la popolazione aveva compilato fin dai primissimi giorni con un giudizio storico inappellabile, gli italiani ebbero il piacere di vedersi assegnato l’ultimo posto.
Classificati fuori concorso i russi bianchi e i rinnegati, come sempre accade ai tedeschi, nessuno contestò e nessuno riuscì ad insidiare il primo posto. In effetti la differenza dei modi non era poi tanta. Ma sostanziale.
Anche i soldati italiani erano costretti a chiedere molti sacrifici alle popolazioni, non di rado a farle sloggiare dalle loro case e dai loro villaggi (…) Tuttavia anche gli ordini eccessivamente spiacevoli e antipatici non erano mai intimati e messi in esecuzione con metodi capaci di suscitare risentimenti profondi e durevoli (…)
(…) I tedeschi al contrario non chiedevano mai. Prendevano sempre. Senza segni di gratitudine, anzi con diffidenza e disprezzo (…)
(…) Uno dei motivi per cui la tensione naturale dei rapporti fra i soldati italiani e tedeschi, e fra gli stessi comandi militari, era andata ogni giorno più inasprendosi, era stato appunto questo diverso modo di essere uomini o no. Onde, in occasione dei soprusi più violenti e intollerabili, le popolazioni si erano abituate a sollecitare la nostra protezione”.
Fidia Gambetti, I morti e i vivi dell’Armir, Milano 1948, ppagg. 40, 41
Non erano questioni da poco.
All’ammirazione verso un esercito impavido ed organizzato come quello tedesco si stava sostituendo un rancore profondo per i metodi di guerra nazisti.
Difficile vincere una guerra in quello stato psicologico.
I soldati italiani non solo avevano l’ostilità dei tedeschi e la benevolenza dei russi, ma da un certo punto di vista erano la dimostrazione che il fascismo aveva fallito nel suo maldestro tentativo di fare dell’italiano un popolo di guerrieri.
Quando gli alpini vedevano povere donne nei villaggi con la stella gialla sul petto, quando si trovarono davanti alla miseria di un popolo ancora più lacero di quello di casa nostra, fu spiegato loro che quello era ciò che aveva fatto il comunismo ateo in quel paese.
Ma quando videro come i tedeschi trattavano i russi, quando si accorsero che i superuomini non avevano quella pietà generica verso il genere umano, in loro scattò un segnale profondo, un avvertimento che faceva impressione: quella guerra era la guerra sbagliata.

Lascia un commento