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La Storia sono Loro

– storia e storie della democrazia –

22/23- 1944 Roma, dalle Ardeatine alla Liberazione: la guerra giusta  è solo quella vs il nazifascismo

Brano tratto dall’ ebook “Attacco al Terzo Reich da tutte le parti”  di Pierluigi Raccagni

Roma intanto attendeva gli Alleati fermi a Cassino con animo quasi rassegnato.

Non che non ci fosse stata la resistenza partigiana a Roma, ma come ha anche sottolineato uno storico come Renzo De Felice, Roma “ era una zona grigia”, pronta a chiudersi nel guscio della sopravvivenza. D’altronde gli ultimi mesi di occupazione tedesca erano stati drammatici per la capitale italiana dove il papa Pio XII, di fatto, era rimasta l’unica autorità in grado di essere punto di riferimento per la città.

“Negli ultimi mesi dell’occupazione tedesca Roma prese l’aspetto di certe metropoli indiane dove solo gli avvoltoi si nutrono a sazietà e non esiste nessun censimento dei vivi e dei morti.

Una moltitudine di sbandati e di mendicanti cacciati dai loro paesi distrutti, bivaccava sui gradini delle chiese o sotto i palazzi del Papa;

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e nei grandi parchi pubblici pascolavano pecore e vacche denutrite, sfuggite alle bombe e alla razzia delle campagne. Nonostante la dichiarazione di città aperta le truppe tedesche si accalcavano intorno all’abitato, correndo le vie consolari con il fracasso dei loro carriaggi; e la nube disastrosa dei bombardamenti, che attraversava di continuo tutto il territorio provinciale, calava sulla città un tendone di pestilenza e terremoto”.

Cfr. Elsa Morante, La Storia, Einaudi, Torino 1974 pag.324

La resistenza romana, aspettava l’arrivo degli Alleati, ma non era stata con le mani in mano: azioni di guerra, sabotaggi bombe a mano contro i posti di blocco tedeschi e fascisti, erano stati numerosi.

Il 10 marzo del 1944 un corteo di fascisti che ritornava dalla commemorazione dell’anniversario della morte di Giuseppe Mazzini fu attaccato da gruppi di partigiani con bombe di mortaio e colpi di mitra in via Tomacelli al quartiere Prati.

Fino ad arrivare al 23 marzo alle 15,30. Una colonna di SS del battaglione Bozen imboccò Via Rasella.

Dentro ad un carretto della spazzatura un finto spazzino appartenente ad un gruppo dei Gap, che aveva organizzato l’attentato, piazzò una bomba che uccise 26 SS, 60 furono i feriti.

Era un attentato che nazisti e fascisti non potevano tollerare. Il generale Kurt Maelltzer, comandante della piazza di Roma, chiamò al telefono il quartier generale di Hitler e ricevette tramite il generale Jodl l’ordine del Fṻhrer di fucilare cinquanta italiani per ogni tedesco ucciso.

“(…) la rappresaglia è anche figlia della paura: il comando tedesco ha scambiato l’attentato di via Rasella per l’inizio di una rivolta popolare da soffocare immediatamente nel sangue. A tarda sera Kappler (a cui era stata delegata da Kesserling la compilazione della

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lista, (n- d.a), siede alla macchina da scrivere per compilare, personalmente, il fatale elenco.Ci mette subito tutti gli ebrei che sono in carcere e poi gli “ antifascisti ariani” riflettendo almeno tre volte su ogni nome (…)”.

Cfr. Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Milano,1995, pp.289,290.

L’esecuzione di massa vide la morte di 335 uomini e ragazzi, (nella lista il questore fascista Caruso, tanto per non sbagliare ne mise di più), appartenenti a tutte le classi sociali e presi a caso fra gente comune e ladri di biciclette finiti a Regina Coeli.

Siccome erano deceduti due feriti gravi del battaglione “Bozen”, il numero dovette aumentare di venti unità.

Il luogo prescelto furono le cave delle Fosse Ardeatine.

I tedeschi portarono i prigionieri con dei camion dicendo loro che andavano lì per lavorare. Una settantina di nazisti diedero il via alla mattanza sparando alla nuca dei prigionieri inginocchiati e messi sul fondo delle cave.

Vennero fatti entrare 5 alla volta, Kappler stesso sparò a due prigionieri per dare l’esempio a un milite tedesco che non voleva sparare per motivi religiosi.

Alla fine del massacro furono fatte brillare le mine per chiudere l’accesso delle cave e seppellire la vergogna.

Il 23 maggio Alexander ordinò l’attacco generale, la linea Gustav crollò, e il 4 giugno gli alleati arrivarono a Roma.

Per la popolazione romana l’arrivo degli americani voleva dire aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza perché sanciva la fine della guerra.

Roma come Napoli divenne, da Città Santa Città aperta, la città delle “segnorine”, del contrabbando, della borsa nera, dell’arte di arrangiarsi. La presenza del Vaticano, disprezzato ufficiosamente dal nazismo, servì però da cuscinetto diplomatico per stemperare le tensioni, (tranne per il rastrellamento del ghetto ebraico), per cercare di evitare che la città fosse distrutta, per far sì che i tedeschi

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se ne andassero senza darsi alla vendetta e alla distruzione e per far sì che al loro posto non arrivassero i comunisti.

La città, che era rimasta isolata sotto il Comando militare tedesco e sotto quello civile di Salò, fu uno dei pochi casi in Europa nei quali l’arrivo degli Alleati non fu preceduto da un ‘insurrezione generale.

Il generale Clark entrò in Roma e si perse immediatamente per le strade. Dovette fermare un parroco per chiedergli dove fosse il Campidoglio. Il suo sogno si era avverato, come un generale romano vittorioso di ritorno dalla sua conquista si dirigeva verso il Campidoglio, il più sacro dei sette colli di Roma.

Dall’11 maggio, giorno in cui era stato dato il via all’operazione Diadema la vittoria era costata agli Alleati 43 mila fra morti e feriti;18 mila americani, 12 mila britannici, 9 mila francesi e 4 mila polacchi. I tedeschi ebbero “solo” 5.800 morti.

Dalle spiagge di Anzio ora il centro della guerra in Europa passava alle spiagge della Normandia.

1944 OPERAZIONE OVERLORD

  20.3 – Guerre – La pace dei luoghi comuni e delle banalità sconcertanti…

Dopo il COVID del “siamo tutti scienziati”,dopo il governo Draghi del “,siamo tutti economisti”dopo il capolavoro di idiozia del “siamo tutti sindacalisti”,ma non vogliamo il salario minimo, ora va per la maggiore il decisionismo del siamo tutti Statisti.

Così, come se il processo di pace in Palestina,Libano,Israele,Ucraina,Russia etc fosse il trionfo della volontà di superuomini su facebook e nei tak show.

Tu leggi,ascolti,intravvedi Statisti che propongono soluzioni pronte,confezionate al momento, che diventano battute di arroganza e saccenza,magari senza aver letto un libro o fatto esperienze sociali di lotta.

Sono ridicoli: insulti,maledizioni, morte, disgrazie a chi è per Zelensky ad esempio,per chi è decisamente vs.Hamas, perche l’ antisemitismo non è  di sinistra, basta travestirlo da antisionismo.

Coraggiosi e temerari,ma sempre spettatori comodi.

Volere la pace quando c’è la guerra è la cosa più difficile al Mondo, il processo di pace significa comunque tendere una mano a quello che volevi uccidere o ti voleva uccidere.

Un atto di grande cultura e umiltà che mette al primo posto non la politica dei fronti,ma la solidarietà umana.

Il compito principale di una posizione di pace  dovrebbe essere quella di trovare l’ accordo  fra la pace e la giustizia,si pensa

Insomma mediare,fare il proprio lavoro nel tessere relazioni fra nemici,uscire dalla contingenza del dolore con aiuti umanitari: questo credo e non solo io, dovrebbe essere quello che fanno quelli che intravvedono uno spiraglio di pace.

Comprendere ,togliersi la maglia del tifoso, non ingraziarsi la parrocchietta che ti dà il consenso per dire ad esempio che il 24 febbraio e il 7 Ottobre sono le date di due aggressioni vili e oscene, così come la strage di Netanyahu su Gaza meriterebbe subito l’ intervento dell’ Onu e di tutte le democrazie mondiali.

Netanyahu tanto per capirci è un boia,ma non perché è ebreo e sionista.

Guardarsi dentro i propri limiti e riconoscere nella pace la  eccezionalità’ di una vita dedicata agli altri,forse è questa la vera utopia.

Soprattutto se si vuole fare gli interessi degli oppressi e non delle elite imperialiste.

18.3 Fausto e Iaio:impossibile dimenticarsi,ciaooooo ragazzi

Io boomer di 74 anni appartengo ad una generazione fortunata.

Ho avuto la fortuna di avere 27 anni nel marzo del 1978,e l’ onore di fare il professore di Fausto Tinelli,senza dimenticare il suo amico fraterno Iaio.

Sui quali in questi 46 anni si è scritto di tutto,per arrivare alla conclusione di Romano Maria La Russa che ha dichiarato che gli anni settanta sono stati quelli “delle spranghe” e che i  giovani manganellati di Pisa sono i  nipoti dei terroristi di allora.

 I fascisti con il pluri omicidio del 18 marzo volevano scatenare la guerra civile a Milano, due giorni dopo il sequestro Moro.

La banda della Magliana,la brigata Anselmi,indiziate ma mai processate per questo duplice omicidio, hanno portato il sindaco Sala di Milano a sollecitare la procura a riaprire il caso.

La guerra civile strisciante degli anni settanta ,dunque, continua in modo sopito nella contingenza dell’ oggi, con provocazioni inaudite e luride da parte dei fascisti governativi che ignorano volutamente il loro ruolo stragista di quegli anni.

Pensando a ritroso il 18 marzo 1978 e al passato dei familiari,dei  parenti,degli amici dei compagni di scuola delle vittime per una giustizia mai avuta, e al bagno di sangue che ha coinvolto la mia generazione, la memoria si perde in un’ altra memoria.

La memoria, è fondamentale nel dover essere,Platone diceva ricordare per conoscere e conoscere per ricordare.

Finita la seconda guerra mondiale, ad esempio, negli anni cinquanta, nei racconti dei miei genitori e di mia nonna che mi ricordavano che pane,cacao,zucchero a merenda per loro erano un sogno tenuto nel cassetto della felicità a venire,c’ era umanità e pietas per quel periodo.

Il cugino disperso in Russia,sua madre con la casa bombardata,la signora ebrea denunciata dai vicini,il figlio del droghiere che si era arruolato nelle SS italiane,i partigiani che lo volevano far fuori,il nonno che lo proteggeva perché era un pirla che si vantava ,ma non aveva fatto niente di male.

Come si fa a buttare al macero tutta quella storia che per me,  e non solo, ha voluto dire stare sempre dalla parte degli antifascisti, e della classe operaia senza buttare a mare se stessi?

Così ,con mestizia,non si può negoziare una finta pace per Fausto e Iaio,che appartiene a una storia ancora da scrivere, quando in giro razzolano persone come i fascisti mai pentiti repubblichini.

Tu trovi tromboni televisivi per cui il comunismo e il socialismo sono stati eguali al fascismo e al nazismo, oppure che Fausto e Iaio sono vittime di fanatismo senza senso,come Ramelli dall’ altra parte. (  Parafrasando Gramellini Corsera del 14 marzo)

Gli opposti estremismi sono la vulgata che accompagna quegli anni,sono dati statistici, più figli di un passato che non vuole passare,che di una sentita analisi di quello che è accaduto e di una pietas per tutte le vittime.

E si continua nella miseria di negazionismi storici da rigettare.

L’ omologazione fra i totalitarismi va bene a livello accademico,non certo quando ti senti dire che  devi essere afascista,ma anche anticomunista,  inventandoti  una terza via che nega i valori positivi scaturiti dal passato prossimo pure degli anni settanta.

Per questo è difficile umanamente essere messi nel calderone dell’ indifferenziato.

Le idee del socialismo,della democrazia,della solidarietà, inutile ripeterlo, sono più forti del governo post fascista in carica e non fanno parte delle guerre puniche.

Fausto e Iaio,con noi.

Andate a cercare i killer neri.

15.3 Meloni: un nemico al giorno,toglie la mediocrità di torno

Claretta Petacci,amante del Duce, chiamava Benito Mussolini Ben.

L’ affettuoso e tenero appellativo era poco indicato per il Duce dell’ Impero: ” Ben” più volte rispose alle critiche endogene ed esogene con un ‘” molti nemici molto onore” ,che ha fatto storia.

Chi prende “Ben” alla lettera è “Giorgina”la donna più potente di Italia.

Ha bisogno, la Meloni, di avere nemici ovunque.

Fra i giornalisti,fra i poteri forti,fra i comici,gli attori,gli intellettuali,naturalmente di centro sinistra e dintorni.

Quelli dei centri sociali,invece,stanno preparando gli Anni di piombo.

Fra gli spioni dell’ Antimafia si anniderebbero portatori di sciagure,antipatriottici complottisti,amichettisti raccomandati,e vai anche con i professori che reputano il liceo made in Italy alla stregua di un formaggio da dieta Mediterranea.

Si potrebbe ricordare a Giorgina che in tutto il potere vi è sempre spazio per onori,ma anche per oneri.

La sua arroganza si è palesata nelle recenti elezioni sarde,tutti lo hanno sottolineato..

Dopo la vittoria in Abruzzo con una sua creatura made in Colle Oppio,Msi,si è riproposta come una Lady di ferro che sta modellando un’Italia ridiventata perfetta nei conti pubblici, nello spread,nel taglio delle tasse…per i ceti medio alti.

Insomma solo i parenti,gli amici,gli uomini e le donne di partito sono degni di appartenere agli italiani identitari,di pura razza reazionaria, che dicono la Verità.

Così al vittimismo si aggiunge la retorica del ” taci il nemico ti ascolta”che va sempre bene, anche quando non hai niente da dire

Perché il problema di Giorgina è proprio questo: al di là delle polemiche volute,il resto è una noiosa sequela di cose non fatte, spacciate per cose fatte.

Chi può dire in tutta onestà che con questo governo si sia fatto un passo in avanti su scuola, sanità,salari,lotta alla povertà,incidenti sul lavoro,carceri,diritti civili,cultura, e  dulcis in fundo,immigrazione e accoglienza: il mate nostrum e’ una Gaza mediterranea.

A dire il vero,comunque,la fortuna della Meloni deriva anche dagli errori accumulati dal centrosinistra, che delle riforme sopra elencate ne ha fatte ben poche.

Piove governo ladro, però,lo ha gridato Giorgina  quando in questi anni era all’ opposizione.

E le manganellate date dai suoi pretoriani,e le polemiche vs la presidenza della Repubblica, sono state un incidente di percorso mica da poco.

13.3  Putin,l’aggressore che fa la vittima, forse deve sventolare bandiera bianca….

Papa Francesco ha esortato le varie cancellerie a trovare una via di uscita alle guerre in corso.

Ha fatto bene, è parte determinante il suo mandato nella valle di lacrime: pax et bonum.

Il fatto che abbia fatto pressione sulla Ucraina e su Zelensky in particolare, pero’,  ha fatto pensare che l’ appello alla pace,sia  alla fine un “diplomatico”invito alla resa.

Bergoglio,teme che il conflitto si allarghi,visto che la Nato potrebbe aiutare l’ Ucraina pure con truppe clandestine.

Il pontefice ha detto quello che si vorrebbe accadesse giustamente: la fine dei massacri nelle guerre in corso,ma la resa della bandiera bianca,sembra ovvio,non può coinvolgere solo l’aggredito in Ucraina.

Quando Hitler invase la Polonia nel 1939 rivendicò l’aggressione sostenendo che i tedeschi erano vessati a Danzica dai polacchi.

Aveva fatto la stessa cosa per i Sudeti nel 1938 e poi il 22 giugno del 1941 lo fece con l’Urss, sostenendo che i sovietici prima o poi avrebbero attaccato la Germania.

Insomma Putin sembra abbia convinto una bella fetta di italiani, de sinistra, l’ultimo è lo street art Jorit, che la sua banda di mafiosi e miliardari è stata costretta a difendere la gente del Donbass, dall’ebreo cocainomane, buffone Zelensky, che merita di essere fatto fuori perchè maggiordomo della Nato.

Zelensky, secondo me, ha fatto solo quello che un capo di stato  solitamente deve fare quando il suo paese viene bombardato senza manco una dichiarazione di guerra.

Ora, Zelensky è in difficoltà, perchè affrontare la seconda potenza nucleare al mondo, non è da tutti,e oggettivamente non si vede  unavia di uscita.

.Le minacce di usare armi nucleari tattiche sul campo di battaglia, quelle strategiche sono un deterrente dice Wikipedia,dicono tutto sul fallimento miserabile del nazionalismo putiniano,che è antioccidentale, ma non nei consumi del capitalismo.

Insomma forse Putin dovrebbe ritirare le proprie truppe,affidarsi ad un vero referendum sub patrocinio dell’ Onu su Donbass e Crimea,creando i presupposti per una pace giusta,dopo un’ aggressione imperialista.

Non lo dico io che non sono nessuno in queste circostanze.

Proprio ieri il segretario di stato della santa sede Pietro Parolin ha dichiarato al Corsera che il primo passo per un cessate il fuoco lo dovrebbe fare Putin,non so se sia chiaro per chi tratta l’ Ucraina come un covo di nazisti guerrafondai impenitenti.

E forse  Stalin  avrebbe impiccato lo  zar per deviazionismo di destra.

11.3 Abruzzo: vince il centro destra,campo largo già ristretto

È andato a votare il cinquanta per cento dei votanti e questo è il dato strutturale,come si dice,della disaffezione dei cittadini verso la politica

Con il 53,5 Marco Marsilio,già militante di Colle Oppio, candidato meloniano e presidente della regione Abruzzo uscente,ha vinto nettamente le elezioni: D’amico,campo larghissimo centrosinistra, si è fermato al 46,5

Pure se il professore è stato un candidato di tutto rispetto .

Dopo la Sardegna,da parte del centrosinistra,vi è stato il gasamento di chi prendendo un brodino credeva di dover poi abbuffarsi ad un pranzo regale.

Invece non solo il vento non è cambiato,ma,se non si è stupidamente faziosi, bisogna riconoscere che la conferma del centrodestra è una vittoria della Meloni 24 pc e Forza Italia che con il 14,5 ha raddoppiato la Lega di Salvini 7,5.

Nel campo largo,il PD con il 20,3 per cento ha fatto il suo,mentre Azione,Sinistra italiana e Verdi non raggiungono risultati determinanti la coalizione

Adesso Giuseppe Conte con il 7 per cento rimane il vero sconfitto del campo largo,aveva il 18 nel 2022,la Lega di Salvini con il 7 e ‘il ventre molle del centrodestra.

Salvini a forza di andare all’ estrema destra sposando Putin,Trump,Orban etc è andato già a finire nella cloaca del populismo fascista.

Elettoralmente paga poco, perché Meloni già lei stessa in questo solco,preferisce fare la conservatrice.

Questo dicono sommariamente le cifre,che di certo non sono foriere di novità dal punto di vista nazionale.

Anche se il campione di 532 mila votanti significa poco,comunque,si può affermare che il successo di Forza Italia rafforza il moderatismo paraculo della coalizione di centrodestra,mentre dall’ altra parte la sconfitta del campo largo non è una catastrofe.

Sinistra poco poco,centrosinistra si può vedere passando per Basilicata Europee,Piemonte etc.

Tanto rumore per nulla.

8.3 Donna,vita, libertà contro la cultura della guerra e della morte /e basta retorica alla mimosa….

Piccolo contributo alla giornata dell’ emancipazione femminile in tutte le forme storiche ed esistenziali acquisite.

Hanno ragione le militanti del movimento a reclamare meno mimose e più attenzione ai bisogni.

Lo sfruttamento della forza lavoro femminile,ad esempio,in Italia non si è mai fermato, così come il senso di una società patriarcale a misura padronale e di possesso.

E i femminicidi non sono di certo diminuiti,dopo il caso orrendo di Giulia Cecchettin.

E lo stupro delle donne israeliane ?

E il massacro delle donne palestinesi?

E le donne iraniane uccise per un velo?

E Ilaria Salis in catene?

L’ 8 marzo è  anche un dolore che deve essere condiviso, un invito  poi all’ unica rivoluzione possibile.

E poi,poi ci sarebbe da sfoderare la retorica solita,di cui non si può fare a meno per cui da decenni l’8 marzo  è venduto come qualsiasi altro prodotto,con suggestioni più mercantili che culturali.

Ma le donne,le ragazze sanno quello che devono fare .

6.3 “La Zona di interesse” di un genocidio…

Invito,cortesemente a vedere il film di J. Glazer,”zona di interesse”.

È la fotografia della vita quotidiana del responsabile criminale nazista di Auschwitz,Rudolf Hoss e famiglia,in una villa molto ben tenuta con bambini e fiori stupendi, separata da un muro dal campo di sterminio,quindi dentro il perimetro del campo.

La colonna sonora del film è quella dello sferragliare dei treni che portano i detenuti, dei tonfi delle esecuzioni,delle grida di dolore che provengono dall’ Inferno del campo,mentre i bambini di Hoss vengono educati dalla madre al rispetto religioso della natura.

Non si vede nulla dello sterminio,tranne il fumo nero dei forni crematori.

È uno dei film più riusciti sulla Shoah, un racconto sulla banalità del Male che non ha eguali nella filmografia sul genocidio degli ebrei,dei sub umani,delle razze inferiori,dei comunisti,anarchici,cattolici etc..

Lo scrivo perché le polemiche nell’ uso del termine genocidio, ( di origine forense),per quanto riguarda l’ atteggiamento di Israele verso i palestinesi, ha portato persino ad una spaccatura nell’ ANPI con le dimissioni di Roberto Cenati ,da presidente dell’ ANPI di Milano,che non si riconosce nell’ antisemitismo dei cortei pro Palestina,e nelle parole d’ ordine di “impedire il genocidio”( come da lui stesso dichiarato al Corriere della sera)

Insomma,riassumendo brevemente,secondo Cenati,quota PD,non si può paragonare il massacro dei palestinesi a Gaza con quello che è accaduto dal 1939 al 1945 in Germania e nella zona di interesse della banalità del Male,quindi non si può parlare di genocidio da parte Israeliana.

Per la cronaca affermare che gli israeliani facciano ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto a loro è un’ esagerazione grossolana dei fascisti antisemiti tipo Forza Nuova.

E di qualche nazi comunista internazionalista o superficialone ideologizzato.

Il presidente nazionale dell’ Anpi Gianfranco Pagliarulo,ex Senatore PdCI,al contrario ,è su posizioni più radicali pro Palestina,con uno sguardo rivolto a Rifondazione,Potere al Popolo,movimentismo diffuso,credo. ( Anche sull’ Ucraina di Zelensky non è felice nell’ appoggio a prescindere,)

La questione ovviamente non è nominalistica,ma nasconde una profonda lacerazione all’ interno del movimento antifascista fra posizioni radicali,antisioniste e oggettivamente a volte anche antisemite, e quelle meno violente che non salvano Netanyahu, ma salvano lo stato di Israele pur sempre formalmente democratico.

Se chiamo genocidio quello che sta facendo Israele,non è che possa augurare la stessa cosa agli ebrei, sembra dire una parte dell’ antifascismo istituzionale .

Hanno già dato,in questo senso.

Liliana Segre si è dichiarata dispiaciuta delle dimissioni di Cenati, può dire quello che vuole,lei nella zona d’interesse c’è stata.

Ogni tanto, invece,ci si trincea dietro le interpretazioni storiografiche per non affrontare l’ accaduto, cioè la storia: la storiografia infatti interpreta ciò che è stato.

Da una parte sì teme che lo antisemitismo veda marciare insieme,ideologicamente ovvio,la feccia nazifascista con posizioni filo Hamas e del 7 ottobre.

Dall’ altra si evidenzia che dietro il pro Israele vi sia l’ imperialismo Usa,la destra liberale,il governo Meloni etc.,il colonialismo sionista di sempre.

Le divisioni italiane,sono quelle internazionali,nulla di strano che vi siano posizioni moderate e radicali sulle guerre.

Bisognerebbe approfondire con la Comunità Palestinese, che ha dato prova in generale di maturità politica.

E la pace?

Tutti la invocano,tutti dichiarano che bisogna fermare la orrenda strage di civili in atto…

Come in Ucraina è diventato un modo di dire…qualcosa

4.3 -1942 Gli italiani in Russia: proletari mandati al macello dai fascisti, vero Meloni?

Brano tratto dall’ ebook, 1942 Ordine nuovo e prime sconfitte dell’ Asse,di Pierluigi Raccagni gratuito dal 4 all’ 8 marzo


1942 LA MARCIA DEGLI ITALIANI VERSO IL DON        

Mussolini, come si noterà, in tutte le circostanze pensava già al tavolo della pace, al bottino da spartirsi, la guerra bene o male l’avrebbero fatta i tedeschi.

L’8 luglio del 1942 il generale Gariboldi si attestò al comando dell’ARMIR, la 35a armata italiana venne aggregata alla 17a armata tedesca.

La sostanza era sempre quella e non poteva mutare.

Gli italiani venivano comunque considerati dei gregari capaci di rintuzzare qualche controffensiva sovietica e di controllare il territorio occupato.

I soldati tennero bene, potevano fare poco in quello scontro fra titani dove l’Italia fascista era pur sempre una Italietta vista con commiserazione da parte dei tedeschi.

Le nostre scarse risorse tecnico – militari erano arci risapute, avevamo tre armate di alpini con 15.000 muli, con pochi automezzi che si muovevano nella steppa con lentezza, gli scarponi dei soldati erano chiodati, solo la Julia aveva i valenki, gli stivali di feltro che portavano i contadini russi.

Non è il solito discorso di italiani brava gente, scarsi a combattere, lavativi, disordinati, superficiali, ma con il cuore d’oro.

 La carica del Cavalleria Savoia nella steppa di Isbuscenskij contro le mitragliatrici sovietiche fu un atto di coraggio, di sprezzo del pericolo che si trasformò in una carneficina, in un episodio di “epica bellezza”, come commentò il generale Messe.

La normalità della guerra di sterminio non confaceva agli italiani che dopo vent’anni di regime fascista erano sì imbevuti di anticomunismo, ma non per questo si comportavano da criminali.

Il 12 luglio l’ARMIR entrò in una battaglia che si protrasse per 12 giorni con accanimento. Il 22 luglio con i tedeschi fu occupato il grande bacino minerario di Donec.

Le unità italiane si disposero con la Celere a Millerovo, la Sforzesca nella zona di Krašnji Vrh, la Pasubio a Krasnaja Poljana.

Appena raggiunto il Donec gli italiani dovettero seguire i tedeschi in un altro balzo in avanti verso il Don ed è in questi mesi che italiani e tedeschi fianco a fianco nella battaglia cominciarono a conoscersi.

Ed è stato in Russia che tanti soldati italiani hanno percepito l’inganno del fascismo e la criminalità del nazismo:

“ben li avevano avuti (i russi N.d.A.) nel bacino del Donec, dopo più di un anno di occupazione militare, il tempo e il modo di conoscere i soldati delle varie armate e poi di confrontarne la natura e il comportamento. Una buona rappresentanza delle razze di mezza Europa: tedeschi, italiani, rumeni, magiari, danesi, francesi, polacchi, austriaci, spagnoli e croati.

Ma nella graduatoria della malvagità che la popolazione aveva compilato fin dai primissimi giorni con un giudizio storico inappellabile, gli italiani ebbero il piacere di vedersi assegnato l’ultimo posto.

Classificati fuori concorso i russi bianchi e i rinnegati, come sempre accade ai tedeschi, nessuno contestò e nessuno riuscì ad insidiare il primo posto. In effetti la differenza dei modi non era poi tanta. Ma sostanziale.

Anche i soldati italiani erano costretti a chiedere molti sacrifici alle popolazioni, non di rado a farle sloggiare dalle loro case e dai loro villaggi (…) Tuttavia anche gli ordini eccessivamente spiacevoli e antipatici non erano mai intimati e messi in esecuzione con metodi capaci di suscitare risentimenti profondi e durevoli (…)

(…) I tedeschi al contrario non chiedevano mai. Prendevano sempre. Senza segni di gratitudine, anzi con diffidenza e disprezzo (…)

(…) Uno dei motivi per cui la tensione naturale dei rapporti fra i soldati italiani e tedeschi, e fra gli stessi comandi militari, era andata ogni giorno più inasprendosi, era stato appunto questo diverso modo di essere uomini o no. Onde, in occasione dei soprusi più violenti e intollerabili, le popolazioni si erano abituate a sollecitare la nostra protezione”.

Fidia Gambetti, I morti e i vivi dell’Armir, Milano 1948, ppagg. 40, 41

Non erano questioni da poco.

All’ammirazione verso un esercito impavido ed organizzato come quello tedesco si stava sostituendo un rancore profondo per i metodi di guerra nazisti.

Difficile vincere una guerra in quello stato psicologico.

I soldati italiani non solo avevano l’ostilità dei tedeschi e la benevolenza dei russi, ma da un certo punto di vista erano la dimostrazione che il fascismo aveva fallito nel suo maldestro tentativo di fare dell’italiano un popolo di guerrieri.

Quando gli alpini vedevano povere donne nei villaggi con la stella gialla sul petto, quando si trovarono davanti alla miseria di un popolo ancora più lacero di quello di casa nostra, fu spiegato loro che quello era ciò che aveva fatto il comunismo ateo in quel paese.

Ma quando videro come i tedeschi trattavano i russi, quando si accorsero che i superuomini non avevano quella pietà generica verso il genere umano, in loro scattò un segnale profondo, un avvertimento che faceva impressione: quella guerra era la guerra sbagliata.

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