Brano tratto da 1939 – 1945 il racconto della guerra giusta e dall’ ebook  Attacco alla democrazia di Pierluigi Raccagni completamente gratuito dall’  1 aprile al  5 aprile.

La guerra fasulla, è un’espressione coniata dalla stampa americana. Si- gnifica che quei mesi che intercorsero fra il crollo della Polonia nel settembre 1939 e l’inizio dell’offensiva sul fronte occidentale nella primavera del 1940 da parte dei tedeschi, furono mesi in cui la Germania da una parte e Francia e Inghilterra dall’altra evitarono di scontrarsi.
Era una tacita tregua, come abbiamo visto, che rientrava nel tentativo hitleriano di parodiare una pace universale per le future sorti dell’umanità.
Francia e Inghilterra non sembravano aver nessuna intenzione di fare la guerra, altri sostenevamo che stavano giocando d’astuzia in attesa di tempi migliori.
Anche se è difficile crederlo.
Non per niente quei sette mesi di finta guerra furono battezzati proprio dall’opinione pubblica francese come “drôle de guerre”, guerra finta perché, tranne poche scaramucce, nella terra di nessuno, sul fronte Nord-Est, ai numerosi allarmi non successe mai niente di rilevante.
L’inverno del 1939 fu abbastanza rigido.
Parecchie famiglie francesi avevano dovuto sfollare, la popolazione viveva nel timore di subire bombardamenti, ma tutto sembrava avvenire nel quadro di una guerra che fortunatamente era ancora confinata in Polonia.
La confusione era parecchia, d’accordo, e oscillava fra pronunciamenti retorici e patriottardi e disorganizzazione a livello generale.
Le sirene che avvisavano dei bombardamenti tiravano giù dal letto cittadini impauriti senza motivo, la gente girava portando a tracolla la maschera antigas, modello prima guerra mondiale, le opere d’arte erano state messe al sicuro, i portinai erano in pratica diventati i presidi delle cantine adibite a rifugio.
Tutto ciò, però, non portava a nessuna azione, a nessun tangibile atto di voler diventare un serio baluardo antifascista contro l’arroganza nazista.
Anche i generali tedeschi erano stupiti da tale inattività.
Keitel si dimostrò sorpreso dal fatto che la Francia non avesse attaccato la Germania durante la campagna di Polonia.
Un simile attacco si sarebbe trovato contro 25 divisioni, compresi i ri- chiamati, e non avrebbe incontrato da parte tedesca che una debolis- sima resistenza.
Fu, quindi, con grande stupore che i comandi tedeschi assistettero solo a insignificanti scaramucce nella zona compresa fra la linea Maginot e la linea Sigfrido.Non si capiva perché la Francia non avesse approfittato dell’occasione unica che le si presentava.Ciò convinse il Terzo Reich che le potenze occidentali non volessero la guerra.
E qui entrò in scena il capo di Stato Maggiore generale Maurice Game- lin che si sbilanciava solo in proclami eroici dal regno delle retrovie del Castello di Vincennes: “Soldati di Francia! Da un momento all’altro può cominciare una battaglia da cui ancora una volta dipenderà la sorte della Patria.
Il paese, il mondo intero, hanno gli occhi fissi su di voi! In alto i cuori! Alle armi! Ricordatevi della Marna e di Verdun”.Nonostante questo clima finto di guerra, l’opinione pubblica era affamata di notizie e già allora le fandonie in proposito si moltiplicavano. Tutti parlavano di imminenti grandi imprese, ma l’errore più grave era quello di lasciare migliaia di soldati inattivi sul fronte a macerarsi fra noia e angoscia bellica.Così nel tardo autunno del ’39 tutto tornò alla calma piatta.La grande offensiva non vi era stata, i grandi freddi fecero stare le truppe nelle baracche in attesa che qualche cantante da Parigi venisse a scaldare il cuore dei futuri eroi.L’unico che aveva un senso tattico era il generale Charles de Gaulle.
Il 10 gennaio del 1940 successe il fattaccio, meglio uno spiacevole contrattempo per i nazisti, che vale la pena raccontare.
C’era un freddo polare quel giorno.
Non succedeva niente sul fronte occidentale, i soldati belgi si stavano decisamente annoiando.
Ma all’improvviso la calma assoluta venne violata da un contrattempo, da quello che ormai tutti chiamano colpo di scena.
Un aereo cadde vicino alla baracca dei soldati, esattamente nella località di Mechelen vicino a Liegi.
Quando i militi uscirono dai presidi percepirono immediatamente che vi era stato un disastro aereo, accorrendo sul luogo dell’incidente videro un uomo che stava bruciando delle carte.
Si trattava del maggiore Reinberger, un maggiore di carriera che era stato incaricato di portare, in assoluto segreto, l’ordine di offensiva ad una divisione di paracadutisti fra Colonia e Bonn.
Il maggiore che guidava un Messerschmitt Taifun, proveniente da Munster, trovandosi in mezzo ad un banco di nebbia e credendo di essere in Germania, aveva ordinato ad un pilota maggiore della riserva, certo Hoenmanns che pilotava l’aereo, di atterrare anche perché a secco di benzina.
Reinberger si accorse di averla fatta grossa.
Prima dei soldati sul luogo dell’incidente era arrivato un contadino, che non poteva parlare la loro lingua, ma che aveva i fiammiferi per bruciare i documenti.
Ecco perché i soldati belgi quando accorsero arrestarono il maggiore e il suo pilota. Poi spensero il fuoco volendo vedere di che cosa trattavano le carte.
I due vennero condotti al posto di guardia in attesa di istruzioni.
E qui ci fu un altro parapiglia degno di nota, ma soprattutto degno di un film di guerra di J. Sturges.
Nella stanza assai stretta arredata spartanamente con un tavolo e due panche, vi era nell’angolo una stufa di ghisa.Improvvisamente Reinberger, in attesa di essere interrogato, tolse il coperchio della stufa, afferrò le carte ritrovate che stavano sul tavolo e tentò di bruciarle.
Il capitano che era stato incaricato di interrogare i due prigionieri, an- che stavolta tentò di salvare le preziose carte dalla stufa di ghisa.
Le carte non vollero bruciare e il nostro maggiore rimase un uomo sempre più disperato.
Anche perché su uno dei pezzi di carta bruciacchiati era possibile leg- gere: “L’esercito tedesco dell’Ovest condurrà la sua offensiva fra il Mare del Nord e la Mosella, con un intensissimo appoggio aereo, attra- verso il territorio del Belgio e del Lussemburgo allo scopo di (…)”.
Il “Piano Giallo” venne conosciuto dal nemico; la data era quella del 17 gennaio, il 12 gennaio i documenti arrivarono a Gamelin. Adesso i francesi sapevano tutto.
Hitler, furioso, con la bava alla bocca, con un atteggiamento di di- sprezzo verso quei traditori e incompetenti che avevano svelato il piano ai nemici, fece una cosa saggia, rinviò tutto a primavera.
Così sui fronti rimaneva una calma assoluta, anche se non mancavano le attività sotterranee.
L’iniziativa pacifista di Hitler, tutta intesa a riservare alla Gran Breta- gna e alla Francia l’allargamento della guerra, come già evidenziato sopra, portava ad una situazione di stallo oggettivo.
Solo che Hitler faceva le cose sul serio.
Mentre i grandi maestri del pensiero occidentale passavano l’inverno fantasticando sul modo di attaccare la Germania, (attacco della Ruhr attraverso il Belgio, attacco ad oriente verso la Grecia e i Balcani interrompendo le forniture di benzina dalla Russia, …), il Signore del Male aveva convocato il 10 ottobre del 1939 alle ore 11, alla Cancelleria i comandanti delle tre armi, nientemeno che i capi dell’Oberkommando des heeres.
Erano sette le persone convocate: i generali Keitel, Jodl, Warlimont, Brauchitsch, Göring, Raeder, Halder.
Hitler presentò un memorandum nel quale erano indicate le ragioni della decisione di sferrare un attacco risolutivo in Occidente se Francia e Inghilterra non avessero accettato le proposte di pace tedesche.