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1944 MONTECASSINO
Era opinione comune da parte dei Comandi Alleati che se non si fosse conquistato il monte Cassino la campagna d’Italia sarebbe stata un completo fallimento.
Lo sbarco ad Anzio, iniziato il 22 gennaio, previsto come un movimento a tenaglia per costringere Kesserling a ritirare le sue forze da Cassino per soccorrere le unità tedesche appostate sulla costa tirrenica, per ora era fallito.
Il nuovo piano di Clark, che prese il via il 24 e il 25 gennaio con la 34a divisione americana dei Red Bulls di Ryder nel tentativo di creare una testa di ponte sul fiume Rapido, si era tramutata in una ennesima carneficina delle truppe alleate: solo le esperte formazioni di marocchini e algerini erano riuscite a occupare alture strategiche come il Monte Belvedere.
Alexander, che spronava di continuo Clark, che a sua volta spronava Ryder e i suoi Tori Rossi ad attaccare Cassino e la sua abbazia, a fine giornata rimaneva a dir poco deluso: i soldati americani, semiassiderati nelle loro trincee, il 12 febbraio furono sostituiti da reparti neozelandesi e indiani.
L’Abbazia di Montecassino, luogo di profonda spiritualità cristiana il cui monastero era stato fondato da S. Benedetto da Norcia nel VI° secolo, divenne così l’obiettivo principe dei comandi alleati, tutti concordi che il monte e la sua Abbazia fossero da conquistare assolutamente per poi prendere la strada per Roma.
Peccato che dal punto di vista militare l’obiettivo fosse completamente errato.
Anche se i mezzi di informazione inglesi e americani avevano più volte fatto intendere che il monastero era stato attrezzato dai tedeschi come un presidio zeppo di armi e come un posto di
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osservazione delle truppe nemiche, di tedeschi dentro l’Abbazia non se ne trovavano.
Fin dal 4 ottobre del 1943 i tedeschi avevano avvisato i padri benedettini che Cassino e la sua Abbazia sarebbero rientrati nella sfera degli obiettivi militari da parte alleata.
I probi comandi tedeschi, timorosi che i tesori artistici fossero distrutti, avevano evacuato tutte le opere consegnandole al Vaticano, che ringraziò per l’iniziativa.
I nazisti, che in Europa erano fra i ladri di opere più abili nei paesi occupati, e che portavano in Germania al maresciallo dell’aria Göring le perle della civiltà occidentale, in questo caso agirono con grande intelligenza ottenendo un doppio risultato.
Il primo era quello di sfatare che i nazisti erano dei criminali senza interesse per l’arte, (Hitler d’altronde era stato un pittore di acquarelli), il secondo era un modo indiretto per trarre gli Alleati in un tranello.
I comandi alleati avevano fatto questo ragionamento: se i tedeschi hanno evacuato l’Abbazia dai tesori antichi vuol dire che l’hanno occupata con mitragliatrici, bombe, cannoni etc.
Il puerile ragionamento toccò anche la sensibilità di Bernard Freyberg, noto generale, nato inglese e cresciuto in Nuova Zelanda, entrato nella guardia imperiale; con grande determinazione si convinse che non rimaneva che bombardare l’Abbazia.
Non che Freyberg fosse impazzito, perché gli Alti comandi, fra incertezze e titubanze, sposarono la tesi del bombardamento, confermando che i tedeschi si facevano scudo del luogo sacro.
La mattina del 15 febbraio più di 200 apparecchi, di cui 22 fortezze volanti, vomitarono sul monte e sull’Abbazia un inferno di bombe ad alto potenziale colpendo il monastero, le case e pure la popolazione civile italiana che non si era mossa dalla montagna.
La controffensiva di terra che scattò dopo il bombardamento da parte alleata non diede alcun risultato pratico, perchè i tedeschi, ben riparati fra le macerie del monastero respinsero gli attaccanti con una certa facilità.
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Fu lo stesso Kesserling a fornire il senso di quell’ inutile bombardamento:
“Il 15 febbraio fra le ore 9,30 e le ore 10, parecchie ondate di aerei quadrimotori da bombardamento anglo – americani hanno lanciato numerose bombe sull’Abbazia di Montecassino (…) il comando nemico afferma che l’attacco ha permesso di annientare le truppe tedesche che si trovavano nel convento e di distruggerne le opere difensive e lo dichiaro esplicitamente a questo proposito:
l’affermazione che l’Abbazia fosse stata trasformata nel “più poderoso baluardo di artiglieria del mondo” non è che una mostruosa menzogna (…) anche le altre affermazioni secondo cui l’Abbazia ed i terreni da essa dipendenti erano utilizzati o adattati per altre opere militari, nidi di mitragliatrici, posti d’osservazione per artiglieria e simili, non sono che pure e semplici invenzioni…”.
Cfr. Italia drammatica, op.cit. pag. 156.
La mattina del 17 febbraio una misera processione uscì dalle rovine dell’Abbazia.
Alla testa, scosso, provato, traballante per la fatica, c’era proprio l’abate Gregorio Diamare, vescovo di Cassino che portava il crocefisso seguito dai profughi nascostisi nell’Abbazia e sopravvissuti ai bombardamenti.
Von Senger, comandante della 14a Panzerkorps, lo condusse al comando per poi trasferirlo in un convento romano.
Ma Goebbels, che voleva sfruttare fino in fondo l’iconografia barbarica degli Alleati distruttori di civiltà”, fece portare con un’auto l’Abate ai microfoni dell’Eiar di Roma affinchè Diamare dichiarasse che la Wehrmacht era del tutto estranea nella distruzione del Monastero.
“Ma c’erano veramente, eccellenza, soldati tedeschi nell’Abbazia? Nessun soldato tedesco è mai stato nell’Abbazia; nessuno, nessuno”.
Cfr. Italia drammatica, op.cit. pag.157
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Ma quando all’abate fu chiesto di sottoscrivere una dichiarazione che scagionasse del tutto i tedeschi, Diamare “mandò tutti a quel paese”.

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