I GIORNI DELL’AGONIA FINALE

Von Paulus, che da tempo aveva compreso che sarebbe stato sacrificato per il bene supremo del Terzo Reich, non potè fare più nulla.

Parlando con un maggiore della Lutwaffe davanti al devastante fuoco dei sovietici, confidò che non potevano nemmeno ritirarsi, mancavano le forze. I soldati non avevano nemmeno un pezzo di

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pane, al massimo potevano mangiarsi il cervello crudo di un cavallo morto.

I russi a quel punto isolarono e distrussero il saliente di Marinovka sul lato settentrionale della sacca.

Armati di coltelli e baionette colpivano con una ferocia inaudita determinata da spirito patriottico, ma soprattutto da spirito di vendetta per quello che i nazisti avevano fatto dall’operazione Barbarossa in poi alla popolazione civile.

La battaglia assunse il carattere dell’Apocalisse, perché in tre giorni i morti si contarono a migliaia anche in campo sovietico.

I sovietici avanzarono di 10 – 18 chilometri entro il cerchio difensivo tedesco, ma i tedeschi assediati fra Marinovka, Dimitrievka e Karpovka si difesero con coraggio, valore e soprattutto disperazione.

Il bilancio dei tedeschi era disastroso, nei tre giorni dell’offensiva avevano perduto 30.000 uomini fra morti e feriti.

Il 12 gennaio l’aeroporto di Potemkin non funzionò più, gli aerei tedeschi da trasporto, che portavano con grandi perdite di uomini e mezzi ancora qualche aiuto agli assediati, di giorno non poterono più volare.

La concitazione era grande, la tragedia imminente, ma il 12 gennaio a Berlino ci si preoccupò delle celebrazioni del compleanno di Göring.

Gli eroi di Stalingrado erano dati per morti, si stavano preparando grandi celebrazioni per quei soldati che avevano salvato l’Occidente dal cancro giudeo – bolscevico.

Anche se in privato il Fṻhrer continuava a sbraitare contro la pochezza degli italiani e dei romeni, sapeva benissimo che le promesse fatte dal regime ai soldati erano state promesse vane.

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Non solo gli aiuti di Göring non erano mai arrivati a 700 tonnellate al giorno, ma il 16 gennaio anche l’aeroporto di Potemkin venne definitivamente abbandonato.

Le scene di sofferenza all’aeroporto erano inimmaginabili. Era rimasto poco carburante per evacuare i feriti, che morivano nel caos della fuga in massa dei soldati sugli ultimi Junker disponibili.

Il 20 gennaio Paulus spostò il suo comando tattico nel grande magazzino Univermag a Stalingrado.

Mandò ancora un messaggio urgente al gruppo armate B e al comando supremo esplicitando, per l’ennesima volta, che con 16.000 feriti che non ricevevano cure, con scarsità di munizioni, e combustibile almeno gli fosse lasciata la libertà di decidere quello che si poteva fare per salvare il salvabile.

L’alto comando rispose in modo ambiguo sulla sorte della 6a Armata, ma il contenuto era talmente chiaro che non potevano esserci dubbi di interpretazione:

“Capitolazione fuori questione. Armate stanno adempiendo loro storico obbligo. Valorosa resistenza facilita massimo costituzione nuovo fronte at Rostov et ritiro gruppo armate Caucaso”.

Il 26 gennaio fu un’altra data decisiva dell’agonia finale della 6a Armata.

La 21a Armata sovietica raggiunse le linee della 13° divisione Guardie di Rodimcev a nord del Mamaev Kurgan, dividendo in due i resti della Armata di Paulus.

Secondo una valutazione sovietica rimanevano in vita da 110.000 a 120.000 soldati tedeschi e romeni.

Hitler promosse il generale Paulus al grado di Feldmaresciallo. La macabra decorazione voleva dire che Paulus avrebbe fatto meglio a suicidarsi come già avevano fatto alcuni ufficiali superiori nei giorni precedenti.

Nella città assediata i russi cominciavano a rastrellare gli edifici, a colpire i cecchini e le sacche di resistenza, a sparare su quelli che si arrendevano.

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Intanto Von Paulus era trincerato nel suo rifugio alla periferia occidentale di Stalingrado nella piazza degli Eroi della rivoluzione.

Il 31 gennaio vi fu la resa finale.

Niente di solenne, solo qualche formalità di rito.

Nelle cantine dell’Univermag Paulus chiarì che poteva trattare solo la resa del gruppo sud. Il capo di Stato Maggiore, generale Schmidt, ribadì agli emissari russi che non era possibile la capitolazione del gruppo nord perché il suo comando era autonomo.

Paulus sembrava uno spettro, aveva capelli e barba in disordine, un terribile tic facciale esternava la tensione dei mesi precedenti.

Dopo aver precisato che, su ordine del Piccolo Caporale, Paulus era stato nominato Feldmaresciallo, la resa fu sancita definitivamente.

Bisogna ricordare che il 30 gennaio del 1943 cadeva il decimo anniversario della salita al potere di Hitler come Cancelliere, ma lo stesso Piccolo Caporale scelse di non parlare in pubblico.

Il 2 febbraio, anche il gruppo nord, dopo che i russi lo bombardarono senza pietà, si arrese.

Nel corso di tutte le fasi della battaglia i soldati dell’Asse catturati furono 250.000; i morti furono 200.000.

Vestiti di stracci e infestati dai pidocchi, con gli sguardi allucinati dalla fame e dalle privazioni, a malapena capaci di reggersi in piedi, i 91.000 soldati tedeschi furono messi in fila e portati verso i campi di prigionia.

Nelle condizioni psichiche e fisiche in cui si trovarono, morirono a migliaia durante la marcia. I russi, che avevano assicurato cibo per tutti, non avevano possibilità di nutrire un numero di prigionieri così grande; per questo, e anche perché la vendetta sui tedeschi invasori – massacratori era considerata legittima