Alle 19,30 una lunga colonna di macchine si avviò verso l’autostrada.

Erano circa dieci, Mussolini stava in compagnia di Bombacci.

I due uomini erano stati compagni rivoluzionari in Romagna, Bombacci era stato in Russia a fare la rivoluzione con Lenin.

Al momento della partenza Mussolini sciolse tutti i membri del partito e delle forze armate dal loro giuramento di fedeltà.

Non voleva spargimento di sangue a Milano.

L’insurrezione partigiana divampava in tutta la Lombardia e in Piemonte.

La sera del 25 aprile a Genova si erano arresi i tedeschi sotto il comando del generale Gungher Meinhold.

A Milano la Guardia di Finanza, che da tempo era l’unico reparto di truppe regolari del CVL, avrebbe occupato all’alba la prefettura, ormai deserta, i giornali, gli impianti industriali, la sede dell’Eiar.

Ci sabbero stati brevi scontri all’Arena e alle Officine Innocenti.

Insomma Milano, la culla del fascismo, dove tutto era cominciato per il Duce in piazza S. Sepolcro, stava cadendo come un frutto maturo senza grandi spargimenti di sangue.

Mussolini arrivò a Como dove si erano concentrati parecchi fascisti con le loro famiglie, dove c’erano ancora dei reparti abbastanza organizzati, dove tutti cercavano un’ancora di salvezza seguendo le ultime indicazioni di un governo che non c’era più, di un capo che, in tutta sincerità, non sapeva cosa fare.

Mussolini forse non era uomo da morire con la pistola in pugno, oppure da suicidio.

A quel punto, partendo da Como, poteva raggiungere la Svizzera, oppure andare in Valtellina, oppure in qualche modo accodarsi ai tedeschi che stavano andando verso Merano.

Nessuno sa quello che decise in cuor suo.

Alla fine, all’alba del 26 aprile, partì da Como tentando di sganciarsi sia dalla carovana di ministri e gerarchi, sia dalla scorta delle  SS.                

Si diresse verso Nord, verso la strada che costeggia il lago sulla sponda occidentale.

 Fu raggiunto a Menaggio da Pavolini e da Claretta Petacci, la giovane amante che aveva rifiutato di fuggire in Spagna per  condividere fino all’ultimo la sua sorte.

A Menaggio sopravvenne anche una colonna di soldati tedeschi.

Tutti insieme si misero in viaggio verso Chiavenna, ma a Musso, prima di Dongo, la colonna venne fermata da un gruppo di partigiani.

appartenenti  alla 52a Brigata Garibaldi.

Dopo una breve sparatoria, gli ufficiali tedeschi scesero dai mezzi e cercarono di avviare una trattativa coi partigiani.

La discussione durò ore, i tedeschi credettero per un malinteso che vi fossero 3.000 partigiani nei dintorni, scambiando la cifra degli abitanti di Dongo per quella dei resistenti.

I tedeschi erano preoccupati, avevano il compito di custodire Mussolini, sapevano benissimo che ai partigiani interessavano gli italiani.

Dopo 6 ore i partigiani accettarono di far passare “ solo i tedeschi”.

E’ a quel punto che il comandante tedesco Hans Fellmeyer tentò di salvare il Duce.

Il comandante suggerì di travestire il Duce da tedesco, facendogli indossare un lungo pastrano della Wermacht .

Gli fu calcato sul testone un elmetto che  gli finì sugli occhi; con il bavero alzato, sedutosi in fondo al camion, poteva passare per un soldato semplice in ritirata.

Claretta Petacci, scesa dalla macchina, fece di tutto per far travestire il Duce da camerata tedesco.

Alle 14 “Pedro”, comandante partigiano, acconsentì che la colonna tedesca prendesse il via, ma prima,  in accordo coi tedeschi, pretese che i camion fossero ispezionati.

Alle 14,15 un partigiano si arrampicò sul camion n.34 e vedendo un soldato tedesco accosciato sul pavimento chiese spiegazioni.

I tedeschi, forse troppo precipitosamente,risposero:

“ Camerata ubriaco”, insospettendo il partigiano che, guardando meglio, riconobbe Mussolini.

In pochi secondi avvertì il vice comandante Urbano Lazzaro, che salì sul camion,si avvicinò al soldato e chiese:

“ Italiano?”

Mussolini, dopo una breve esitazione, si consegnò ai partigiani, i quali lo portarono al municipio di Dongo, assieme a tutti i gerarchi, compreso Pavolini, che tentò invano di fuggire gettandosi nel lago.

Verso sera il comandante Pedro decise che era pericoloso lasciare Mussolini in Municipio. Stabilì quindi di portarlo alla Guardia di Finanza di Gervasino.

Claretta Petacci, che era rimasta a Dongo, raggiunse Mussolini, chiedendo ai partigiani di portarla dal suo uomo.

A quel punto Mussolini e la Petacci vennero portati in una casa colonica a Giulino di Mezzegra.

La mattina del 28 aprile furono presi in custodia dal colonnello Valerio, il comunista Walter Audisio, che, secondo quanto raccontò più tardi, giustiziò Mussolini e la Petacci poiché la stessa mattina del 28 il Cln e il  Cvl  di Milano avevano condannato Mussolini e i gerarchi a morte.Valerio, dopo aver lasciato i due corpi, ( la Petacci, si dice, venne colpita a morte perché non si separò fisicamente dal Duce),ritornò a Dongo.I gerarchi condannati a morte vennero condotti in piazza e fucilati. Marcello Petacci, fratello di Claretta, venne ucciso con una raffica di mitra nelle acque del lago mentre cercava di fuggire.Alle 18,30 i sedici corpi più quello della Petacci e Mussolini vennero caricati su un camion che giunse a Milano alle 2 del mattino del 29 aprile.La domenica del 29 aprile i cadaveri vennero esposti in Piazzale Loreto, a Milano.

In Piazza Loreto, otto mesi prima, erano stati fucilati per ordine dei tedeschi quindici partigiani.