Brano tratto dall’ ebook 1943 “L’ Asse si spezza,la guerra è persa”di Pierluigi Raccagni completamente gratuito dal 5 al 9 luglio
1943 CENTOMILA GAVETTE DI GHIACCIO
Al momento in cui si scatenò la grande offensiva invernale russa, l’8a Armata italiana era schierata sulla sponda del Don, fra la 2a Armata ungherese e la 3a Armata romena.
Il dislocamento era così concepito procedendo da nord a sud:
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- corpo d’Armata alpino, (divisioni Tridentina, Julia, Cunense e divisione fanteria Vicenza);
- 2° corpo, (divisioni Cosseria e Ravenna); 35° corpo, (divisione Pasubio); 29°corpo, (divisioni Torino, Celere, Sforzesca sotto il comando germanico).
Come abbiamo visto in precedenza, le forze italiane non potevano resistere alla massa d’urto dell’Armata Rossa.
Il mattino dell’11 dicembre i sovietici attaccarono le posizioni tenute dalla divisione Ravenna, il 13 riuscirono a infiltrarsi nella zona di Novaia Kalitva. Ma è il 16 dicembre il giorno in cui arrivò il colpo decisivo perché le truppe sovietiche sbaragliarono le posizioni.
Gli italiani, per quanto dotati di coraggio da vendere, non potevano resistere alle truppe siberiane equipaggiate per il freddo e dotate di armamento pesante.
Con poco carburante e poco cibo le divisioni si ritrovarono in mezzo ad un mare di neve in balia del freddo, del ghiaccio, della fame e delle quattro divisioni corazzate sovietiche.
Non c’era, infatti, da parte italiana un disegno strategico di ritirata: il vuoto creato nello schieramento dell’Asse sul Don da parte dei sovietici, non poteva essere colmato da nessuna divisione.
Così ci fu un “si salvi chi può”, che comportò la lunga marcia verso Occidente, attraverso la pianura russa gelata che durò dal 25 gennaio al 3 marzo del 1943.
L’interminabile fila di uomini semicongelati, con le coperte in testa per proteggersi dal freddo, con i visi incrostati di ghiaccio, tallonati senza sosta dal nemico con mezzi corazzati, sarà l’emblema della fine del fascismo. Sarà l’esempio determinante che un Grosso Caporale con retorica, demagogia, superficialità, criminalità, aveva mandato al massacro 200.000 uomini senza nemmeno sapere cosa fare per ritirarsi.
E poi c’erano i rapporti fra tedeschi e italiani, che in Russia avevano raggiunto il minimo di collaborazione e il massimo di disprezzo reciproco.
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Non bastava più l’efficienza tedesca ad affascinare i soldati italiani sbrindellati e con le scarpe di cartone, la politica di genocidio dei nazisti aveva nauseato gran parte delle truppe e degli ufficiali, anche se qualche battaglione di fascisti aveva avallato la politica del terrore contro i bolscevichi.
I tedeschi prendevano gli italiani per sfaticati, per perdigiorno inconcludenti, per ladri.
Gli italiani dicevano dei tedeschi, “i soliti porci”.
Tutti i peggiori luoghi comuni, insieme alle immancabili mezze verità erano usciti dalle trincee dopo lo sfondamento sovietico delle linee italiane.
E nelle alte sfere le frecciate fra le parti certamente non mancavano.
Quando il ministro degli esteri si recò a Rastenburg incontrando Walter Hewell, uno degli intimi del Fṻhrer, e gli chiese se la nostra Armata avesse avuto molte perdite gli fu risposto: “No, nessuna, perdita, stanno fuggendo”.
“Come voi a Mosca l’anno scorso”, fu la risposta.
“Esattamente”, chiuse Hewell, dimostrando comunque poca fiducia nella vittoria finale.
I sovietici superarono a nord la colonna in ritirata.
Per evitare un ulteriore accerchiamento, gli italiani dovevano camminare con marce di trenta – quaranta chilometri e con temperature che raggiungevano i quaranta gradi sottozero.
I tedeschi, a questo punto, non capivano come mai gli italiani trovassero ospitalità nelle isbe, con la popolazione pronta a dividere il proprio cibo e il proprio letto con quei disgraziati che camminavano per la steppa.
Da questi episodi nacque il mito degli” italiani brava gente” o meglio del “talianski karasciò, italiani buono”.
“Italiani buoni, tedeschi non buoni, morte ai tedeschi. Chi ha fatto la sacca questo ritornello lo conosce bene. Nell’isba del vecchio non c ‘era nulla da mangiare, almeno non vi trovammo nulla.
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Passammo all’isba vicina, la porta ci fu aperta da un bambino.
Entrammo.
Attorno ad un tavolo seduti c’erano cinque o sei tra donne e bambini. Stavano mangiando. Ognuno aveva in mano un cucchiaio di legno e con quello attingeva ad un’unica zuppiera posta in mezzo alla tavola.
Li vedo ancora sbalorditi con i cucchiai a mezz’aria, la zuppiera che fumava sul tavolo, tutti immobili e seduti e noi, il tempo di un attimo strappare loro di mano i cucchiai e cacciarli nella zuppiera e portare alla bocca la broda di patate in piedi fra loro seduti in una mano l’arma e nell’altra il cucchiaio che andava e veniva sbraitando”.
Cfr Egisto Corradi, in Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, op.cit n. 45, pag. 142
Italiani affamati rubavano il pane di bocca ai russi, prima però i soldati dell’Armir avevano diviso con i contadini il magro rancio che passava l’Italia dell’impero fascista: italiani e russi sembravano divisi, in realtà erano uniti dalla fame, dalle privazioni, dalla loro condizione proletaria e da tanta carica umana:
“(…) vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge.
Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio.
Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano: le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto: E d’ogni mia boccata. Spaziba dico quando ho finito (…) la donna che mi ha dato la minestra è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi una fava di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco”.
Cfr.E. Biagi, La seconda guerra mondiale, op.cit. pag146
Quella subumana specie bolscevica, slava, mangiatrice di bambini non era poi così feroce, pensavano molti soldati italiani.
Ma il trattamento ospitale, generoso e per niente violento dei contadini russi, contrastava in modo radicale con l’arroganza e la violenza dei tedeschi, in particolare dei nazisti.
Il Duce, in questo senso, non aveva compreso proprio nulla.

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