Brano tratto dall’ e book 1940 La guerra dei caporali nazifascisti di Pierluigi Raccagni completamente gratuito dal 13 al 16 maggio
Le paure di Vittorio Emanuele III lo portavano ad un opportunismo politico senza precedenti
Il Re, secondo un generale dello Stato Maggiore, era anti-tedesco, anti- inglese, anti-francese e persino anti-italiano.
Si aggrappava disperatamente alla saggezza di Mussolini che gli aveva tolto di mezzo il movimento operaio, il socialismo e il comunismo da almeno vent’anni.
Ma faceva di tutto per spingere Mussolini verso il non intervento facendo leva su Ciano, e anche sul Vaticano, che in questi casi avrebbe
dovuto mostrare ragioni più che sufficienti per evitare la guerra all’Italia.
Quando Mussolini informò il Quirinale che ormai era palese che le potenze occidentali avrebbero perso la guerra e che l’Italia poteva chiedere, entrando in guerra, Malta, la Corsica, Gibilterra, la Tunisia e Suez, le certezze neutraliste del Re meschino parvero vacillare.
Il Re sapeva, comunque, che i Balbo, Caviglia, De Bono, Badoglio, il duca Amedeo d’Aosta, erano contrari all’intervento, data l’imprepara- zione militare dell’esercito e la pochezza quantitativa dell’aviazione.
Ma era troppo ingordo per essere sincero.
Ciano, che di cinismo ne aveva da vendere, amava ripetere che il Re “vorrebbe che entrassimo solo per raccogliere i pots cassés”.
Vittorio Emanuele non disdegnava di fare il filo-tedesco quando ricor- dava che “i tedeschi sanno fare la guerra”, e che “gli assenti hanno torto”.
Detestava i francesi che gli avevano rubato Nizza e la Savoia, era contro gli inglesi che lo consideravano un re di basso rango.
Giorgio Bocca nella “Storia d’Italia nella guerra fascista 1940-1943” li- quida in due righe le velleità di un piccolo re: “Nel suo piccolo machia- vellismo, nella tradizione familiare dell’intrigo egli non sa vedere nella storia né la generosità, né la tragedia”.
Il cardinale Schuster portò un messaggio di Pio XII per scongiurare l’entrata in guerra dell’Italia.
Monarchia e fascismo, dunque, se la intendevano a meraviglia, non c’è che dire.
Chi sosteneva e sostiene che in quei momenti cruciali della storia d’Ita- lia Mussolini e il Re avessero a cuore le sorti della nazione, perché in caso di non intervento l’Italia sarebbe stata occupata dalla Germania di Hitler, diceva e dice il falso, mente sapendo di mentire.
Il Duce e il Re erano corresponsabili di quello che stava per succedere, erano consapevoli che l’impreparazione militare era maggiore di quella della prima guerra mondiale, eppure vollero giocare d’astuzia come due bari, due commedianti da strapazzo.
Il popolo italiano ne fu la vittima, anche se molti ne furono consenzienti in buona o cattiva fede non importa.
Ogni popolo ha il governo che si merita.
Al di là di ogni revisionismo storico che pretende di fare di Mussolini e il fascismo dei martiri incompresi che salvarono l’Italia da Hitler e dal nazismo, (quante brutte storie a proposito si sono sentite negli ultimi anni), il fascismo italiano e quello tedesco si sintetizzarono a meraviglia sul piano dell’imperialismo e della guerra, non certo su quello militare: la palla al piede per i tedeschi saranno sempre gli italiani.
In Italia industriali, agrari, parte della piccola borghesia, parte del clero avevano salutato la Marcia su Roma come un atto salvifico per il paese, non bisogna dimenticarlo.
Così come la Marcia su Roma fu una rivoluzione simbolica con il con- senso della monarchia, anche la guerra, secondo Mussolini, doveva essere un espediente per mandare avanti la baracca.
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