Ho ritrovato, per caso,sulla Lettura del Corriere della sera della domenica delle Palme un servizio di Annachiara Sacchi che analizza il pensiero di Miguel Benasayag, famoso filosofo e intellettuale argentino, incarcerato e torturato dalla giunta militare nel 1978,autore del libro culto L’ epoca delle passioni tristi e altri best-seller internazionali.
Il guevarista Miguel ha composto una tesi di fondo che lascia poco scampo all’ Apocalisse da salotto,che secondo il nostro, è la comoda soluzione di intellettuali votati al posto in prima fila.
Il filosofo, lo dichiara chiaramente, sostiene la modernizzazione della transizione ecologica,del consumo del cibo biologico, dell’ economia circolare e green.
Cioè non è il populista per cui siccome i poveri hanno il pensiero di sopravvivere, tutto quello che non è pane nero,non vale come le rose rosse.
Solo che ha cura di sottolineare che tutto ciò non può diventare una ideologia esclusiva,che non tiene in considerazione chi non può accedere a modi di vivere riconosciuti come inclusivi, come a chi abita nelle periferie del mondo.
Insomma il consumismo ha sconfitto il comunismo,rendendo infelici quegli uomini e donne che per troppa libertà non trovano un senso alla propria vita.
Però se si sta andando verso la terza guerra mondiale a pezzetti non vuol dire che stiamo tutti meglio,e il pessimismo della ragione per le classi “colte” vuol dire anche il sottrarsi ad una filosofia della prassi che sappia affrontare le miserie quotidiane.
La donazione di un senso alla propria vita,infatti,non può fermarsi all’ abbuffata dei consumi.
Da qui l’ invito dell’ intellettuale a considerare il pessimismo della ragione,inscindibile dall’ ottimismo della volontà,aggiungo.
E a privilegiare le vite semplici fatte di solidarietà,altruismo,amore per il creato etc
Il lusso del pessimismo è di chi ha troppo,o troppo poco.
Oppure una normale ricerca di aria pulita anche per i poveri?
Dipende dal prezzo.
Ma soprattutto dalla voglia di vivere.

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