Brano tratto da Il racconto della guerra giusta vol.II di Pierluigi Raccagni

1945 MORTE DAL CIELO: DRESDA

Fra il settembre del 1944 e l’aprile del 1945, gli Alleati occidentali sganciarono sulla Germania oltre 800.000 tonnellate di bombe, pari al 60 per cento della quantità totale scaricata fra il 1939 e il 1945.

Il Reich millenario, nel gennaio del 1945, risultava una landa misera e desolata.

Mancava il carburante, gli spostamenti erano sempre più difficili, la Lutwaffe aveva anche i nuovi aerei da combattimento, ma non potevano volare causa la mancanza di piloti addestrati e di aeroporti adatti al decollo: questi ultimi erano stati completamente distrutti dalle incursioni anglo – americane.

Con cadenza pressoché quotidiana, le città tedesche venivano colpite con tale intensità da creare incendi devastanti, analoghi a quello che nell’estate del 1943 avevano distrutto buona parte di Amburgo.

Il 16 gennaio del 1945 a Magdeburgo furono uccise 4.000 persone, il 21 febbraio più di 2.000 bombardieri attaccarono Norimberga radendo al suolo intere aree urbane.

Tra il 23 e il 24 febbraio 360 bombardieri britannici effettuarono un’incursione aerea sulla città di Pfozheim.

Ventidue minuti di intensi bombardamenti cancellarono il centro cittadino, uccidendo 17.000 dei suoi 79.000 abitanti.

Il 3 marzo fu bombardata Berlino, 100.000 persone rimasero senza casa, quasi 3.000 morirono.

Il 16 e il 17 marzo fu la volta di Wṻrzburg, con un bilancio di 5.000 morti.

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L’ultimo grande bombardamento avvenne a Potsdam, fra il 14 e il 15 aprile, dove rimasero uccise almeno 3.500 persone.

Il bombardamento sulle città tedesche era stato deciso dal comando supremo della Raf.

Anche se nell’autunno del 1944 alti responsabili dell’aviazione britannica si pronunciarono a favore del bombardamento degli stabilimenti petroliferi e degli impianti industriali, Arthur Harris, capo del Comando Bombardieri, decise di portare a termine la distruzione delle città tedesche.

Disse Harris:

“Negli ultimi 18 mesi il Comando Bombardieri ha praticamente distrutto 45 delle 60 principali città tedesche.

Malgrado lo storno di forze dovuto all’invasione di terra, siamo riusciti finora a mantenere e perfino a superare la media di due città e mezzo devastate ogni mese(…). I centri abitati industriali ancora intatti non sono molti. Vogliamo dunque abbandonare questa grandiosa impresa, in cui da tempo gli stessi tedeschi ravvisano la loro più dolorosa spina nel fianco, proprio ora che stiamo per portarla a termine?

Cfr.Max Hastings, Apocalisse tedesca, la battaglia finale 1944 -1945, Milano 2006, pag.410

Non si trattava di una questione morale, Harris era fin troppo chiaro ed esplicito.

Quello che indeboliva il morale della popolazione, quello che faceva a pezzi il rimanente apparato militare tedesco, quello che era il messaggio più eloquente per la distruzione del nazismo era la morte che veniva dal cielo.

La più devastante incursione aerea degli ultimi mesi di guerra, comunque, fu quella sulla città di Dresda.

La bellissima città sull’Elba fino ad allora era stata risparmiata dalla ferocia dei bombardamenti Alleati.

In città girava la storiella che “Churchill avesse una zia a Dresda”, e quindi la città era “raccomandata” in alto loco.

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Ma Dresda non era solo la monumentale “Firenze dell’Elba”.

Era diventata anche un importante nodo di comunicazione, nonché un centro di produzione bellica, dopo che la Slesia era stata circondata dalle truppe alleate.

I sovietici avevano chiesto agli Alleati di colpire il sistema stradale e ferroviario.

Il 13 e il 14 febbraio, prima due stormi inglesi e poi due americani bombardarono la città al punto da causare incendi e devastazioni che la ridussero ad un cumulo di macerie.

Bisogna menzionare che la popolazione di Dresda era raddoppiata, perchè chi fuggiva dall’Armata Rossa si rifugiava nella città che la sorte aveva risparmiato: erano aperti i teatri, i cinematografi, i ristoranti, la vita scorreva quasi normalmente.

Il 13 febbraio era martedì grasso, i bambini indossavano i costumi di carnevale, pagliacci del circo correvano a cavallo degli asini, il pubblico applaudiva divertito.

Intanto dall’Inghilterra il Bomber commander Harris, aveva preparato la sua flotta aerea: 6.000 aviatori, 1.400 apparecchi, tra cui i Lancaster e i Mosquito specializzati in bombardamenti a tappeto.

La capitale del re di Sassonia non immaginava che che alle 22.10, con il lancio di alcuni bengala, iniziasse una mattanza dal cielo che sarebbe entrata nella storia:

“Nessuno era preparato ai bombardamenti. Cominciò il primo attacco: il lancio delle incendiarie. Durante le tre ondate ne furono lasciate cadere, precisano le statistiche, 650.000.

“Dresda, ha detto uno degli aviatori che parteciparono all’impresa, aveva ogni strada disegnata dal fuoco”.

“E’ un buon lavoro”, osservò con tecnica imparzialità l’osservatore dell’aereo guida, guardando dall’alto quel mare di fiamme”.

Cfr.Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, parlano i protagonisti, Milano, Corriere della sera, pag.677.

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Il giorno dopo quando arrivarono i B – 17 americani, il fumo degli incendi era salito a 5 chilometri di altezza, e la città che bruciava, era visibile a 70 chilometri di distanza.

Le persone venivano uccise dal monossido di carbonio, in ogni parte di Dresda giacevano corpi deformati e carbonizzati.

“Una casa dopo l’altra erano tutte rovine in fiamme. Là sotto, al fiume, dove si muovevano o si erano accampate diverse persone, nel terreno smosso erano incastrati gli involucri angolari delle bombe incendiarie. Da molte case, lungo la strada sopra di noi, continuavano a sprigionare le fiamme. A volte sul cammino giacevano, sparsi qua e là, dei cadaveri: piccoli fagotti, nient’altro che abiti ammassati. Uno aveva il cranio fracassato e la parte superiore della testa era una scodella di un rosso cupo. C’era un braccio con una mano pallida, non brutta, come quegli arti modellati che si vedono nelle vetrine dei parrucchieri. Telai di metallo appartenuti ad automobili distrutte, rimesse bruciate. Le persone che abitavano fuori dal centro erano evidentemente riuscite a salvare qualcosa, portavano con sé, caricati sui carri, biancheria da letto o altro, oppure se ne stavano sedute sopra le casse o le balle. Fra l’una e l’altra di queste isole, accanto ai cadaveri o ai rottami delle automobili, continuava a fluire, in su e in giù, il traffico lungo l’Elba, un corteo silenzioso e agitato”.

Cfr.Richard Evans , Il Terzo Reich in guerra, come il nazismo ha portato la Germania dal trionfo al disastro,Milano 2014, pp.639, 640